RICHARD A. KNAAK.
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IL POZZO DELL'ETERNIT.
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Parte 1.
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Titolo originale: The Well Of Eternity. 2004.
Ciclo: Warcraft, War Of The Ancients. Numero 1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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A Martin Fajkus. E ai miei lettori in tutto il mondo
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Capitolo uno.
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L'imponente fortezza incombeva minacciosa dalla punta estrema dello
strapiombo. Era affacciata sull'immensa massa scura dell'acqua sottostante
in modo cos malsicuro da sembrare sul punto di precipitare nelle tenebro-
se profondit dell'abisso. All'epoca in cui il monumentale fortilizio era sta-
to costruito con l'aiuto della magia, fondendo la pietra e il legno in un'uni-
ca struttura, si era rivelato una meraviglia tale da suscitare lo stupore in
chiunque lo osservasse. Le torri dell'edificio erano costituite di alberi raf-
forzati dalla roccia, con guglie aggettanti e finestre alte e aperte. Le mura
erano state innalzate in pietra vulcanica cementata con rampicanti e radici
giganti. Il palazzo centrale era stato eretto amalgamando pi di un centina-
io di enormi alberi secolari. Curvati con la magia, avevano formato lo
scheletro della parte interna, sul quale poi erano stati sistemati i rampicanti
e la pietra.
Se la fortezza aveva suscitato lo stupore in quelli che la ammiravano, ora
incuteva solo terrore. La avvolgeva un'aura di instabilit particolarmente
intensa in quella notte tempestosa, e i pochi che osavano sollevare lo
sguardo sull'antica mole lo distoglievano in fretta.
N trovavano sollievo coloro che invece guardavano le acque sottostanti.
Il lago color ebano era in preda a un violento e innaturale tumulto: onde
possenti si ergevano alte come la costruzione, per poi ridiscendere abbat-
tendosi fragorose sulla riva. I lampi precipitavano sulla sua massa immen-
sa illuminandola di sfumature dorate e verde marcio. Un tuono riecheggi
simile al ruggito di mille draghi, e coloro che vivevano nei pressi delle rive
si strinsero stretti, incerti sul tipo di tempesta che quel rumore preannun-
ciava.
Lungo le mura che cingevano la rocca, guardie protette da corazze di
piastre e munite di lance e spade si guardavano intorno con aria circospet-
ta. Non solo controllavano al di l del parapetto che nessun intruso avesse
la sconsideratezza di avvicinarsi, ma di tanto in tanto gettavano uno sguar-
do furtivo anche verso l'edificio... in special modo alla torre principale.
E in quella stessa torre, in una sala nascosta agli sguardi degli estranei,
esili figure in tuniche turchesi, ricamate con motivi floreali, erano chine su
un disegno magico a sei lati inscritto sul pavimento, al centro del quale
brillavano simboli arcaici.
Occhi d'argento scintillanti e privi di pupille emersero dai cappucci, ri-
velando alcuni elfi della notte intenti a mormorare incantesimi. La loro
pelle violacea s'imperlava di sudore mentre la magia sprigionata dall'im-
magine si faceva mano a mano pi evidente. Sembravano esausti e prossi-
mi allo sfinimento, tutti tranne uno. Costui, che sovrintendeva al sortilegio,
ne osservava lo svolgimento servendosi dei suoi magici bulbi oculari,
striati al centro da venature orizzontali color rubino. Dal suo volto allunga-
to ed esile traspariva un'espressione di bramosia e trepidazione nel dirigere
silenziosamente il lavoro degli elfi.
Un'altra creatura osservava la scena, inebriandosi di ogni parola e ogni
gesto. Seduta su un trono in pelle e avorio, con una folta capigliatura d'ar-
gento che le incorniciava i lineamenti perfetti e l'abito di seta, dorato come
i suoi occhi, la creatura era in ogni singolo dettaglio l'immagine vivente di
una regina. Si appoggi allo schienale, sorseggiando vino da un calice d'o-
ro. I braccialetti tempestati di gioielli tintinnarono al movimento della sua
mano e il rubino incastonato sulla tiara che indossava brill nella luce e-
manata dagli incantesimi evocati dagli elfi.
Quando il suo sguardo si spostava per esaminare la figura dagli occhi
scuri, le sue labbra carnose si contraevano in un'espressione di sospetto.
Eppure, non appena egli si volt improvvisamente verso di lei, come se
sentisse di essere osservato, ogni accenno di sospetto svan dal volto della
regina, sostituito da un languido sorriso.
L'intonazione dell'incantesimo prosegu.
Il lago scuro si agit con ancor pi violenza.
C'era stata una guerra e si era conclusa.
Alla fine, Krasus ne era certo, la storia avrebbe preso nota di ci che era
accaduto. Nel resoconto definitivo, per, non avrebbero trovato posto le
innumerevoli esistenze spazzate via, le terre devastate e la distruzione
pressoch totale del mondo dei mortali.
Perfino i ricordi dei draghi sbiadiscono in tali circostanze ammise la
pallida creatura vestita di grigio. Krasus comprendeva bene questa verit,
poich nonostante potesse apparire una figura quasi elfica e dalle fattezze
simili a un'aquila, con capelli argentei e tre cicatrici profonde che scorre-
vano lungo la guancia destra, era decisamente diverso da quanto sembras-
se. Per molti, era un semplice mago, e solo pochi eletti lo conoscevano
come "Korialstrasz", un appellativo degno unicamente di un drago.
Krasus era un maestoso esemplare di drago rosso, il pi giovane fra i
consorti della grande Alexstrasza. Costei, che rappresentava l'Aspetto della
Vita, era la sua compagna pi cara... tuttavia, ancora una volta, Krasus si
era separato da lei per scrutare nel futuro delle razze mortali.
Nella dimora nascosta e scolpita nella roccia che aveva scelto come rifu-
gio, Krasus esamin il mondo di Azeroth. La scintillante sfera di smeraldo
gli dava modo di visualizzare qualsiasi territorio o individuo desiderasse.
Ovunque il mago volgesse lo sguardo, non vedeva nient'altro che deva-
stazione.
Sembravano passati soltanto pochi anni da quando quei mostri grotteschi
dalla pelle verde chiamati orchi, dopo aver invaso il mondo dall'aldil, e-
rano stati sconfitti. Con i pochi superstiti tenuti prigionieri negli accampa-
menti, Krasus riteneva che il mondo fosse pronto per la pace. Purtroppo,
questa illusione era durata poco. L'Alleanza - la coalizione guidata dagli
umani che aveva costituito l'avanguardia della resistenza - aveva preso
immediatamente a sgretolarsi, con i vari membri che si contendevano il
potere. Parte di quanto accaduto era colpa dei draghi, o meglio di un unico
drago, Deathwing, ma molte complicazioni si erano verificate a causa
dell'avidit e della bramosia degli umani, dei nani e degli elfi.
Tuttavia, queste difficolt avrebbero potuto essere facilmente superate,
se non fosse stato per l'avvento della Legione Infuocata.
Quel giorno, Krasus ispezion la lontana Kalimdor, situata sul confine
estremo del mare. Anche in quel momento, parti di essa ricordavano una
terra travolta da una terribile eruzione vulcanica. Nessuna forma di vita,
nessuna parvenza di civilt era rimasta in quelle regioni. Non era stata una
forza naturale a distruggerle in siffatta maniera. Dopo il passaggio della
Legione Infuocata non era rimasto nulla, se non la morte.
I demoni fiammeggianti erano giunti da un luogo che era al di l della
realt. Ci che cercavano e di cui si nutrivano era la magia. Attaccando
con l'aiuto del loro mostruoso Flagello, l'esercito dei Non-morti, si erano
ripromessi di distruggere il mondo. Tuttavia, non avevano messo in conto
il costituirsi della pi improbabile delle alleanze possibili...
Gli orchi, un tempo marionette in mano ai demoni, si erano ribellati e
avevano stipulato un'alleanza con gli umani, gli elfi, i nani e i draghi per
sterminare i Non-morti, e ricacciarli all'inferno. Per far questo erano periti
in migliaia, ma l'alternativa...
Il mago sbuff. A dire il vero, non c'era stata nessuna alternativa.
Krasus pass le lunghe dita affusolate sulla sfera, evocando l'apparizione
della terra degli orchi. La visione si fece per un attimo nebulosa, ma poi ri-
vel una zona montuosa e rocciosa. Era una regione aspra, ma ancora pie-
na di vita e capace di dare sostentamento ai suoi nuovi coloni.
Diverse strutture in pietra erano gi sorte nell'insediamento principale,
dove comandava Thrall, il Signore della guerra. L'alto edificio rotondo che
ospitava gli alloggiamenti era spartano se raffrontato alle abitudini di qual-
siasi altra razza, ma gli orchi avevano un'inclinazione per la semplicit. Per
un orco, avere un posto fisso in cui vivere era un fatto particolarmente in-
consueto. Erano stati nomadi o prigionieri per cos tanto tempo da aver
perso del tutto il concetto di "casa".
Molte delle figure massicce dalla pelle verdastra aravano un campo. Os-
servando quei lavoratori muniti di zanne e dall'aspetto rozzo, Krasus si
stup dell'esistenza di contadini tra gli orchi. Thrall, in effetti, era un orco
davvero anomalo e aveva abbracciato con prontezza le idee che avrebbero
riportato stabilit al suo popolo.
La stabilit era qualcosa di cui il mondo intero aveva tremendamente bi-
sogno. Con un altro cenno della mano, il mago cancell la visione degli
orchi, evocando una localit a lui molto pi vicina, un tempo orgogliosa
capitale della sua amata Dalaran. Retta dagli stregoni del Kirin Tor, i pi
potenti nelle arti magiche, si era rivelata l'avanguardia della battaglia
dell'Alleanza contro la Legione Infuocata a Lordaeron e insieme uno dei
primi e pi ambiti obiettivi dei demoni.
Dalaran era ormai ridotta in rovina. Le guglie, in passato superbe, erano
state distrutte, le grandi biblioteche bruciate. Innumerevoli secoli di sapere
erano andati perduti... e con essi innumerevoli vite. Lo stesso municipio
aveva subito gravi danni. Molti di coloro che Krasus aveva annoverato fra
i suoi amici erano stati uccisi. Il governo si dibatteva in preda allo scompi-
glio e Krasus sapeva di dover intervenire per fornire un aiuto. Dalaran a-
veva bisogno di concordia, anche solo per conservare intatto quel poco che
rimaneva della frammentata Alleanza.
Tuttavia, nonostante gli sconvolgimenti e le sofferenze ancora in vista,
Krasus nutriva speranza. I problemi del mondo potevano essere risolti.
Nessuno avrebbe pi avuto paura degli orchi, nessuno avrebbe pi avuto
paura dei demoni. Azeroth avrebbe faticato, ma Krasus sapeva che alla fi-
ne non si sarebbe limitata semplicemente a sopravvivere. Era fermamente
convinto che il mondo avrebbe prosperato.
Mise da parte la sfera di smeraldo e si alz. La Regina dei Draghi, la sua
amata Alexstrasza, lo stava aspettando. Alexstrasza percepiva in lui il de-
siderio di tornare in soccorso dei mortali. Fra tutti i draghi, lei era quella
che pi di ogni altro poteva comprenderlo. Krasus si sarebbe mutato nella
sua essenza pi autentica, congedandosi per un tempo indefinito e andando
via prima che il rimpianto potesse trattenerlo.
Il rifugio era un luogo che aveva scelto perch isolato, ma anche per la
sua vastit. Spostandosi dalla stanza pi piccola, Krasus entr in una ca-
verna che pareva irta di denti e le cui proporzioni eguagliavano senza dub-
bio le torri ormai perdute di Dalaran. Un intero esercito avrebbe potuto ac-
camparsi in quell'antro, senza tuttavia riempirlo.
Era delle dimensioni appropriate per un drago.
Krasus allung le braccia... e cos facendo, le sue dita affusolate si este-
sero ulteriormente, munendosi di artigli. Inarc la schiena e all'altezza del-
le spalle spuntarono due protuberanze gemelle che si tramutarono in picco-
le ali.
Mentre si compivano tutte queste metamorfosi, il profilo di Krasus si fe-
ce pi grande. Il drago divent quattro, cinque, dieci volte la stazza di un
uomo e continu a crescere. Qualsiasi somiglianza avesse in precedenza
con un umano o un elfo svan rapidamente.
Da mago, Krasus si stava trasformando in Korialstrasz, il drago.
Ma, nel bel mezzo della mutazione, una voce disperata invase all'im-
provviso i suoi pensieri.
"Kor... strasz..."
Il drago vacill, quasi tornando alle sue sembianze di mago. Krasus
sbatt le palpebre, poi scrut l'enorme stanza come per cercare l dentro la
provenienza del grido.
Nulla. Il drago attese e attese, ma il grido non si ripet.
Pensando di essersi ingannato, riprese a trasformarsi...
E di nuovo, la voce disperata url "Korialstr...".
Stavolta... la riconobbe. Immediatamente, il drago rispose con la stessa
urgenza. "Ti ascolto! Cosa vuoi che faccia?"
Non ci fu nessuna risposta, ma Krasus sent comunque che la dispera-
zione persisteva nell'aria. Concentrandosi, cerc di raggiungere l'altro e di
stabilire un contatto con colui che aveva un cos forte bisogno del suo aiu-
to, ma che non avrebbe dovuto aver bisogno di nessun supporto, da creatu-
ra alcuna.
"Sono qui! Tenta di percepirmi! Donami qualche indicazione su ci che
ti inquieta!"
In cambio, Krasus sent un lievissimo accenno di preoccupazione. Il ma-
go concentr tutti i suoi pensieri sul labile contatto con l'altro, continuando
a sperare...
La fiera presenza di un drago, al cui confronto i suoi poteri magici im-
pallidivano, fece vacillare Krasus. Lo travolse una sensazione vecchia di
secoli e risalente a un'era maestosa. Krasus sent come se il Tempo stesso
lo stesse circondando in tutta la sua imponenza.
Non il Tempo... non esattamente... ma Colui che rappresentava l'Aspetto
del Tempo.
Il Drago Eterno... Nozdormu.
Adesso esistevano unicamente quattro grandi draghi, quattro Grandi A-
spetti, di cui la sua amata Alexstrasza rappresentava la Vita. Mad Malygos
era la Magia, mentre l'eterea Ysera dominava i Sogni. Loro, insieme a No-
zdormu che sovrastava ogni cosa, incarnavano la creazione stessa.
Krasus fece una smorfia. In realt, originariamente gli Aspetti erano cin-
que. Il quinto si chiamava Neltharion... il Guardiano della Terra. Ma tanto
tempo prima, in un'epoca che nemmeno Krasus riusciva a ricordare con
chiarezza, Neltharion aveva tradito i suoi compagni. Il Guardiano della
Terra si era ribellato e aveva acquisito un titolo nuovo e pi appropriato.
Deathwing. Il Distruttore.
Al solo ricordo di Deathwing, Krasus si ridest dal proprio stupore. So-
vrappensiero, tocc le tre cicatrici che aveva sulla guancia. Forse Dea-
thwing era tornato per affliggere ancora il mondo? Era quello il motivo per
cui il grande Nozdormu era afflitto da una tale angoscia?
"Ti ascolto!" ripet Krasus mentalmente, ora pi che mai impaurito dalla
ragione della chiamata. "Ti ascolto! Si... si tratta del Distruttore?"
Ma in tutta risposta, Krasus venne di nuovo stordito da una serie di
sconvolgenti visioni. Le immagini che vide marchiarono a fuoco la sua
mente, in modo che non potesse mai dimenticarle.
In una qualsiasi delle due sembianze a sua disposizione, per quanto fosse
abile e potente, Krasus non eguagliava l'impetuosa intensit dei poteri pos-
seduti da un Aspetto. L'irruenza della mente dell'altro drago lo scagli con-
tro il muro pi vicino, facendolo crollare.
Krasus impieg diversi minuti per alzarsi dal pavimento e la testa conti-
nu comunque a girargli. Schegge di pensieri non suoi gli assalirono i sen-
si. Riusc a malapena a rimanere cosciente, almeno per un attimo.
Tuttavia, lentamente le cose si stabilizzarono abbastanza da fargli capire
quanto era appena accaduto. Nozdormu, il Signore del Tempo, aveva di-
speratamente bisogno di aiuto... del suo aiuto. Si era rivolto espressamente
a un drago di razza inferiore, non a uno dei suoi pari.
Ma qualsiasi cosa potesse turbare un Aspetto, non poteva che costituire
una minaccia gravissima per l'intera Azeroth. Perch dunque scegliere un
drago di razza inferiore e non Alexstrasza o Ysera?
Krasus prov di nuovo a creare un contatto con il drago, ma i suoi sforzi
riuscirono solo a far vacillare ancora una volta la sua mente. Riacquistando
l'equilibrio, Krasus cerc di decidere cos'altro fare. Un'immagine in parti-
colare richiamava costantemente la sua attenzione: la visione di un'area
montuosa di Kalimdor, sferzata dalla neve. Qualsiasi cosa Nozdormu a-
vesse tentato di spiegargli doveva avere a che fare con quella regione deso-
lata.
Il mago doveva saperne di pi, ma per farlo gli occorreva un valido assi-
stente, qualcuno che potesse dimostrarsi pronto all'occorrenza. Nonostante
Krasus fosse orgoglioso delle proprie capacit di adattamento, la sua spe-
cie era composta per lo pi da individui ostinati e rigidi nelle loro abitudi-
ni. A lui serviva una creatura capace di starlo a sentire, ma anche di reagire
prontamente in base a quanto richiesto dal succedersi degli eventi. Per po-
ter compiere sforzi cos inauditi, non c'era che una creatura adatta allo sco-
po. Un umano.
E in particolare, un umano di nome Rhonin.
Un mago...
A Kalimdor, lungo le steppe della campagna selvaggia, un anziano orco
brizzolato si avvicin a un fal circondato di fumo. Mormorando parole le
cui origini risalivano a un mondo da tempo estinto, la figura color muschio
gett un po' di foglie nel fuoco, aumentando il fumo gi denso. Le esala-
zioni riempirono la sua umile capanna di legno e terriccio.
L'orco si avvicin al fuoco e inspir. I suoi stanchi occhi castani aveva-
no venature rosse e la sua pelle era ormai cadente. I denti erano ingialliti,
scheggiati e una delle zanne si era staccata anni prima. Riusciva a malape-
na ad alzarsi senza un aiuto e, quando camminava, era costretto a piegarsi
e procedere lentamente.
Eppure, perfino il guerriero pi tenace gli mostrava la propria devozio-
ne, perch lui era lo sciamano.
Un po' di ossa in polvere, un pizzico di bacche marroncine... faceva tutto
parte di una consolidata e genuina tradizione recuperata dagli orchi. Il pa-
dre di Kalthar gli aveva trasmesso quelle nozioni durante l'epoca tenebrosa
dell'Orda, proprio come il nonno di Kalthar aveva fatto con suo padre.
Ora, per la prima volta, il vecchio sciamano si ritrov a sperare di aver
appreso bene.
Alcune voci mormoravano nella sua testa, spiriti di quel mondo che gli
orchi ormai definivano come la propria casa. Di solito, bisbigliavano qual-
cosa di semplice, relativo alla vita di tutti i giorni, ma in quel momento le
voci cominciarono a mormorare con tono ansioso, cercando di metterlo in
guardia...
Ma riguardo cosa? Doveva saperne di pi.
Kalthar infil una mano in una sacca all'altezza della vita, e ne estrasse
tre foglie secche. Era quasi tutto ci che gli era rimasto di un'unica pianta
portata con s dall'antico mondo degli orchi. A Kalthar era stato detto di
non usarle, a meno che non lo ritenesse assolutamente necessario. Suo pa-
dre non le aveva mai usate e neppure suo nonno.
Lo sciamano le gett nelle fiamme.
D'un tratto il fumo divent di un vorticoso blu intenso. L'orco corrug il
sopracciglio a quel cambiamento di colore, poi si pieg nuovamente in a-
vanti e inal quanti pi vapori possibile.
All'improvviso, il mondo mut e con esso anche l'orco. Si era trasforma-
to in un uccello, un enorme essere alato che si librava sul paesaggio. Vol
sulle montagne senza fatica. Con i suoi occhi, riusciva a distinguere gli a-
nimali pi piccoli e i fiumi pi lontani. Un senso di euforia non pi prova-
to dalla giovinezza quasi lo travolse, ma Kalthar lo ricacci indietro.
Se avesse ceduto a quella sensazione avrebbe potuto perdere la consape-
volezza di s, e avrebbe rischiato di rimanere per sempre intrappolato in
forma di uccello, senza mai sapere ci che un tempo era stato.
Cos pensando, Kalthar percep improvvisamente un'anomalia nella na-
tura, probabilmente la causa della preoccupazione che aveva sentito nelle
voci. C'era qualcosa che non avrebbe dovuto esserci. Devi verso la dire-
zione che sentiva essere giusta, provando un turbamento crescente mano a
mano che si avvicinava.
E proprio in corrispondenza della parte pi interna della catena montuo-
sa, lo sciamano scopr il motivo della propria angoscia.
La sua indole di sapiente capiva di aver avuto la visione di un concetto,
non di una cosa reale. Gli apparve un vortice d'acqua che si riempiva e si
svuotava simultaneamente. Ci che emergeva o scendeva senza sosta era-
no per giorni e notti, mesi e anni. Il vortice sembrava divorare e formare
il tempo.
Quella cognizione fece oscillare lo sciamano con una forza tale da fargli
comprendere, un attimo prima che fosse troppo tardi, che il mulinello stava
cercando di trascinare dentro anche lui.
Immediatamente Kalthar lott per liberarsi. Sbatt le ali, flettendo i mu-
scoli. La sua mente si concentr sulle sue sembianze fisiche, forzando
strenuamente il legame sottilissimo fra corpo e spirito e cercando di spez-
zare lo stato di trance.
Ma il vortice continuava a trascinarlo a s.
In preda alla disperazione, Kalthar invoc gli spiriti guida, pregando af-
finch gli dessero forza. Accolsero la richiesta venendo in suo soccorso,
ma all'inizio parvero agire con troppa lentezza. Il vortice oscur comple-
tamente la sua visuale, pronto a inghiottirlo...
Il mondo ruot di colpo attorno allo sciamano. Il vortice, le montagne...
ogni cosa si capovolse.
Con un sussulto, Kalthar si svegli.
Esausto oltre modo, senza contare la fatica dovuta all'et, riusc a mala-
pena a non cadere in mezzo al fuoco. Le voci che mormoravano costante-
mente erano svanite. L'orco si mise a sedere sul pavimento della capanna,
e cerc di convincersi di essere nel mondo dei mortali. Gli spiriti guida l'a-
vevano salvato, seppure appena in tempo.
Ma insieme al sollievo per lo scampato pericolo giunse anche la consa-
pevolezza di ci a cui aveva assistito durante la visione... e di ci che essa
significava.
Dovr dirlo a Thrall... mormor sollevando a fatica le gambe. Dovr
dirglielo rapidamente... altrimenti perderemo la nostra casa... e il nostro
mondo... ancora una volta...
Capitolo due
Un presagio funesto sentenzi Rhonin fissando con gli occhi di un
verde luminoso il risultato della divinazione. Qualunque mago lo ricono-
scerebbe come tale.
Ne sei sicuro? gli domand Vereesa dall'altra stanza. Sei certo di a-
ver interpretato correttamente i segni?
Il mago dai capelli rossi annu con la testa, poi fece una smorfia non ap-
pena si rese conto che l'elfa non poteva vederlo. Doveva dirglielo di perso-
na. Lei lo meritava. "Mi auguro che sia abbastanza forte."
Con indosso calzoni e giacca blu, entrambi decorati da orli dorati, Rho-
nin assomigliava pi a un politico che a un mago, ma gli ultimi anni gli
avevano richiesto un'uguale dose di diplomazia e magia. La diplomazia
non era mai stata una cosa semplice per una creatura come lui, che preferi-
va affrontare di petto le situazioni. La folta chioma e la corta barba gli con-
ferivano un aspetto leonesco che s'intonava davvero bene al suo tempera-
mento ogni qual volta era costretto a discutere con ambasciatori viziati e
arroganti. Il suo naso, rotto tanto tempo prima e per sua scelta mai sistema-
to in maniera adeguata, contribuiva ulteriormente alla sua fama di indivi-
duo impetuoso.
Rhonin... c' forse qualcosa che non mi hai detto?
Non poteva pi farla aspettare. Vereesa doveva conoscere la verit, per
quanto terribile potesse essere. Sto arrivando, Vereesa.
Mettendo da parte gli strumenti per la divinazione, Rhonin emise un pro-
fondo respiro, poi fece per raggiungere l'elfa. Ma appena varcato l'ingresso
della stanza si ferm. Tutto quello che Rhonin riusciva a vedere era il volto
di Vereesa, un ovale bellissimo e perfetto su cui sembravano esser stati di-
pinti due occhi a mandorla di un celeste limpido, un piccolo naso all'ins e
una bocca attraente sempre sul punto di sorridere. A incorniciare il viso vi
era una folta chioma di capelli bianco-argentei che, se Vereesa fosse stata
in piedi, le avrebbero coperto quasi tutta la schiena. Avrebbero potuto
scambiarla per un'umana, se non fosse stato per le lunghe orecchie appun-
tite che le spuntavano dai capelli, il tratto distintivo della sua razza.
Ebbene? chiese lei con tono paziente.
Ecco... saranno due gemelli.
Il volto di Vereesa si illumin, superando ancor di pi la perfezione ai
suoi occhi. Gemelli! Che fortuna!  meraviglioso! Ne ero certa!
Vereesa si sistem meglio sul letto di legno. La magra e sinuosa ranger
elfica era ormai incinta da diversi mesi. Non indossava pi l'armatura in
cuoio n la corazza. In quel momento vestiva un abito argenteo che non
celava affatto la nascita imminente.
Avrebbero potuto intuirlo dalla rapidit con cui la pancia era cresciuta,
ma Rhonin si era ostinato a negarlo. Erano sposati da pochi mesi soltanto
quando avevano scoperto la gravidanza. Allora si erano entrambi preoccu-
pati, perch non solo il loro era stato un matrimonio rarissimo negli annali
della storia, ma nessuno aveva mai assistito alla nascita di una creatura per
met umana e per met elfica.
E ora avevano saputo di aspettare non un figlio, bens due.
Non credo che tu abbia capito, Vereesa. Si tratta di gemelli! Gemelli fi-
gli di un mago e di un'elfa!
Ma il volto di lei continuava a irradiare felicit e stupore. Le elfe con-
cepiscono raramente e molto, molto raramente gemelli, amor mio! Saranno
destinati a grandi imprese!
Rhonin non pot nascondere la sua espressione severa. Lo so.  proprio
questo che mi preoccupa...
Lui e Vereesa erano sopravvissuti alla loro dose personale di "grandi
imprese". Finiti insieme a espugnare la fortezza di Grim Batol durante gli
ultimi giorni della guerra contro l'Orda, non avevano affrontato soltanto
orchi, ma anche draghi, goblin, troll e altre creature spaventose. Successi-
vamente, avevano viaggiato di regno in regno, come ambasciatori il cui
compito era stato quello di ricordare all'Alleanza l'importanza di rimanere
unita. Ci non aveva significato, per, che non avessero rischiato le pro-
prie vite in quel periodo, poich la pace che era seguita alla guerra era stata
instabile al massimo grado.
Poi, senza alcun avvertimento, era arrivata la Legione Infuocata.
A quel tempo, una collaborazione iniziata nella diffidenza si era trasfor-
mata in un'insolita unione di anime. Nella guerra contro i demoni assassini,
il mago e la ranger avevano lottato strenuamente tanto per la loro terra,
quanto ciascuno per l'altro. Pi di una volta, si erano reciprocamente cre-
duti morti e l'angoscia si era rivelata insopportabile.
Il dolore per la presunta perdita del compagno era stato pi intenso a
causa di tutti i cari deceduti in precedenza. Sia Dalaran sia Quel'Thalas e-
rano state rase al suolo dal Flagello dei Non-morti. A migliaia erano stati
uccisi dai mostri agli ordini del temibile Re dei Lich, egli stesso al servizio
della causa della Legione. Intere citt erano state distrutte senza piet e la
situazione era aggravata dal fatto che molte vittime si erano ridestate dalla
morte e le loro sembianze mortali ormai maledette si erano andate ad ag-
giungere alle fila del Flagello.
Quel poco che rimaneva della famiglia di Rhonin si era estinto agli albo-
ri della guerra. La madre era scomparsa da tempo, ma il padre, il fratello e
due cugini erano stati trucidati nella caduta della citt di Andorhal. Fortu-
natamente, i valorosi difensori, non scorgendo possibilit di salvezza, ave-
vano dato fuoco alla citt. Perfino il Flagello non era capace di far ridesta-
re i guerrieri dalle loro ceneri.
Da quando aveva intrapreso la via della magia, Rhonin non aveva pi
visto nessuno di loro, nemmeno suo padre, ma non appena gli giunse la
notizia sent un vuoto nel cuore. La spaccatura fra lui e la sua gente, causa-
ta in gran parte dalla strada che aveva scelto di percorrere, svan in quell'i-
stante. L'unica cosa che contava in quel momento era che lui era diventato
l'ultimo della sua famiglia. Era completamente solo.
Finch non aveva realizzato che i sentimenti che cominciava a provare
per la coraggiosa ranger elfica erano ricambiati.
Nel momento in cui la terribile lotta era infine cessata, c'era stata un'uni-
ca conclusione logica per loro due. Nonostante le voci contrarie provenien-
ti sia dal popolo di Vereesa sia dai maestri di Rhonin, l'elfa e il mago ave-
vano scelto di non separarsi mai pi. Avevano suggellato un patto di ma-
trimonio cercando di condurre una vita il pi possibile normale per due in-
dividui come loro, in un mondo fatto a pezzi.
"Ovviamente," pens il mago con amarezza "la pace non era destinata a
gente come noi."
Vereesa si spinse fuori dal letto prima che lui potesse venirle in aiuto.
Bench prossima al parto, l'elfa si muoveva ancora con estrema agilit.
Vereesa mise le mani sulle spalle di Rhonin.
Voi maghi! Vedete sempre il disastro! Credevo fosse la mia gente a es-
sere pessimista! Amore mio, questa sar una nascita lieta e i nostri figli sa-
ranno felici! Faremo in modo che sia cos!
Rhonin sapeva che Vereesa stava dicendo cose sensate. Nessuno dei due
avrebbe mai fatto nulla che potesse arrecare danno ai figli. Subito dopo a-
ver appreso della gravidanza, avevano interrotto i loro sforzi per aiutare a
ricostruire l'Alleanza distrutta e si erano stabiliti in una delle regioni pi
tranquille, abbastanza vicina a Dalaran. Vivevano in una dimora umile, ma
non dimessa, e la gente dei dintorni li rispettava.
La fiducia e la speranza di Vereesa erano ancora in grado di stupire
Rhonin, considerati i lutti che lei aveva dovuto affrontare. Se Rhonin ave-
va sentito un vuoto nel cuore nel perdere una famiglia che conosceva ap-
pena, di certo nell'anima di Vereesa si era spalancato un baratro incolmabi-
le. Quel'Thalas, la citt dominata dalla magia e considerata da tutti pi si-
cura di Dalaran, era stata completamente annientata. Roccaforti elfiche
preservate intatte per secoli erano cadute nel giro di pochi giorni e i loro
abitanti, un tempo orgogliosi, si erano andati ad aggiungere alla schiera del
Flagello con la stessa facilit degli umani. Tra quelli che erano passati dal-
la parte del nemico vi erano anche numerosi elfi appartenenti al clan pi
legato a Vereesa... e alcuni alla sua stessa famiglia.
Dal nonno, Vereesa aveva udito il racconto della disperata battaglia per
uccidere il cadavere non-morto del suo stesso figlio, zio di Vereesa. Sem-
pre da lui aveva appreso come suo fratello minore fosse stato squartato da
una folla di famelici Non-morti capeggiati dal fratello maggiore, che in se-
guito era stato bruciato e distrutto con tutto il resto del Flagello dai difen-
sori sopravvissuti. Cosa fosse accaduto ai suoi genitori nessuno ancora lo
sapeva, ma anche loro erano ritenuti morti.
Ci che Rhonin non le aveva detto... n avrebbe mai osato dirle... ri-
guardava le mostruose dicerie su una delle sorelle di Vereesa, Sylvanas.
L'altra sorella di Vereesa, la grande Alleria, era stata un'eroina durante la
Seconda Guerra. Ma Sylvanas, colei che la moglie di Rhonin aveva tentato
di emulare per tutta la vita, come generale dei Ranger aveva condotto la
battaglia contro il traditore Arthas, principe di Lordaeron. Un tempo fulgi-
da speranza della sua terra, tramutato ormai in meschino servitore della
Legione e del Flagello, Arthas aveva saccheggiato il suo stesso regno, per
poi guidare l'esercito dei Non-morti all'assalto della capitale elfica di Sil-
vermoon. Sylvanas aveva bloccato la sua avanzata e per un po' era sembra-
to potesse effettivamente sconfiggerlo. Ma laddove i cadaveri non-morti e
i mostri avevano fallito, la magia nera aveva permesso infine al traditore di
stirpe reale di riuscire nel suo obiettivo.
La versione ufficiale riportava che Sylvanas era morta valorosamente nel
tentativo di impedire ai servi di Arthas di sterminare il popolo di Silver-
moon. I capi elfici, e perfino il nonno di Vereesa, sostennero che il cadave-
re della generalessa dei Ranger era arso nello stesso fuoco che aveva deva-
stato met della capitale. Senza dubbio non ve n'era rimasta traccia.
Se per Vereesa la storia terminava qui, Rhonin, attraverso fonti prove-
nienti sia dal Kirin Tor sia da Quel'Thalas, aveva scoperto notizie su
Sylvanas che l'avevano fatto rabbrividire. Un ranger scampato alla carnefi-
cina, con la mente devastata dal terrore e dalla follia, aveva farfugliato che
il suo generale era stato rapito, ma non ucciso. Sylvanas era stata brutal-
mente mutilata e poi ammazzata per il piacere di Arthas. Infine, dopo aver
portato con s il cadavere nel tempio oscuro che aveva fatto erigere in os-
sequio alla propria follia, il principe le aveva corrotto l'anima e il corpo, e
l'aveva trasformata da eroina elfica in messaggera del male... un fantasma
ammaliante e funereo chiamata "banshee", che molti raccontavano si aggi-
rasse ancora per le rovine di Quel'Thalas.
Rhonin finora non era stato in grado di verificare quelle dicerie, ma era
certo che contenessero pi di un granello di verit. Sperava che quella sto-
ria non giungesse mai alle orecchie di Vereesa.
Tutte quelle tragedie... c'era poco da meravigliarsi se Rhonin non riusci-
va a scrollarsi di dosso il senso di insicurezza che incombeva sulla sua
nuova famiglia.
Emise un sospiro. Forse quando saranno nati mi sentir meglio. Proba-
bilmente sono solo nervoso.
Come si conf a un genitore amorevole. Vereesa si sedette sul letto.
Inoltre, non siamo soli nel nostro compito. Jalia mi  di grande aiuto.
Jalia era un'anziana donna dal corpo florido, che aveva dato alla luce sei
figli e come levatrice ne aveva fatti nascere un numero di gran lunga supe-
riore. Rhonin credeva che un'umana avrebbe trattato con diffidenza un'elfa,
per di pi un'elfa che aveva per marito un mago, ma era bastato che Jalia
posasse lo sguardo su Vereesa e l'istinto materno aveva avuto il sopravven-
to. Sebbene Rhonin la ricompensasse ampiamente per il tempo dedicato al-
la moglie, aveva il forte sospetto che la concittadina si sarebbe offerta di
aiutarli comunque, tanto aveva preso la moglie in simpatia.
Immagino che tu abbia ragione prese a dire.  solo che...
Una voce... una voce molto familiare... improvvisamente invase i suoi
pensieri.
Una voce che non poteva portargli lieti annunzi.
"Rhonin... ho bisogno di te."
Krasus? l'umano sussurr sovrappensiero.
Vereesa si mise a sedere, l'allegria completamente svanita dal suo volto.
Krasus? Cosa gli  accaduto?
Conoscevano entrambi il maestro mago, membro del Kirin Tor. Krasus
era stato l'artefice del loro incontro. Era stato anche colui che all'epoca non
aveva rivelato loro tutta la verit, in special modo su alcune circostanze
che lo riguardavano direttamente.
Era stato soltanto grazie a un caso fortuito che avevano scoperto che
Krasus era anche il drago Korialstrasz.
Si... si tratta di Krasus fu tutto ci che Rhonin riusc a dire in quel
momento.
"Rhonin... ho bisogno di te..."
"Non ti aiuter!" rispose immediatamente l'umano. "Ho fatto la mia par-
te! Lo sai che non posso lasciare mia moglie proprio adesso..."
Che cosa vuole? chiese Vereesa. Come Rhonin, l'elfa sapeva che Kra-
sus non li avrebbe contattati se non in una situazione di estrema urgenza.
Non ha importanza! Dovr cercare qualcun altro!
"Prima di rifiutare, lascia che ti mostri..." continu la voce. "Lascia che
mostri a te e a tua moglie..."
Prima che Rhonin potesse protestare, alcune immagini irruppero nella
sua mente. L'umano rivisse lo stupore che Krasus aveva provato quando
era stato contattato dal Signore del Tempo, speriment lo sconvolgimento
del drago nel percepire la disperazione dell'Aspetto. Tutto quello che Kra-
sus aveva vissuto, ora veniva condiviso anche dal mago e da sua moglie.
Infine, Krasus li travolse con l'immagine di un luogo che pensava essere
l'origine delle preoccupazioni di Nozdormu, una gelida e impenetrabile ca-
tena montuosa frastagliata.
Kalimdor.
L'intera visione dur soltanto pochi secondi, ma lasci Rhonin esausto.
Poi l'umano ud un respiro affannoso provenire dal letto. Voltandosi, colse
Vereesa accoccolata sul cuscino di piume.
Fece per muoversi, ma l'elfa respinse la sua preoccupazione. Sto bene!
 solo che... mi manca il fiato. Concedimi un momento...
Rhonin le avrebbe donato l'eternit intera, ma ad altri non avrebbe con-
cesso neppure un secondo. Evocando l'immagine di Krasus nella mente,
l'umano replic: "Rivolgiti a qualcun altro! Quell'epoca  finita per me! Ho
in gioco questioni molto pi importanti adesso!".
Krasus non disse nulla e Rhonin si domand se la sua risposta avesse in-
dotto il suo mentore di un tempo a individuare un altro aiutante. Provava
rispetto per Krasus, gli era perfino simpatico, ma il Rhonin che il drago
cercava non esisteva pi. Ormai per lui esisteva solo la sua famiglia.
Con sua grande sorpresa, per, colei che pensava lo sostenesse di pi fra
tutti mormor all'improvviso: Devi partire all'istante, ovviamente.
Rhonin fiss Vereesa. Non andr da nessuna parte!
Lei si raddrizz. Devi farlo. Hai visto quel che ho visto io. Non ti ha
convocato per un compito futile! Krasus  molto preoccupato... e ci che
preoccupa lui spaventa me!
Ma non posso abbandonarti proprio adesso! Rhonin si mise in ginoc-
chio davanti a lei. Non ti lascer, n lascer i nostri figli!
Un accenno del suo passato da ranger apparve sul volto di Vereesa. Soc-
chiudendo in maniera intimidatoria le palpebre, gli rispose: L'ultima cosa
che desidero  che tu vada a gettarti di nuovo nel pericolo! Non intendo
certo immolare il padre dei miei figli, ma quanto abbiamo visto prelude a
una terribile minaccia per il mondo in cui nasceranno! Anche solo per que-
sta ragione, partire ha un senso. Se non mi trovassi in queste condizioni,
sarei al tuo fianco, lo sai.
Naturalmente.
Sono convinta che Krasus sia potente. Anche pi di Korialstrasz! Ti
consento di andare soltanto perch ti sapr accanto a lui. Non avrebbe mai
chiesto il tuo aiuto se non ti ritenesse all'altezza.
Era vero. I draghi rispettavano poche creature mortali. Che Krasus, in
entrambe le sue sembianze, si rivolgesse a lui per un aiuto aveva un pro-
fondo significato... e in quanto alleato del mastodontico drago, Rhonin sa-
rebbe stato pi protetto di chiunque altro.
Cosa poteva andar storto?
Rhonin si arrese e accenn un s con il capo. Va bene. Partir. Riesci a
cavartela finch non arriva Jalia?
Con il mio arco, ho trafitto orchi a un chilometro di distanza. Ho scon-
fitto in battaglia troll, demoni e tante altre creature infernali. Ho viaggiato
in lungo e in largo per Azeroth... s, amore mio, credo che potr gestire la
situazione da sola fino all'arrivo di Jalia.
Rhonin si chin e la baci. Allora far meglio ad avvertire Krasus che
mi unir a lui. Per essere un drago,  un tipo impaziente.
Si  caricato il peso del mondo sulle spalle.
Questa considerazione non convinse appieno il mago. Un drago immor-
tale era certo ben pi capace di affrontare crisi gravi, rispetto a un semplice
mortale in procinto di diventare padre.
Concentrandosi su un'immagine del drago nel suo momento di massimo
fulgore, Rhonin stabil un contatto con lui. "Va bene, Krasus, ti aiuter.
Dove dovremmo incontr..."
L'oscurit circond l'umano. In lontananza, ud la debole voce di Veree-
sa pronunciare il suo nome. Una sensazione di vertigine lo assal.
Improvvisamente, i suoi stivali risuonarono sulla dura roccia. Ogni giun-
tura del corpo vibr all'impatto e riusc a malapena a impedire alle sue
gambe di cedere.
Rhonin si ritrov dentro un'enorme caverna, chiaramente creata da qual-
cosa di pi che i meri capricci della natura. Il tetto era un ovale quasi per-
fetto e le pareti apparivano uniformemente brunite. Una fioca illuminazio-
ne gli permise di scorgere la solitaria figura in mantello che lo attendeva al
centro.
Be'... riusc a dire Rhonin. Immagino che il nostro incontro avvenga
qui.
Krasus punt l'affusolata mano guantata a sinistra. C' un involto con-
tenente razioni e acqua per te, proprio al tuo fianco. Prendilo e seguimi.
Ho a malapena avuto modo di congedarmi da mia moglie... brontol
Rhonin mentre prelevava la grossa sacca in pelle appendendosela sulle
spalle.
Hai tutta la mia comprensione rispose il drago incamminandosi. Ho
dato precise disposizioni affinch Vereesa non rimanga senza aiuto. Sar
in buone mani durante la nostra assenza.
A Rhonin bast ascoltare Krasus per pochi secondi per ricordare quanto
spesso quell'antica creatura facesse supposizioni su di lui senza nemmeno
attendere le sue decisioni. Krasus aveva dato per scontato l'assenso dell'u-
mano.
Il mago segu l'esile figura all'ingresso della caverna. Che Krasus avesse
spostato il suo nascondiglio dai tempi della guerra contro gli orchi era noto
a Rhonin, ma dove si fosse trasferito esattamente era tutt'altra faccenda. In
quel momento l'umano not che la caverna dominava dall'alto una catena
montuosa a lui familiare, poco lontana dalla sua terra. Diversamente dalla
catena di Kalimdor, quelle montagne trasmettevano un senso di bellezza
maestosa e non incutevano alcun timore.
Siamo quasi vicini di casa osserv con distacco.
Una pura coincidenza, ma ha reso possibile la tua venuta qui. Se ti a-
vessi cercato dal rifugio della mia regina, la formula magica sarebbe risul-
tata molto pi debole, ed  mia ferma intenzione conservare il pi possibile
il mio potere.
Il tono con cui si espresse priv Rhonin di qualunque traccia di ostilit.
Non aveva mai percepito una simile preoccupazione in Krasus. Hai men-
zionato Nozdormu, l'Aspetto del Tempo. Sei riuscito a rientrare in contatto
con lui?
No... ed  questo il motivo per cui dobbiamo prendere tutte le precau-
zioni possibili. Non possiamo utilizzare la magia per spostarci da un luogo
all'altro. Per farlo dovremo volare.
Ma se non usiamo la magia, come possiamo volare...
Krasus allarg le braccia... e cos facendo le trasform, munendole di
squame e artigli. Il suo corpo crebbe rapidamente di dimensioni, svilup-
pando due ali coriacee. Il volto stretto di Krasus si allung e si contorse,
diventando quello di un rettile.
Ovvio mormor Rhonin. Che stupido.
Korialstrasz il drago scrut verso il basso, in direzione del suo minusco-
lo compagno.
Sali pure, Rhonin. Dobbiamo andare.
L'umano obbed con riluttanza, ricordando da esperienze precedenti il
modo migliore per sedersi. Fece scivolare un piede sotto una squama color
cremisi, quindi si accucci in basso dietro il collo nodoso del drago, con le
dita che afferravano un'altra squama. Sebbene Rhonin fosse sicuro che Ko-
rialstrasz avrebbe fatto tutto il possibile per non farlo scivolare, l'umano
non voleva correre rischi. Non si poteva sapere quali esseri persino un dra-
go avrebbe potuto trovarsi ad affrontare nei cieli.
Le enormi ali palmate sbatterono una, due volte, poi di colpo il drago e il
suo passeggero si ersero alti nel firmamento. A ogni battito d'ala, percorre-
vano diverse miglia. Korialstrasz volava senza sforzo e Rhonin era in gra-
do di avvertire il flusso rapido del sangue del gigante. Bench passasse
molto del suo tempo nelle sembianze di Krasus, il drago si sentiva chiara-
mente a suo agio in volo.
Una folata di aria fredda invest la testa di Rhonin, facendogli rimpian-
gere di non aver avuto il tempo di prendere da casa il suo mantello. Si pie-
g leggermente in avanti e prov a sollevare la giacca, ma scopr con sor-
presa che l'indumento era provvisto di un cappuccio.
Guardando in basso, Rhonin si accorse di avere addosso un mantello da
viandante blu scuro e una lunga veste sopra i calzoni e la casacca. Senza
dire nemmeno una parola, il drago aveva reso i suoi indumenti pi adegua-
ti.
Cacciandosi il cappuccio in testa, Rhonin riflett su quel che sarebbe po-
tuto accadere loro. Cosa mai poteva preoccupare il Signore del Tempo in
quel modo? La minaccia pareva imminente e allo stesso tempo catastrofi-
ca... e senza dubbio molto pi pericolosa di quanto un mago mortale a-
vrebbe potuto affrontare.
Eppure, Korialstrasz si era rivolto a lui...
Rhonin sperava di potersi mostrare degno e non solo nei confronti del
drago... ma anche per la vita dei membri della sua famiglia.
Per quanto potesse sembrare impossibile, a un certo punto del viaggio
Rhonin si addorment profondamente. Nonostante ci, il mago non preci-
pit dalla sua posizione verso una morte sicura. Con questo Korialstrasz
aveva di sicuro qualcosa a che fare, anche se all'apparenza continuava a
volare senza sforzi.
Il sole era quasi tramontato. Rhonin stava per chiedere al suo compagno
se intendesse proseguire il viaggio durante la notte quando questi cominci
a scendere. Scrutando verso il basso, l'umano all'inizio avvist soltanto ac-
qua. Senza dubbio si trattava del Grande Mare. Non ricordava che i draghi
rossi si sentissero a proprio agio nell'acqua. Forse Korialstrasz intendeva
atterrare come un'anatra in mezzo al mare?
Un attimo dopo, la risposta alla sua domanda apparve sotto forma di una
sinistra roccia all'orizzonte. No... non una roccia, ma un'isola, quasi del tut-
to priva di vegetazione.
Una sensazione di terrore travolse Rhonin, simile a quella provata men-
tre attraversava il mare nella terra di Khaz Modali. Allora si era trovato a
cavalcare i grifoni dei nani, volteggiando sull'isola di Tol Barad, un luogo
maledetto invaso molto tempo addietro dagli orchi. Gli abitanti dell'isola
erano stati massacrati, le loro case devastate e i sensi acuti del mago ave-
vano percepito i loro spiriti gridare vendetta.
In quel momento, Rhonin avvert le stesse grida, lugubri e terribili.
Rhonin url verso il drago, ma il vento spazz via le sue parole o Ko-
rialstrasz scelse di non ascoltarlo. Le ali palmate si assestarono, rallentan-
do la discesa su un dolce pendio.
Si fermarono in cima a un promontorio che si affacciava su una serie di
ombrose costruzioni in rovina. Essendo troppo piccole per formare una cit-
t, Rhonin intu che un tempo avessero costituito un fortilizio. In ogni ca-
so, gli edifici proiettavano un'immagine minacciosa che non faceva che
rafforzare le preoccupazioni del mago.
Fra quanto ci rimetteremo in viaggio? chiese a Korialstrasz, sperando
ancora che il drago intendesse unicamente riposarsi un poco prima di pro-
seguire per Kalimdor.
Non prima dell'alba. Dobbiamo passare vicino al Maelstrom per rag-
giungere Kalimdor e per farlo avremo bisogno delle nostre piene facolt
mentali e di tutta la forza che possediamo. Questa  la sola isola che ho
avvistato da diverso tempo.
Com' chiamata?
Questo lo ignoro.
Korialstrasz si appoggi al suolo, permettendo a Rhonin di scendere.
L'umano si allontan alcuni passi dal suo compagno e lanci un'ultima oc-
chiata ai ruderi, prima che l'oscurit li avvolgesse.
Qui  accaduto qualcosa di tragico osserv Korialstrasz all'improvvi-
so.
Lo senti anche tu?
S... ma non so dire di cosa si tratti. Tuttavia, dovremmo essere al sicu-
ro quass. Non ho alcuna intenzione di trasformarmi.
Ci confort Rhonin, ma prefer comunque mantenersi il pi vicino pos-
sibile al drago. Nonostante la sua reputazione di individuo imprudente, non
era uno stupido. Nulla lo avrebbe attirato verso quelle rovine.
Il suo mastodontico compagno si mise subito a dormire, lasciando l'an-
cor pi agitato Rhonin a fissare il cielo notturno. L'immagine di Vereesa
riemp subito i suoi pensieri. I gemelli sarebbero nati a breve e il mago
sperava di non mancare all'evento a causa del viaggio. La nascita era in s
una magia, di una specie che Rhonin non era in grado di dominare.
Pensare alla sua famiglia allent la tensione che provava e, prima di ren-
dersene conto, scivol nel sonno. In quello stato, Vereesa e i gemelli con-
tinuarono a tenergli amorevolmente compagnia, sebbene non conoscesse
ancora il sesso dei nascituri.
Vereesa svan sullo sfondo, lasciando Rhonin da solo con i gemelli. I fi-
gli lo chiamavano, pregandolo di avvicinarsi a loro. Nel sogno, Rhonin si
mise a correre per la campagna, con i bambini che diventavano delle sa-
gome sempre pi distanti all'orizzonte. Quello che era cominciato come un
gioco si trasform in una caccia. I richiami dei figli, in precedenza giocosi,
si fecero spaventati. I gemelli avevano bisogno di lui, ma prima doveva
trovarli... e alla svelta.
"Pap! Pap!" giunsero le voci.
"Dove siete? Dove siete?" Il mago si inoltr lungo un groviglio di rami
che sembrava farsi pi fitto mano a mano che procedeva. Infine Rhonin
riusc a penetrarvi, scoprendo cos un castello gigantesco.
Dall'alto, i suoi figli continuavano a chiamarlo. Rhonin vide le loro figu-
re distanti che cercavano di raggiungerlo e lanci un incantesimo per li-
brarsi nell'aria, ma il castello cresceva all'unisono con i suoi sforzi.
Abbattuto, il mago si affann per sollevarsi pi in fretta.
"Pap! Pap!" chiamavano le voci, ora leggermente distorte dal vento.
Alfine Rhonin riusc ad avvicinarsi alla finestra della torre dove le due
ombre lo attendevano. Avevano le braccia tese, e cercavano di colmare la
distanza con il padre. Le dita del mago giunsero quasi a sfiorare le loro...
E improvvisamente una forma enorme s'install dentro il castello, scuo-
tendolo fin dalle fondamenta, facendo rotolare Rhonin e i figli a terra. Il
padre cerc disperatamente di salvarli, ma una mano mostruosa lo afferr
allontanandolo.
"Svegliati! Svegliati!"
La testa del mago prese a pulsare forte. Ogni cosa attorno a lui cominci
a vorticare. La mano lasci la presa e di nuovo l'umano precipit gi.
"Rhonin! Ovunque tu sia! Svegliati!"
Sotto di lui, due figure scure si affrettavano per raggiungerlo... ora erano
i suoi figli che cercavano di salvargli la vita. Rhonin sorrise loro e i due
sorrisero a loro volta.
Sorrisero mostrando denti aguzzi e maligni.
E, appena in tempo, Rhonin finalmente si svegli.
Invece di cadere, il mago si distese sulla schiena. Le stelle sopra di lui
gli rivelarono che tutt'attorno adesso c'erano le rovine di un edificio sco-
perchiato. Un odore umido di putrefazione aggred le sue narici e un rumo-
re sibilante e tremendo assal le sue orecchie.
Sollev la testa e si ritrov a fissare una faccia mostruosa.
Se qualcuno avesse preso un teschio umano e lo avesse immerso nella
cera fusa, lasciandola poi gocciolare liberamente, avrebbe ottenuto qualco-
sa di molto simile all'apparizione raccapricciante che Rhonin aveva di
fronte a s. Aggiungendo a questo ritratto una bocca colma di denti acumi-
nati e orbite rosse prive di vita che fissavano affamate il mago, il quadro di
quell'orrore infernale sarebbe stato completo.
La creatura si mosse in direzione di Rhonin su gambe eccessivamente
lunghe e stese le braccia ossute che terminavano in tre dita ricurve con le
quali scavava nella pietra gi devastata. Su queste macabre fattezze, indos-
sava i resti laceri di un abito un tempo regale e un paio di calzoni. L'essere
era cos sottile che Rhonin all'inizio pens non fosse fatto di carne, ma poi
not che uno strato di pelle semitrasparente ricopriva le costole e altre aree
visibili.
Il mago fece uno scatto all'indietro proprio nell'istante in cui il mostro
gli afferrava un piede. La bocca incrostata di bava si apr, ma al posto di un
sibilo o di un ringhio, ne usc una voce infantile.
Pap!
La stessa voce del sogno.
Rhonin trem nell'udire un simile suono provenire dal ghoul, ma allo
stesso tempo il grido suscit in lui un forte impulso paterno. Di nuovo gli
sembr che i suoi figli l'avessero chiamato, cosa impossibile.
Un ruggito lacerante improvvisamente risuon nell'intero edificio diroc-
cato, estirpando ogni impulso di gettarsi fra i letali artigli della belva per
abbracciarla. Rhonin fiss la creatura, mormorando fra s.
Un anello di fuoco circond la bestia spettrale, che prese a urlare e balz
in aria con tutta la forza che i suoi goffi arti le concedevano, tentando di
superare le fiamme.
Rhonin! Korialstrasz url dall'esterno. Dove sei?
Qui! Sono qui! In un edificio senza pi il tetto!
Mentre rispondeva, il mago vide la scheletrica creatura gettarsi nel cer-
chio di fuoco.
Con le fiamme che lambivano il suo corpo in pi punti, la belva apr le
fauci ben oltre l'immaginabile, abbastanza da inghiottire la testa di Rhonin.
Prima che il mago potesse lanciare un altro incantesimo, un'ombra e-
norme oscur le stelle e una grossa zampa prese in pieno il mento del
ghoul. Gettando un nuovo urlo, l'essere abominevole ancora in fiamme vo-
l verso la parte opposta della stanza, andando a sfracellarsi contro il muro
con tale forza che le pietre gli crollarono addosso sollevando una nuvola di
polvere.
Un alito di fuoco di drago concluse quanto innescato dall'incantesimo di
Rhonin.
Il fetore quasi travolse il mago. Coprendosi il naso e la bocca con una
manica del mantello, Rhonin osserv Korialstrasz scendere a terra.
Che... che cos'era quella creatura? Rhonin riusc a dire a fatica.
Perfino al buio, fu in grado di percepire la ripugnanza dell'immenso dra-
go. Credo... credo che fosse una delle creature che un tempo dimoravano
qui.
Rhonin fiss la carcassa carbonizzata. Quella cosa un tempo era uma-
na? Come pu essere?
Durante la lotta contro la Legione Infuocata hai assistito alle mostruosi-
t scatenate dal Flagello dei Non-morti. Non hai bisogno di spiegazioni.
 opera loro?
Korialstrasz emise un profondo sospiro. Era rimasto turbato da quell'in-
contro tanto quanto Rhonin. No...  qualcosa di molto pi antico... e per-
fino pi sacrilego del Re dei Lich.
Kras... Korialstrasz, quella creatura  entrata nei miei sogni! Li ha ma-
nipolati!
Lo so, le altre hanno cercato di fare lo stesso con me...
Le altre? Rhonin si guard intorno, gi pronto a lanciare un altro in-
cantesimo. Era certo che le rovine pullulassero di demoni.
Siamo al sicuro... per il momento. Molti sono pi piccoli di quello che
abbiamo ucciso e altri sono sparpagliati in ogni crepaccio o fessura di que-
sti luoghi. Sono convinto che qui sotto ci siano delle catacombe dove van-
no a dormire quando non perseguitano le loro vittime.
Non possiamo restare qui.
No concord il drago. Non  possibile. Dobbiamo proseguire per Ka-
limdor.
Si abbass per permettere a Rhonin di salire sulla sua schiena, poi si mi-
se immediatamente a sbattere le ali. La coppia si sollev nel cielo cupo.
Quando avremo compiuto la nostra missione, torner qui e porr fine a
questa nefandezza sentenzi Korialstrasz. Con tono meno solenne, ag-
giunse: Ci sono fin troppe nefandezze nel mondo.
Rhonin non rispose, e gett invece un ultimo sguardo in basso. Poteva
trattarsi di un'illusione ottica, ma gli sembr di scorgere altri ghoul, ora che
se ne erano andati. In effetti, gli sembr che si fossero radunati a gruppi, e
che guardassero affamati nella loro direzione.
Rhonin distolse lo sguardo, provando un'autentica felicit nell'essere di-
retto a Kalimdor. Senza dubbio, dopo una notte come quella, qualsiasi cosa
fosse loro accaduta difficilmente sarebbe stata peggiore.
Senza dubbio...
Capitolo tre
Korialstrasz raggiunse le rive di Kalimdor in serata. Lui e Rhonin si
fermarono solo per mangiare - il drago si nutr lontano dalla vista dell'u-
mano - poi si rimisero in viaggio diretti verso la catena montuosa che rico-
priva gran parte delle regioni occidentali del paese. Korialstrasz vol con
impeto crescente mano a mano che si avvicinavano alla loro meta. Non a-
veva riferito a Rhonin che di tanto in tanto cercava di mettersi in contatto
con Nozdormu... ma senza esito. Presto, per, ci non avrebbe pi avuto
importanza, poich avrebbero scoperto di persona ci che aveva preoccu-
pato cos tanto l'Aspetto del Tempo.
Quella vetta! esclam Rhonin. Nonostante avesse dormito ancora, non
si sentiva molto riposato. Altri incubi riguardanti l'isola tenebrosa avevano
disturbato i suoi sogni. Conosco quella vetta!
Il drago assent con la testa. Era l'ultimo punto di riferimento noto. Se
non l'avesse notato nello stesso istante del suo passeggero, avrebbe co-
munque percepito l'anomalia alterare la struttura della realt... e ci signi-
ficava certamente che qualcosa di terribile li attendeva.
Nonostante quella consapevolezza, il gigante alato prosegu con maggior
velocit. Non c'era altra scelta. Qualsiasi difficolt si fosse verificata, i soli
in grado di affrontarla erano lui e la piccola figura umana che trasportava.
Quando per i loro sguardi acuti riuscirono ad avvistare la destinazione,
non si accorsero che qualcun altro li aveva individuati.
Un drago rosso... brontol il primo orco. Un drago rosso con un pas-
seggero...
 dei nostri, Brox? chiese il secondo.  un altro orco?
Brox sbuff alla domanda del compagno. L'altro orco era giovane, trop-
po giovane per aver combattuto contro la Legione, e non poteva certo ri-
cordare quando erano stati gli orchi, non gli umani, a cavalcare siffatte
creature. Gaskal lo aveva appreso dai racconti, dalle leggende. Gaskal,
sciocco che non sei altro! Di questi tempi l'unico modo in cui un drago po-
trebbe trasportare un orco con s sarebbe portandolo dentro il suo stoma-
co!
Gaskal scroll le spalle con noncuranza. Era in tutto e per tutto il tipico
guerriero orco, alto e muscoloso, dalla pelle ruvida e verdastra e con due
zanne ben proporzionate che spuntavano dall'ampia mascella inferiore.
Aveva il naso schiacciato e le sopracciglia folte e spesse tipiche della sua
razza, con una criniera di capelli neri che gli scivolava gi fino alle spalle.
Con una mano tozza Gaskal sollev l'enorme ascia da guerra, mentre con
l'altra afferr la cinghia della sacca in pelle di capra. Come Brox, indossa-
va uno spesso mantello di pelliccia sotto il quale aveva un gonnellino in
cuoio e sandali avvolti da stoffa per trattenere il calore. Razza coraggiosa,
gli orchi erano capaci di sopravvivere a qualsiasi elemento naturale, ma in
alta montagna perfino individui come loro avevano bisogno di coprirsi
meglio.
Anche Brox era un guerriero valoroso, ma il tempo si era abbattuto su di
lui come nessun nemico era mai stato in grado di fare. Era pi basso di di-
versi centimetri rispetto a Gaskal, in parte perch camminava sempre un
po' curvo. Le sue chiome si erano fatte rade e grigie. Rughe e cicatrici ave-
vano aggredito il suo volto e, diversamente dal suo compagno pi giovane,
la tipica espressione entusiasta aveva ceduto il passo a una profonda diffi-
denza e alla stanchezza.
Sollevando l'ascia da guerra ormai consunta, Brox s'incammin a fatica
nella neve fitta. Sono diretti nello stesso luogo in cui andremo noi.
Da cosa lo deduci?
Dove altro potrebbero andare, trovandosi da queste parti?
Non avendo nulla da ribattere, Gaskal rimase in silenzio, dando a Brox
l'opportunit di riflettere sul motivo che aveva condotto entrambi in quel
posto desolato.
Lui non era l quando il vecchio sciamano si era recato da Thrall per
chiedere immediata udienza, ma era venuto a conoscenza dei particolari.
Ovviamente, Thrall aveva acconsentito, poich si atteneva strettamente al-
le vecchie usanze e considerava Kalthar un saggio consigliere. Se Kalthar
aveva bisogno di vederlo all'istante, poteva essere soltanto per un motivo
di eccezionale gravit.
Con l'aiuto di due guardie di Thrall, l'avvizzito Kalthar entr e si mise a
sedere di fronte all'imponente Signore della guerra. Per rispetto nei con-
fronti dell'anziano, Thrall si sedette sul pavimento a gambe incrociate, in
modo che lo sguardo di entrambi fosse allo stesso livello. Sul lato opposto
rispetto a Thrall si trovava il massiccio martello da guerra Doomhammer,
castigo dei nemici dell'Orda per intere generazioni.
Il nuovo comandante degli orchi aveva spalle ampie e corporatura mu-
scolosa, ed era relativamente giovane per la carica che ricopriva. Nessuno
comunque metteva in dubbio le sue doti di governo. Aveva liberato gli or-
chi dai campi di prigionia, restituendo loro l'orgoglio e l'onore. Poi aveva
stipulato un patto con gli umani che aveva permesso all'Orda di ricomin-
ciare daccapo. La popolazione gi intonava canti in suo onore che sarebbe-
ro stati tramandati di padre in figlio.
Con addosso una spessa corazza nera con incisioni in bronzo, donatagli
insieme alla grossa arma dal suo predecessore, il leggendario Ogrim Do-
omhammer, il pi valoroso fra i guerrieri chin il capo chiedendo umil-
mente: In che modo posso esservi di aiuto, o venerabile che mi onorate
della vostra presenza?.
Unicamente ascoltandomi replic Kalthar. E con estrema attenzio-
ne.
Il Signore della guerra si chin in avanti e i suoi incredibili occhi di un
azzurro rarissimo, considerati un presagio del destino dal suo popolo, si
socchiusero con trepidazione. Nell'itinerario da schiavo a gladiatore e infi-
ne a capo della sua gente, Thrall aveva intrapreso il cammino dello scia-
manesimo, riuscendo a eccellere in diverse abilit. Era in grado di com-
prendere meglio della maggior parte degli altri che, se Kalthar si esprime-
va in siffatta maniera, aveva le sue buone ragioni.
E cos lo sciamano rifer a Thrall della sua visione sul vortice e di come
il tempo sembrasse manovrato da quell'entit. Gli rifer delle voci, dei loro
avvertimenti e dell'anomalia che aveva percepito.
Spieg a Thrall ci che temeva sarebbe accaduto se non si fosse posto
un freno alla situazione.
Non appena Kalthar ebbe finito, il Signore della guerra si ritrasse. Porta-
va al collo un unico medaglione, sul quale erano state incise in oro un'ascia
e un martello. Il suo sguardo rivelava la prontezza, l'arguzia e l'intelligenza
che facevano di lui un capo valido e rispettato. Quando si muoveva, non lo
faceva goffamente come un orco qualsiasi, ma con una grazia e un porta-
mento pi simili a quelli di un umano o di un elfo.
Ha l'aria di trattarsi di magia mormor. Una grande magia. Qualcosa
da sottoporre agli stregoni... forse.
Potrebbero gi esserne a conoscenza, probabilmente ribatt Kalthar.
Ma non possiamo permetterci di attendere il loro intervento, mio grande
Signore della guerra.
Thrall comprese. Vorreste che inviassi qualcuno nel luogo che avete
veduto?
Sarebbe estremamente opportuno. Almeno sapremmo con cosa abbia-
mo a che fare.
Il Signore della guerra si sfreg il mento. Credo di sapere chi mandare.
Un bravo guerriero. Poi volse lo sguardo verso le guardie. Brox! Porta-
temi Brox!
Cos, Brox era stato convocato e messo al corrente della sua missione.
Thrall nutriva un profondo rispetto per Brox, poich il guerriero pi anzia-
no era stato un eroe durante l'ultima guerra e l'unico sopravvissuto di un
gruppo di valorosi che avevano combattuto contro i demoni in difesa di un
valico cruciale. Con la sua ascia da battaglia, Brox aveva fracassato il cra-
nio a pi di un centinaio di feroci nemici. Il suo ultimo compagno era mor-
to dopo esser stato tranciato in due proprio mentre i rinforzi giungevano
per risolvere la situazione. Pieno di cicatrici, coperto di sangue e solo in
mezzo alla carneficina, Brox era apparso ai nuovi venuti come una visione
materializzatasi dalle antiche leggende della sua razza. Il suo nome diven-
ne onorato quasi quanto quello di Thrall.
Ma era qualcosa di pi della reputazione del veterano a suscitare il ri-
spetto del Signore della guerra e ad aver fatto ricadere la scelta proprio su
di lui. Thrall sapeva che Brox gli assomigliava: un guerriero che combat-
teva con la mente oltre che con le braccia. Il capo degli orchi non poteva
inviare un intero esercito sulle montagne. Doveva affidare la ricerca a uno
o due combattenti esperti, capaci poi di riferirgli quel che avevano scoper-
to.
Gaskal venne scelto come accompagnatore di Brox per via della rapidit
e assoluta diligenza con cui eseguiva gli ordini. Il giovane orco faceva par-
te di una nuova generazione che sarebbe cresciuta in un'epoca di relativa
pace con le altre razze. Brox fu lieto di avere al suo fianco l'abile combat-
tente.
Lo sciamano aveva descritto in maniera talmente precisa la strada per
inoltrarsi sui monti che la coppia di guerrieri era in netto anticipo rispetto
al tempo previsto. In base ai calcoli di Brox, la destinazione si trovava
proprio al di l del successivo crinale... nel punto esatto in cui il drago e
l'umano erano scomparsi.
Brox serr la stretta sull'ascia. Gli orchi avevano accettato la pace, ma se
fosse stato necessario lui e Gaskal avrebbero combattuto fino alla morte.
Il guerriero pi anziano scacci a forza il truce sogghigno che stava per
allargarsi sul suo volto come conseguenza quell'ultimo pensiero. S, era
pronto a combattere fino alla morte. Ci di cui Thrall era all'oscuro nel
condurre a s l'eroe di guerra era che Brox soffriva di un terribile senso di
colpa, che aveva corroso la sua anima fin dal momento del massacro avve-
nuto al valico.
Erano tutti morti, tutti tranne lui, e Brox non riusciva a capirne il motivo.
Si sentiva colpevole per essere rimasto in vita, per non essere perito valo-
rosamente con i suoi compagni. Ai suoi occhi, essere ancora vivo era mo-
tivo di vergogna e di fallimento, per non aver saputo donare tutte le forze,
come gli altri avevano fatto. Da allora, Brox aveva atteso e sperato in
un'opportunit per riscattarsi. Per riscattarsi... e morire.
Forse, adesso, il fato gli avrebbe finalmente concesso quell'opportunit.
Sbrigati! ordin a Gaskal. Possiamo raggiungerli prima che si metta-
no al sicuro! In quel momento si concesse un ampio ghigno, che il suo
compagno interpret come segnale del tipico entusiasmo orchesco. Se ci
daranno problemi... gli faremo capire che l'intera Orda si  di nuovo scate-
nata!
Se l'isola su cui erano approdati sembrava un luogo spaventoso, il valico
tra i monti in cui stavano scendendo in quel momento era semplicemente
sbagliato. Questa era l'espressione pi esatta che Rhonin riusc a trovare
per descrivere le sensazioni che gli scorrevano dentro. Qualsiasi cosa stes-
sero cercando... non doveva trovarsi l. Era come se la struttura intrinseca
della realt avesse compiuto un errore tremendo...
L'intensit delle sue percezioni era tale che il mago, che in passato aveva
gi fronteggiato ogni incubo immaginabile, desiderava che il drago tornas-
se indietro. Ma non disse nulla, ricordando il modo in cui aveva rivelato le
proprie incertezze sull'isola. Korialstrasz poteva anche pentirsi di essersi
rivolto a lui.
Il drago cremisi inarc le ali nell'affrontare l'ultimo tratto. Le sue enormi
zampe affondarono nella neve nel cercare un'area solida su cui posarsi.
Rhonin si aggrapp stretto al collo del gigante alato. Sent ogni fremito
nei movimenti dell'altro e sper che la sua presa fosse salda. La sacca and
a sbattergli contro la schiena, colpendolo ripetutamente.
Infine, Korialstrasz si ferm. Il volto del rettile si gir in direzione di
Rhonin. Tutto bene?
S... non potrei star meglio! disse Rhonin con affanno. Aveva gi vo-
lato in sella ai draghi, ma mai cos a lungo.
Korialstrasz forse intu che il suo passeggero era ancora stanco, o forse
lui stesso aveva bisogno di riposarsi dopo aver affrontato un simile percor-
so. Rimarremo qui per alcune ore, in modo da recuperare le forze. Non
avverto nessun mutamento nelle energie circostanti. Dovremmo avere
tempo a sufficienza per riprenderci.  la scelta pi saggia da compiere.
Non oser contraddirti rispose Rhonin scivolando gi dalla schiena
del drago.
Il vento soffiava aspro sulle montagne e le alte vette gettavano molta
ombra, ma con l'aiuto di un pizzico di magia e creando una sporgenza, il
mago fece in modo di tenersi sufficientemente al caldo. Mentre Rhonin
provava a sciogliere i muscoli indolenziti, Korialstrasz si diresse verso il
valico, per ispezionare la zona. Il drago svan in lontananza all'altezza di
un'ansa.
Con il cappuccio calcato sulla testa, Rhonin si mise a sonnecchiare.
Questa volta, i suoi pensieri pullulavano di immagini positive... immagini
autentiche di Vereesa e della nascita imminente. Il mago sorrise, pensando
al ritorno a casa.
Si risvegli al rumore di qualcuno che si avvicinava. Sorpreso, vide che
non era il drago Korialstrasz, ma la figura incappucciata di Krasus.
In risposta allo sguardo allibito dell'umano, il mago drago spieg: Ci
sono diverse aree cedevoli qui attorno.  meno probabile che la mia sem-
bianza attuale possa farle crollare. Posso sempre trasformarmi di nuovo, se
dovesse verificarsene la necessit.
Hai scoperto qualcosa?
Il volto simil-elfco di Krasus si contrasse. Sento la presenza dell'A-
spetto del Tempo.  qui e tuttavia non  qui. La cosa mi turba.
Dovremmo forse cominciare a...
Ma prima che Rhonin potesse finire di parlare, un orrendo ululato rie-
cheggi fragorosamente per tutta la catena montuosa. Quel suono mise il
mago in allerta. Perfino Krasus aveva l'aria allarmata.
Che cos'era? chiese Rhonin.
Non lo so. Krasus si dest. Dovremmo andarcene. La nostra destina-
zione non  molto lontana.
Non voleremo?
Sento che quello che cerchiamo  nello stretto passaggio fra le monta-
gne ormai prossime. Un drago non sarebbe in grado di entrarvi, ma due
piccoli viaggiatori s.
Con Krasus a far da guida, i due si diressero a nord. Il compagno di
Rhonin sembrava indifferente al freddo, sebbene l'umano fosse costretto a
rafforzare l'incantesimo protettivo sui suoi vestiti. Ciononostante, percep
comunque l'aria gelida sul viso e sulle mani.
Poco dopo, giunsero all'ingresso del valico menzionato da Krasus. Rho-
nin cap ci che l'altro intendeva: il valico era poco pi ampio di un corri-
doio stretto in una morsa. Sei uomini avrebbero potuto passarvi uno di
fianco all'altro senza difficolt, ma un drago sarebbe riuscito a malapena a
infilarvi la testa. Le pareti alte e ripide creavano inoltre ombre incredibil-
mente fitte, che indussero Rhonin a chiedersi se avrebbero avuto bisogno
di una fonte di illuminazione lungo il cammino.
Krasus prosegu invece senza esitazioni, sicuro del percorso da compie-
re. Si mosse sempre pi rapidamente, come posseduto.
Il vento ulul ancora pi ferocemente nel budello naturale, facendosi pi
intenso mano a mano che procedevano. Essendo un semplice uomo, Rho-
nin dovette sforzarsi per stare al passo con il maestro di un tempo.
Manca molto? chiese infine.
No. Si trova a pochi... Krasus s'interruppe.
Cosa c'?
Krasus si concentr su se stesso, aggrottando le sopracciglia. Non ...
non  pi nel punto in cui dovrebbe trovarsi.
Si  spostata?
Cos pare.
E sarebbe in grado di fare una cosa del genere? domand l'umano dai
capelli color fuoco, gettando un'occhiata furtiva all'oscuro sentiero davanti
a loro.
Tu hai l'errata convinzione che io sappia con esattezza cosa ci accadr,
Rhonin. Ma in realt ne so poco pi di te.
Ci non piacque affatto all'umano. Cosa suggerisci di fare, dunque?
Lo sguardo di Krasus divamp letteralmente, meditando su quella do-
manda. Proseguiamo. Non c' altro da fare.
Ma a pochi passi di distanza, si trovarono di fronte un nuovo tipo di o-
stacolo, che Krasus non era riuscito a individuare mentre volava in alto nel
cielo. Il valico si biforcava e, sebbene fosse possibile che i tracciati si ri-
congiungessero in seguito, i due non potevano comunque esserne certi.
Krasus fiss i sentieri. Entrambi conducono vicino alla nostra destina-
zione, ma non riesco a capire quale sia il pi breve. Dobbiamo esaminarli
tutti e due.
Ci separiamo, dunque?
Preferirei di no, ma siamo costretti a farlo. Percorreremo ciascuno cin-
quecento passi in avanti, poi ci volteremo per tornare qui e rincontrarci.
Nella speranza di esserci fatti un'idea pi precisa su quale sentiero sceglie-
re.
Imboccando il sentiero di sinistra, Rhonin segu le indicazioni di Krasus.
Mentre contava i passi, si rese conto in fretta che la sua scelta poteva esse-
re quella giusta. Non soltanto procedendo il sentiero si faceva pi ampio,
ma all'umano sembr anche di percepire la perturbazione in maniera pi
netta. Sebbene Krasus avesse una capacit di analisi pi acuta della sua,
perfino un mago apprendista era in grado di percepire l'irregolarit che
permeava la regione al di l del sentiero.
Eppure, nonostante si fidasse della propria scelta, Rhonin non si era an-
cora voltato indietro. La curiosit lo spingeva a proseguire. Senz'altro, al-
cuni passi in pi non avrebbero comportato conseguenze...
Ne aveva appena compiuto un altro, quando avvert qualcosa di insolito
e piuttosto fastidioso. Rhonin si ferm, cercando di capire che cosa rende-
va differente l'anomalia.
L'entit si muoveva, ma c'era anche qualcos'altro che rendeva l'umano
apprensivo.
L'entit si muoveva verso di lui... e con rapidit.
La percep ancor prima di vederla e sent come se il tempo intero si fosse
compresso, per poi espandersi e comprimersi di nuovo. Rhonin divent
vecchio, giovane, poi visse ogni tappa intermedia dell'esistenza. Sopraffat-
to, il mago esit.
L'oscurit che aveva di fronte lasci spazio a una miriade di colori, alcu-
ni dei quali mai visti prima. Un'esplosione continua di energia primordiale
invase sia l'aria trasparente sia la roccia solida, innalzandosi fino ad altezze
inimmaginabili. La mente mortale di Rhonin riusc a visualizzare l'energia
nell'immagine di un fiore fiammeggiante e indistinto che fioriva, svaniva e
rifioriva di continuo... e a ogni fioritura diventava sempre pi imponente.
Non appena l'entit gli si avvicin, Rhonin riusc finalmente a riprendere
i sensi. Voltandosi di scatto, il mago si mise a correre.
Suoni aggredirono le sue orecchie. Voci, musica, tuoni, uccelli, acqua...
ogni cosa...
Senza dubbio, Krasus doveva aver percepito l'ultimo mutamento avve-
nuto. Probabilmente si stava affrettando per andargli incontro. Insieme, a-
vrebbero escogitato un modo per...
Un atroce ululato riecheggi nel valico.
Una sagoma massiccia con otto zampe, simile a quella di un lupo, atterr
su Rhonin. Chiunque altro sarebbe perito all'istante, sbranato dalle zanne
aguzze della belva selvaggia. La mostruosa creatura lo ridusse a terra, ma
Rhonin, avendo protetto i suoi abiti con un incantesimo per ripararsi me-
glio dagli elementi, si rivel un nemico difficile da sopraffare. Invece di
lacerargli la carne con facilit come avrebbero dovuto, gli artigli graffiaro-
no il mantello del mago, non ottenendo altro che un'unghia staccata.
Con il pelo grigio completamente ritto, la belva si sfog in un urlo di
frustrazione. Rhonin sfrutt l'opportunit lanciando un semplice ma effica-
ce incantesimo, che gli era gi tornato utile in passato.
Una successione sgradevole di luci esplose davanti alle orbite color sme-
raldo della bestia, accecandola e facendola trasalire. La creatura indietreg-
gi, colpendo senza esito i disegni luminosi del sortilegio.
Allontanandosi dalla presa della bestia, Rhonin si alz. Non c'era alcuna
possibilit di combattere; l'unica cosa da fare era lasciar perdere del tutto la
creatura, visto che l'incantesimo protettivo si stava ormai affievolendo. Po-
chi altri colpi e gli artigli lo avrebbero lacerato fin nelle ossa.
Il fuoco si era rivelato efficace contro il ghoul dell'isola e non c'era mo-
tivo perch quello stesso incantesimo non dovesse funzionare ora. Cos
mormor le parole...
Che, inesplicabilmente, gli uscirono al contrario. Ancor peggio, Rhonin
si ritrov a muoversi all'indietro, tornando verso i feroci artigli della bestia
accecata.
Il Tempo si era riavvolto su se stesso... ma come era potuto accadere?
La risposta si materializz in un punto del valico. L'anomalia descritta
da Krasus lo aveva raggiunto.
Immagini spettrali volteggiarono davanti ai suoi occhi: cavalieri diretti
in battaglia; un banchetto di nozze; una tempesta in pieno oceano; orchi
che intonavano canti di guerra attorno al fuoco; strane creature che mar-
ciavano in battaglia...
Improvvisamente, Rhonin fu di nuovo in grado di spostarsi fuori dalla
portata della belva. Poi si volt per affrontarla ancora. Questa volta, non
ebbe esitazioni e lanci il suo incantesimo.
Le fiamme divamparono sotto forma di un'enorme mano, ma non appena
si avvicinarono alla creatura mostruosa, rallentarono... poi si fermarono,
come congelate nel tempo.
Imprecando, Rhonin cominci a recitare un nuovo incantesimo.
Il mostro a otto zampe si gett nell'anello di fuoco, urlando mentre at-
taccava l'umano.
Rhonin lanci l'incantesimo.
La terra sotto le zampe del mostro esplose, seppellendolo sotto una tem-
pesta di melma.
Una spessa crosta si deposit sulle gambe e sul torace della bestia. La
sua bocca si serr, sigillata da uno strato di terra solido come roccia. Uno
dopo l'altro, i quattro occhi della creatura si ricoprirono di una pellicola di
polvere.
A pochi metri di distanza dalla sua vittima, il mostro si blocc. Appariva
ormai come una statua completamente paralizzata dall'effetto di un incan-
tesimo.
In quel momento, la voce di Krasus invase i pensieri di Rhonin.
"Finalmente!" il drago lo invoc. "Rhonin... la perturbazione si sta e-
spandendo! Ti ha quasi raggiunto!"
Distratto dalla belva, l'umano non aveva notato l'anomalia. Appena lo
fece, spalanc gli occhi.
L'anomalia riempiva un'area dieci volte pi alta e senza dubbio dieci
volte pi vasta del valico. La dura roccia non costituiva alcun impedimen-
to; l'anomalia vi passava semplicemente attraverso, come se non esistesse.
Tuttavia, al suo passaggio mutava anche l'ambiente circostante. Alcune
rocce sembravano erose dai millenni, mentre altre apparivano come appe-
na partorite dai titani. I mutamenti peggiori parevano verificarsi nei punti
lambiti dalle estremit del fiore infuocato.
Rhonin non volle pensare a cosa gli sarebbe accaduto se l'entit l'avesse
toccato.
Riprese nuovamente a correre.
"Per motivi che non riesco a comprendere l'anomalia  cresciuta e si 
spostata rapidamente" prosegu Krasus. "Temo che non far in tempo a
raggiungerti! Devi lanciare un incantesimo di teletrasporto!"
"La mia magia non funziona come dovrebbe!" rispose l'umano. "L'ano-
malia la disturba!"
"Rimarremo in contatto! Ci dovrebbe aiutarti a rafforzare l'incantesi-
mo! Ti condurr verso di me, cos potremo riunirci!
A Rhonin non piaceva l'idea di recarsi con il teletrasporto in luoghi che
non aveva mai visto, con il rischio implicito di finire bloccato in mezzo al-
la pietra, ma con Krasus in diretto contatto telepatico, l'impresa sarebbe
stata molto pi semplice.
Si concentr su di lui, visualizzando l'immagine del drago. L'incantesi-
mo inizi a prendere forma. Rhonin sent ruotare il mondo attorno a s.
Inaspettatamente il bocciolo fiammeggiante si ingrand quasi del doppio.
Rhonin si accorse del perch troppo tardi. L'anomalia stava reagendo
all'uso della magia... la sua magia. L'umano avrebbe voluto interrompere
l'incantesimo, ma ormai era troppo tardi.
"Krasus! Interrompi il contatto! Spezzalo prima che sia..."
L'anomalia lo fagocit.
"Rhonin?"
Ma Rhonin non poteva rispondergli. Rotol su se stesso, sballottato da
una parte e dall'altra come una foglia in mezzo a un tornado. A ogni rota-
zione del mondo attorno a s, Rhonin volava sempre pi veloce. Di nuovo
i suoni e le visioni lo aggredirono. Vide passato, presente e futuro, com-
prendendo ciascuno di essi per ci che era. Vide di sfuggita la belva pietri-
ficata sfrecciargli accanto furiosamente, in quello che poteva unicamente
essere descritto come un vortice nelle maglie del Tempo.
Altri oggetti sparsi volarono attorno a lui e perfino altre creature. Un'in-
tera nave con le vele distrutte e lo scafo spaccato all'altezza della prua s'in-
nalz, svanendo nell'aria. Poi venne un albero sul quale era ancora appolla-
iato uno stormo di uccelli. In lontananza, un kraken alto quindici metri fe-
ce per raggiungere Rhonin senza riuscire a trascinarlo con s, prima di
scomparire insieme al resto.
Da un luogo imprecisato giunse la voce debole di Krasus: "Rhonin...".
L'umano replic, ma non ci fu alcuna risposta.
Il gorgo travolse il suo sguardo.
E mentre veniva risucchiato, Rhonin pens un'ultima volta a Vereesa e
ai figli che non avrebbe mai conosciuto.
Capitolo quattro
Percep la lenta ma costante crescita di foglie, rami e radici. Percep la
saggezza senza tempo e gli eterni pensieri che vi erano contenuti. Ciascun
albero possedeva una propria personalit, come gli altri esseri viventi.
"Costoro sono i custodi della foresta" gli giunse alle orecchie la voce del
suo mentore. "Rappresentano il suo spirito tanto quanto me. Essi sono la
foresta." Poi ci fu una pausa. "Adesso... torna pure fra noi."
Malfurion Stormrage distolse con fare ossequioso la propria mente dagli
alberi giganteschi, i pi antichi in quel territorio ricco di vegetazione. Nel
ritrarsi, vide l'ambiente circostante riapparire gradualmente. Malfurion
sbatt due volte le palpebre degli occhi argentei privi di pupille, rimettendo
a fuoco ogni cosa. Respirava ancora affannosamente, ma il suo cuore era
gonfio di orgoglio. Non era mai riuscito a spingersi cos avanti prima d'o-
ra!
Hai appreso egregiamente i miei insegnamenti, giovane elfo della not-
te mormor una voce simile a quella di un orso. Meglio di quanto potes-
si aspettarmi...
Il volto violaceo di Malfurion era madido di sudore. Il suo benefattore
aveva insistito affinch tentasse quel passo di estrema complessit in pieno
giorno, nel momento meno favorevole per il suo popolo. Se fosse stata not-
te, Malfurion era certo che si sarebbe sentito pi forte, ma come gli aveva
fatto notare pi volte Cenarius, ci gli avrebbe impedito di raggiungere lo
scopo che si erano prefissi. Ci che il suo mentore gli aveva insegnato non
era la magia tipica degli elfi della notte, ma quasi il suo esatto contrario.
E per tanti aspetti, Malfurion era gi diventato l'opposto della sua gente.
Nonostante la loro predilezione per gli indumenti sfavillanti, per esempio,
Malfurion indossava abiti molto sobri. Una casacca di stoffa, un semplice
farsetto in pelle e calzoni, con stivali all'altezza del ginocchio... se non fos-
sero deceduti anni prima, i suoi genitori sarebbero sicuramente morti di
vergogna.
I suoi capelli verde scuro, lunghi fino all'altezza delle spalle, incornicia-
vano un volto stretto, simile a quello di un lupo. Malfurion era diventato
una sorta di emarginato tra quelli della sua razza. Si poneva domande, as-
seriva che le antiche tradizioni non fossero necessariamente le pi valide e,
una volta, aveva perfino osato dire che la Regina Azshara poteva non sem-
pre avere come pensiero principale il bene dei propri sudditi. Tali gesti lo
avevano lasciato con pochi compagni e ancor meno amici.
In effetti, nel profondo del suo cuore, Malfurion ne poteva contare sol-
tanto tre. Innanzitutto, il suo gemello Illidan, importuno come lui. Seppur
Illidan non rifuggiva le tradizioni e la stregoneria degli elfi della notte in
modo cos spiccato come il fratello, aveva una certa propensione a sfidare
l'autorit degli anziani, il che era considerato un grave delitto.
Che cosa hai visto? chiese con aria trepidante suo fratello, seduto ac-
canto a lui sull'erba. Illidan sarebbe sembrato identico a Malfurion, se non
per i capelli blu notte e gli occhi color ambra. Essendo figli della luna,
quasi tutti gli elfi della notte avevano pupille argentee. I pochi nati con iri-
di color dell'ambra erano reputati individui destinati a grandi imprese.
Ma se intendeva davvero ottenere qualche successo, Illidan doveva in-
nanzitutto porre un freno al suo carattere e alla sua impazienza. Era giunto
fin l col suo gemello per intraprendere un cammino iniziatico, definito dal
loro mentore "druidico", e basato sull'utilizzo dei poteri della natura. Illi-
dan era convinto che sarebbe stato l'allievo pi perspicace. Invece, sba-
gliava spesso gli incantesimi e non riusciva a concentrarsi abbastanza da
far durare la maggior parte degli stati di trance. Essere un adepto devoto
della magia tradizionale non placava la bramosia di Illidan. Aveva deside-
rato apprendere le nozioni druidiche perch quelle competenze cos inu-
suali lo avrebbero reso speciale e pi prossimo a quel grande destino di cui
tutti parlavano fin dalla sua nascita.
Ho visto... Come riuscire a spiegarlo perfino al proprio fratello? Mal-
furion assunse un'espressione accigliata. Ho visto nel cuore degli alberi e
nelle anime. Non solo le loro. Ho visto... credo di aver visto l'anima
dell'intera foresta!
Che meraviglia! esclam una voce femminile dall'altro capo della
stanza.
Malfurion si sforz di impedire alle sue gote di tingersi di nero, il colore
che evidenziava l'imbarazzo negli elfi della notte. Da qualche tempo, si
sentiva sempre pi a disagio in presenza dell'altra compagna... e tuttavia
non riusciva nemmeno a pensare di stare lontano da lei.
Insieme ai due fratelli era giunta Tyrande Whisperwind, la loro amica
pi cara. Erano stati inseparabili fino all'anno prima, quando l'elfa della
notte aveva indossato le vesti di sacerdotessa novizia presso il tempio di
Elune, la Dea della Luna. In quel luogo, Tyrande aveva imparato a utiliz-
zare i doni elargiti a tutte le sacerdotesse per far s che diffondessero il
verbo della loro padrona. Era stata Tyrande a incoraggiare Malfurion,
quando aveva scelto di abbandonare la magia degli elfi della notte, per oc-
cuparsi di un potere di natura diversa, pi legato alla terra. Tyrande vedeva
il druidismo come un'energia affine alle capacit che la divinit da lei ado-
rata le avrebbe concesso, una volta completata la sua preparazione.
Ma dalla bambina piccola e pallida che era, sebbene in grado di vincere
in pi di un'occasione entrambi i fratelli nella corsa e nella caccia, entran-
do nel tempio Tyrande si era trasformata in un'autentica bellezza, con una
corporatura snella ma formosa; la pelle liscia era diventata di una morbida
tonalit violetto e i capelli blu scuri si erano tinti di striature d'argento. Il
volto simile a quello di un topolino si era fatto pi pieno, molto pi fem-
minile e attraente.
Forse troppo attraente.
Ummm aggiunse Illidan mostrando poco entusiasmo. Tutto qui?
 un buon inizio mormor il loro tutore. La sua vasta ombra si rivers
sui tre giovani elfi della notte, facendo ammutolire perfino l'esuberanza di
Illidan.
Sebbene fossero loro stessi alti circa due metri, vennero oscurati dalla
mole di Cenarius, che misurava ben pi di tre metri. La parte superiore del
suo busto era somigliante a quella della razza di Malfurion, bench una
traccia del color smeraldo della foresta apparisse sulla sua pelle scura e
presentasse una corporatura pi muscolosa e robusta rispetto a entrambi i
suoi studenti maschi. Ma all'altezza del torace ogni somiglianza finiva.
Dopotutto, Cenarius non era un semplice elfo della notte. Non era neanche
una creatura mortale.
Cenarius era un semidio.
Le sue origini erano note a lui soltanto, ma era parte integrante della fo-
resta tanto quanto la foresta lo era di lui. Quando i primi elfi della notte
apparvero nel mondo, Cenarius esisteva gi da molto tempo. Il semidio ri-
vendic subito la propria appartenenza alla loro razza, ma senza mai rive-
lare su cosa si basasse tale pretesa.
I pochi che si rivolgevano a lui per un consiglio ripartivano cambiati per
sempre. Altri non se ne andavano affatto, sentendosi talmente mutati dai
suoi insegnamenti da scegliere di unirsi al semidio nella salvaguardia del
regno. Costoro cessavano di essere degli elfi, diventando custodi dei bo-
schi e alterando per sempre il loro aspetto.
Con una folta chioma verde muschio che fluiva dalla testa, Cenarius fis-
s amorevolmente i discepoli con occhi di oro puro. Diede una leggera
pacca sulla spalla di Malfurion con le mani munite di artigli in legno vetu-
sto e nodoso, ma ancora capaci di squarciare un elfo della notte in mille
pezzi, poi si ritrasse... ergendosi sulle sue quattro gambe robuste, simili a
quelle di un cervo maestoso. Cenarius si spost senza alcuno sforzo, con
altrettanta leggerezza e agilit degli altri tre. Il semidio possedeva la velo-
cit del vento e la forza degli alberi. In lui erano riflessi la vita e il rigoglio
della terra. Egli era allo stesso tempo suo figlio e suo padre.
E proprio come un cervo, possedeva anche delle corna dalle ramifica-
zioni enormi e maestose che oscuravano il suo volto austero e nello stesso
tempo paterno. Simili per dimensioni soltanto alla lunghissima e rigogliosa
barba, le corna rappresentavano le ultime vestigia di un legame di sangue
antichissimo fra il semidio e gli elfi della notte.
Siete stati tutti bravi aggiunse con una voce che ricordava incessante-
mente il rumore del tuono. Con foglie e ramoscelli che gli crescevano let-
teralmente sulla barba, i capelli del semidio si scuotevano ogni volta che
parlava. Andate adesso e restate un po' fra i vostri simili. Vi sar di gio-
vamento.
I tre elfi si alzarono, Malfurion per esit. Guardando i suoi compagni,
disse: Proseguite pure. Vi raggiunger alla fine del sentiero. Ho bisogno
di parlare con Cenarius.
Possiamo aspettare rispose Tyrande.
Non ce n' bisogno. Non mi occorrer molto tempo.
Come preferisci, allora intervenne rapidamente Illidan prendendo
Tyrande per il braccio. Lasciamolo fare. Vieni, Tyrande.
Lei lanci un ultimo intenso sguardo verso Malfurion, che fu costretto a
voltarsi per celare le proprie emozioni. Attese che i due si congedassero,
poi si rivolse nuovamente al semidio.
Il sole al tramonto creava dei giochi di ombre nella foresta, che sembra-
vano danzare al cospetto di Cenarius. Il semidio sorrise alle ombre danzan-
ti e gli alberi e le altre piante si mossero all'unisono insieme a loro.
Malfurion s'inginocchi con lo sguardo fisso a terra. Mio shan'do pre-
se a dire rivolgendosi a lui con il titolo che nell'antica lingua indicava il
"Venerabile maestro". Perdonate la mia domanda...
Non hai bisogno di rivolgerti a me in siffatta maniera, giovane elfo. Al-
zati pure...
L'elfo obbed con riluttanza, mantenendo per lo sguardo a terra.
Ci provoc una piccola risata nel semidio e quel suono venne amplifi-
cato dall'improvviso e vivace cinguettio degli uccellini. A ogni reazione di
Cenarius, il mondo circostante rispondeva all'unisono.
Mi rendi omaggio molto pi di coloro che si ritengono miei seguaci.
Tuo fratello non mostra deferenza nei miei confronti e, per quanto ammiri i
miei poteri, Tyrande Whisperwind dona se stessa unicamente a Elune.
Vi siete offerto di insegnarmi... di insegnarci rispose Malfurion ci
che nessun elfo della notte ha mai imparato... Malfurion ricordava ancora
il giorno in cui si era avvicinato al bosco sacro. Esistevano innumerevoli
leggende su Cenarius, ma Malfurion voleva conoscere la verit. Nel mo-
mento in cui si era rivolto al semidio, per, non si era aspettato di ottenere
davvero una risposta.
N si era aspettato che Cenarius si offrisse di fargli da maestro. Il motivo
per cui il semidio avesse accettato di svolgere un compito cos banale,
Malfurion non arrivava a capirlo. Eppure, erano l, uno a fianco all'altro.
Erano pi di un semidio e un elfo della notte, un maestro e un discepolo...
erano anche amici.
Nessun altro elfo della notte desidera veramente apprendere le mie arti
magiche rispose Cenarius. Perfino coloro che hanno abbracciato il sape-
re della foresta... nessuno di loro ha seguito davvero il percorso che ora ti
sto mostrando. Sei il primo allievo che possiede il potenziale giusto e la
corretta intenzione, per comprendere fino in fondo in che modo guidare le
forze presenti nella natura. E se dico che sei il primo, giovane elfo, intendo
dire che sei anche l'unico.
Non era quello il motivo per cui Malfurion era rimasto e le parole lo
colpirono duramente. Ma... ma Tyrande e Illidan...
Il semidio scosse la testa. Abbiamo gi parlato di Tyrande. Si  pro-
messa a Elune e non intendo intromettermi nelle faccende della Dea della
Luna! Di tuo fratello, invece, posso soltanto dire che  dotato di un gran
potenziale... ma credo che riguardi un altro genere di poteri...
Io... io non so cosa dire. Malfurion affermava il vero. Sapere cos
all'improvviso che lui e Illidan non avrebbero percorso lo stesso cammino
e che Illidan stava addirittura sprecando il proprio talento nella foresta...
sarebbe stata la prima volta in cui i due gemelli non avrebbero condiviso
un trionfo. No! Sono sicuro che Illidan imparer!  solamente troppo o-
stinato! La nostra gente ha tali aspettative su di lui! I suoi occhi...
Sono il segno di una grande impresa che cambier il mondo, ma non la
compir seguendo i miei insegnamenti. Cenarius volse un sorriso indul-
gente verso Malfurion. Sarai tu a cercare di impartirglieli, non  vero?
Forse tu potrai riuscire dove io invece ho fallito?
Le gote dell'elfo della notte si scurirono. Senza dubbio lo shan'do era in
grado di interpretare i suoi pensieri sull'argomento. S, Malfurion intende-
va fare tutto il possibile per far progredire Illidan... ma sapeva anche che
ci avrebbe rappresentato un compito molto arduo. Una cosa era apprende-
re dal semidio; un'altra era farlo attraverso Malfurion. Ci implicava che
Illidan non fosse il primo allievo, bens il secondo.
Dunque aggiunse con tono tranquillo il signore della foresta mentre
un uccellino rosso si poggiava sulle corna e un suo compagno di colore pi
chiaro andava a posarsi sul braccio del semidio. Tali scene erano usuali
nell'ambiente attorno a Cenarius, eppure continuavano a essere fonte di
meraviglia per l'elfo della notte. Sei venuto per chiedermi qualcosa?
S. Grande Cenarius... C' un sogno che turba le mie notti, un sogno ri-
corrente.
Cenarius serr gli occhi dorati. Un sogno?  solo questo che turba la
tua mente?
Malfurion storse la bocca. Si era gi frenato numerose volte per evitare
di disturbare il semidio con il proprio dilemma. Quale danno poteva arre-
care un sogno, seppur ricorrente? Tutte le creature sognano. S... mi rag-
giunge ogni volta che dormo e da quando sono diventato vostro allievo... si
 fatto pi intenso e pi difficile.
Credeva che Cenarius avrebbe riso di lui, invece il signore della foresta
lo scrut con attenzione. Malfurion sent gli occhi dorati del semidio, di
gran lunga pi penetranti perfino di quelli di suo fratello, scavare dentro di
lui leggendo fin nei recessi della sua anima.
Infine, Cenarius si ritrasse. Assent fra s e s e con voce ancor pi so-
lenne disse: S, credo che tu sia pronto.
Pronto per cosa?
In tutta risposta, Cenarius tese una mano. L'uccellino rosso discese verso
le dita protese e il suo compagno and a raggiungerlo. Il semidio accarezz
una volta le ali di entrambi, sussurr loro qualcosa, poi li lasci volar via.
Cenarius pos lo sguardo sull'elfo della notte. Illidan e Tyrande saran-
no avvertiti della tua prolungata assenza.  stato detto loro di partire senza
di te.
Perch mai?
Gli occhi dorati dell'elfa s'infiammarono. Raccontami del tuo sogno.
Facendo un ampio respiro, Malfurion cominci. Il sogno iniziava sem-
pre dalla visione del Pozzo dell'Eternit. In principio, le acque erano cal-
me, ma poi, dal centro, si formava rapidamente un gorgo... e dai recessi del
gorgo sorgevano delle creature, alcune innocue, altre cattive. Molte gli e-
rano sconosciute, come se provenissero da altri mondi, o altre epoche.
Sfrecciavano in ogni direzione, fuggendo oltre il suo sguardo.
Improvvisamente, il vortice scompariva e Malfurion si ritrovava nel bel
mezzo di Kalimdor... ma era una Kalimdor priva di vita. Un male orribile
aveva seminato distruzione su tutta la terra, lasciando in vita qualche ciuf-
fo d'erba o minuscoli insetti. Le citt un tempo indomite e le foreste ampie
e rigogliose... nulla era stato risparmiato.
Cosa ancor pi orribile, scorgeva a perdita d'occhio le ossa bruciate e
spezzate degli elfi della notte, sparse ovunque. I loro teschi erano stati
schiacciati. Un tanfo di morte impregnava completamente l'aria. Nessuno,
n gli anziani, n gli infermi, n i giovani, era stato risparmiato.
In quell'istante, un tremendo calore aveva avvolto Malfurion. Girandosi,
in lontananza aveva visto un enorme incendio, un inferno che s'innalzava
fino al cielo. Il fuoco bruciava ogni cosa che giungeva a toccare, perfino il
vento. Dovunque arrivasse, uccideva qualunque cosa. Eppure, per quanto
terrificante fosse quella scena, non era stata essa a risvegliare l'elfo, ma
piuttosto qualcosa che aveva percepito dentro l'incendio.
Quell'incendio era vivo. Conosceva gli orrori che provocava e ne gioiva.
Ne gioiva... e ne voleva ancora.
Ogni traccia di serenit era svanita dal volto di Cenarius non appena
Malfurion fin il suo racconto. Il suo sguardo vibr debolmente verso l'a-
mata foresta e le creature che vi prosperavano. E questo incubo si ripete
ogni volta che dormi?
Ogni volta. Senza eccezioni.
Allora, temo che si tratti di un presagio. Avevo percepito in te fin dal
nostro primo incontro le tracce del dono della preveggenza, ed  stato uno
dei motivi per cui ho scelto di manifestarmi a te. Il tuo dono per  pi for-
te di quanto pensassi.
Ma cosa significa? implor il giovane elfo della notte. Se voi dite
che si tratta di un presagio, ho bisogno di sapere quel che preannuncia.
Cercheremo di scoprirlo. Dopotutto, ti ho detto che eri pronto.
Pronto per cosa?
Cenarius incroci le braccia. Il suo tono si fece pi solenne. Sei pronto
per attraversare il Sogno di Smeraldo.
Nulla negli insegnamenti del semidio aveva finora fatto riferimento al
Sogno di Smeraldo, ma il modo in cui Cenarius ne parl fece capire a Mal-
furion l'importanza di questo prossimo passo. Che cos'?
Che cosa non ! Il Sogno di Smeraldo  quel mondo che giace oltre il
mondo cosciente.  il mondo dello spirito, il mondo di coloro che sogna-
no.  il mondo che sarebbe dovuto essere, se noi creature senzienti non
avessimo finito per distruggerlo. Nel Sogno di Smeraldo, con la pratica, 
possibile vedere qualsiasi cosa e recarsi in qualsiasi luogo. Il tuo corpo en-
trer in uno stato di trance e la tua forma onirica se ne distaccher per diri-
gersi dove tu vorrai.
Sembra...
Pericoloso? Lo , giovane Malfurion. Perfino i pi capaci ed esperti
possono perdersi dentro il Sogno di Smeraldo. Noterai che l'ho definito
Sogno di Smeraldo.  il colore della padrona, Ysera, uno dei Grandi A-
spetti. L'universo del sogno appartiene a lei e al suo stormo di draghi. Yse-
ra sorveglia con estrema cura l'universo del sogno, permettendo soltanto ad
alcuni di varcarne i confini. Le stesse driadi e i custodi al mio servizio uti-
lizzano il Sogno di Smeraldo per svolgere i loro compiti, ma lo fanno ra-
ramente.
Non ne avevo mai sentito parlare ammise Malfurion scuotendo la te-
sta.
Probabilmente perch nessun elfo della notte, tranne quelli al mio ser-
vizio, lo ha mai attraversato... e soltanto nel momento in cui ha cessato di
appartenere alla tua razza. Tu saresti il primo della tua stirpe a prendere
questa strada fino in fondo... se lo desideri.
L'idea stimolava e nello stesso tempo turbava Malfurion. Avrebbe rap-
presentato il passo successivo nei propri studi e forse anche un modo per
dare significato al suo incubo ricorrente. Tuttavia... Cenarius aveva detto
chiaramente che il Sogno di Smeraldo poteva essere molto pericoloso.
Cosa... cosa potrebbe accadere? Cosa potrebbe non funzionare?
Anche i druidi pi esperti possono smarrire la strada del ritorno se ri-
mangono in qualche modo turbati rispose il semidio. Perfino io stesso.
Devi rimanere concentrato per tutto il tempo e sapere bene quale scopo ti
stai prefiggendo. Altrimenti... altrimenti il tuo corpo potrebbe dormire per
sempre.
L'elfo della notte sospettava che ci fosse anche dell'altro, ma per qualche
motivo Cenarius voleva che lo scoprisse da solo, qualora Malfurion avesse
scelto di attraversare il Sogno di Smeraldo.
L'elfo cap di non avere alternative. Quando dovrei cominciare?
Cenarius accarezz con affetto la testa del suo studente. Ne sei sicuro?
S.
Allora siediti, come hai fatto per le altre lezioni. Non appena l'elfo
della notte ebbe obbedito, Cenarius si accovacci a terra. Per questa pri-
ma volta ti guider io, poi dovrai cavartela da solo. Congiungi il tuo
sguardo con il mio, giovane elfo della notte.
Gli occhi dorati del semidio catturarono Malfurion. Se anche avesse vo-
luto, sarebbe servito uno sforzo immane per distogliere lo sguardo. Malfu-
rion si sent trascinato nella mente di Cenarius, in un mondo in cui tutto
era possibile.
Un senso di leggerezza lo invase.
"Riesci a sentire il canto delle pietre, la danza del vento, la risata dell'ac-
qua che scorre?"
Al principio, Malfurion non percep nulla di tutto ci, poi ud un lento e
costante sfregamento e lo spostamento della terra. Si rese conto infine che
quello era l'idioma delle pietre e della roccia che, nell'eternit, si facevano
strada da un punto all'altro dell'universo.
Successivamente, gli altri suoni si fecero pi distinti. Ogni elemento del-
la natura possedeva una sua voce distinta. Il vento circolava intorno con
passi leggiadri se allegro, o violente esplosioni se di umore pi tetro. Gli
alberi scuotevano le loro corone e l'acqua impetuosa di un fiume vicino ri-
deva soffocata mentre i pesci vi guizzavano dentro.
Ma in sottofondo... Malfurion sembr percepire una dissonanza. Cerc
di concentrarsi su di essa, ma non vi riusc.
"Non sei ancora entrato nel Sogno di Smeraldo. Prima, devi spogliarti
delle tue sembianze mortali..." spieg la voce nella sua mente. "Non appe-
na raggiungerai lo stadio del sonno, ti toglierai di dosso il corpo come fa-
resti con un mantello. Inizia dal cuore e dalla mente, poich sono i punti
che maggiormente ti legano alla condizione mortale. Capisci? Questo  il
modo in cui procedere..."
Malfurion tocc il proprio cuore con i pensieri, aprendolo come una por-
ta e spingendo lo spirito a uscirne. Poi fece lo stesso con la propria mente,
sebbene il lato pi terreno e concreto del suo essere protestasse per quell'a-
zione.
"Lascia spazio al tuo subconscio. Lasciati guidare da esso poich cono-
sce il regno del sogno ed  sempre contento di tornarvi."
Nell'obbedire a quelle parole, le ultime difese di Malfurion crollarono.
L'elfo della notte si sent come spogliato della propria pelle allo stesso mo-
do in cui un serpente fa la muta. Un senso di euforia lo pervase e quasi di-
mentic il motivo per cui stava compiendo quelle azioni.
Ma Cenarius l'aveva avvertito di rimanere concentrato, cos l'elfo della
notte dom la propria euforia.
"Adesso... sollevati."
Malfurion si spinse verso l'alto... ma il suo corpo, con le gambe ancora
piegate, rimase immobile dov'era. La sua forma onirica fluttuava ad alcuni
metri di distanza da terra, libera da ogni condizionamento. Se lo avesse de-
siderato, era sicuro che avrebbe potuto volare fino alle stelle.
Ma il Sogno di Smeraldo si trovava in un'altra direzione. "Rivolgiti an-
cora una volta al tuo subconscio" spieg il semidio. "Il subconscio sapr
mostrarti la via, poich essa  dentro di te, non fuori."
Seguendo le indicazioni di Cenarius, l'elfo della notte vide il mondo cir-
costante modificarsi ulteriormente. Una qualit indistinta avviluppava ogni
cosa. Immagini senza sosta si sovrapposero l'una all'altra, ma concentran-
dosi Malfurion scopr di riuscire a distinguerle separatamente. Ud sussur-
rare e si rese conto che erano le voci interiori dei sognatori dell'intero uni-
verso.
"Da questo punto in poi, dovrai seguire il percorso da solo."
Malfurion sent il contatto con Cenarius quasi svanire. Per favorire la
concentrazione dell'elfo, il semidio era stato costretto a recedere. Ma Cena-
rius rimase comunque presente, pronto ad aiutare il suo studente in caso di
necessit.
Procedendo, Malfurion vide il mondo circostante farsi di un verde bril-
lante, simile a una gemma. La foschia aument e i sussurri si fecero pi di-
stinti. Un paesaggio vago all'orizzonte lo spinse a proseguire.
Era ormai parte del Sogno di Smeraldo.
Seguendo il proprio intuito, Malfurion fluttu verso il paesaggio mute-
vole del sogno. Come Cenarius gli aveva detto, aveva l'aspetto che l'uni-
verso avrebbe avuto se gli elfi della notte e altre creature non l'avessero
popolato. Il Sogno di Smeraldo era permeato da una tale tranquillit che
rendeva allettante l'ipotesi di rimanervi per sempre, ma Malfurion si rifiut
di cedere a quella tentazione. Doveva conoscere la verit sui propri sogni.
In principio non aveva idea di dove il subconscio lo stesse portando, ma
in qualche modo intuiva che l'avrebbe condotto verso le risposte che cer-
cava. Malfurion si libr su quel paradiso disabitato, sorpreso da quanto ve-
deva.
Ma poi, nel bel mezzo di quel viaggio straordinario, percep nuovamente
qualcosa di anomalo. La lieve discordanza avvertita in precedenza si fece
pi intensa. Malfurion cerc di ignorarla, ma quella lo aggred come un
ratto affamato. L'elfo della notte devi la sua forma spirituale verso di es-
sa.
Improvvisamente, davanti a lui apparve un immenso lago nero. Malfu-
rion assunse un'aria accigliata, sicuro di aver riconosciuto quella massa
d'acqua che incombeva su di lui. Onde scure lambivano le sue rive e un'au-
ra di energia irradiava dal suo centro.
"Il Pozzo dell'Eternit."
Ma se quello era davvero il Pozzo, dov'era la citt? Malfurion fiss il
paesaggio del sogno nel punto in cui sapeva avrebbe dovuto trovarsi la ca-
pitale, cercando di evocarne l'immagine. Era giunto fin l per un motivo
preciso e in quel momento pens che avesse a che fare con la citt. Di per
s, il Pozzo dell'Eternit era una presenza straordinaria, ma era comunque
solo una fonte di energia. La dissonanza che l'elfo della notte avvertiva
proveniva da un altro luogo.
Malfurion fiss quell'universo vuoto, chiedendo di poter vedere la realt.
Senza alcun preavviso, la sua forma onirica si materializz su Zin-
Azshari, la capitale degli elfi della notte. Nell'idioma degli antichi, Zin-
Azshari era traducibile nelle parole "La Gloria di Azshara". Talmente ve-
nerata era stata la regina al momento della sua ascesa al trono che la popo-
lazione aveva insistito per ribattezzare la capitale in suo onore.
Al pensiero della regina, Malfurion improvvisamente si ritrov a osser-
vare la residenza reale, un edificio maestoso circondato da un immenso
muro di cinta. L'elfo conosceva bene quel luogo. Si trattava, naturalmente,
dell'imponente dimora della regina. Sebbene a volte avesse fatto menzione
di quelli che lui riteneva essere i difetti della regina, Malfurion in realt la
ammirava molto pi di quanto si credesse. Nel complesso, Azshara aveva
fatto molte cose positive per il suo popolo, ma in alcune occasioni era sua
convinzione che la regina avesse semplicemente trascurato il nocciolo del-
la questione. Come molti altri elfi della notte, Malfurion nutriva il sospetto
che qualsiasi problema vi fosse nel palazzo reale avesse a che fare con gli
elfi Eletti, che amministravano il reame in nome della regina.
L'irregolarit si fece pi forte mano a mano che Malfurion si avvicinava
al palazzo. L'elfo della notte spalanc gli occhi quando ne comprese la ra-
gione. Nel momento in cui aveva evocato l'apparizione di Zin-Azshari, a-
veva altres evocato un'immagine pi ravvicinata del Pozzo. Il lago nero
ora turbinava furiosamente e dalle sue profondit emersero quelli che sem-
bravano essere mostruosi filamenti di energia variopinta. Una quantit por-
tentosa di magia veniva estratta dal Pozzo e incanalata nella torre maggio-
re, con l'unico possibile scopo di lanciare un incantesimo di proporzioni i-
nimmaginabili.
Quanto pi coloro che erano dentro la torre evocavano il potere nel Poz-
zo, tanto pi la furia degli elementi si faceva terribile. In alto, il cielo
squarciato dalla tempesta url e divamp in tuoni e lampi. Alcuni degli e-
difici vicini all'estremit del Pozzo rischiavano di essere spazzati via.
"Cosa stanno facendo?" si chiese Malfurion, dimenticando il motivo del
suo viaggio. "Perch proseguono anche nel momento di maggior debolezza
della giornata?"
Ma "giornata" era soltanto una parola, ormai. Il sole che rallentava le
capacit degli elfi della notte era scomparso. Sebbene non fosse ancora se-
ra, Zin-Azshari era sommersa dall'oscurit come se fosse gi notte... anzi,
c'era perfino pi oscurit del consueto. Era un fatto insolito: cosa stavano
architettando coloro che erano nel palazzo?
Si spinse oltre le mura, superando le guardie impassibili e ignare della
sua presenza. Malfurion fluttu verso il palazzo, ma non appena prov a
entrare, sicuro che la sua forma onirica avrebbe attraversato qualcosa di
cos elementare come la pietra, l'elfo della notte scopr una barriera impe-
netrabile.
Qualcuno aveva rivestito il palazzo di incantesimi protettivi, talmente
complicati e potenti da impedirgli di farvi breccia. Ci non fece altro che
rafforzare la curiosit e la determinazione di Malfurion. L'elfo della notte
aleggi attorno alla struttura, risalendo la torre da cui proveniva l'anomalia.
Doveva esserci un modo per entrare. Doveva scoprire quale sorta di follia
si stesse compiendo l dentro.
Con una mano, Malfurion si protese verso la schiera di incantesimi pro-
tettivi, alla ricerca del punto che li teneva insieme, il punto in cui avrebbe-
ro potuto essere disgiunti...
Improvvisamente, un dolore indicibile lo travolse. Url in silenzio, poi-
ch nessun suono era in grado di dar voce alla sua sofferenza. L'immagine
del palazzo, di Zin-Azshari, svan. Malfurion si ritrov in un vuoto color
smeraldo, travolto da una tempesta di magia pura.
Ma nel bel mezzo di quel caos mostruoso, l'elfo della notte ud il debole
richiamo di una voce familiare.
"Malfurion... figlio mio... torna da me... Malfurion... devi tornare qui..."
Con difficolt, Malfurion riconobbe il richiamo disperato di Cenarius e
vi si aggrapp come qualcuno sul punto di annegare nel mezzo dell'oceano
si aggrapperebbe a un piccolo pezzo di legno. Malfurion sent la mente
della divinit dei boschi spingersi verso di lui, per guidarlo nella giusta di-
rezione.
Il dolore cominci ad affievolirsi, ma Malfurion era stremato oltre ogni
misura. Una parte di lui voleva soltanto perdersi fra i sognatori, senza pi
far ricongiungere l'anima con la carne. Tuttavia, si rese conto che compiere
un tale passo avrebbe determinato la sua morte, cos lott contro quel desi-
derio fatale.
E mentre il dolore si affievoliva e il contatto con Cenarius si faceva pi
saldo, Malfurion percep il legame con la propria forma mortale. Lo segu
con trepidazione, muovendosi sempre pi velocemente attraverso il Sogno
di Smeraldo...
Ansimando... il giovane elfo della notte si svegli.
Incapace di fermarsi, Malfurion inciamp nell'erba. Mani possenti e tut-
tavia leggiadre lo sollevarono, riponendolo in posizione seduta. L'acqua gli
scorreva nella bocca.
Apr gli occhi e contempl il volto preoccupato di Cenarius. Il suo men-
tore teneva in mano una borraccia d'acqua.
Hai compiuto ci che pochi altri potrebbero compiere mormor il se-
midio. E nel farlo, hai corso il rischio di perderti per sempre. Cosa ti  ac-
caduto, Malfurion? Sei perfino sfuggito alla mia vista...
Io... ho percepito... qualcosa di tremendo...
Si tratta della causa dei tuoi incubi?
L'elfo della notte scosse la testa. No... non lo so... Io... mi sono ritrova-
to trascinato verso Zin-Azshari... Cerc di spiegare quanto aveva visto,
ma le parole sembravano insufficienti.
Cenarius aveva un'aria ancora pi stravolta di lui, il che preoccup Mal-
furion. Ci non  di buon auspicio... no. Sei sicuro che si trattasse del pa-
lazzo? E che ci fossero Azshara e gli Eletti?
Non sono sicuro di chi ci fosse... ma non posso fare a meno di pensare
che la regina faccia parte del piano. Azshara ha una personalit molto for-
te. Credo che nemmeno Xavius riesca a tenerla sotto controllo... Il consi-
gliere della regina era una figura enigmatica, tanto criticata quanto Azshara
era amata.
Pensa bene a quello che dici, giovane Malfurion. Stai ipotizzando che
la regina degli elfi della notte, colei il cui nome  intonato nei canti ogni
giorno, sia coinvolta in un'oscura serie di incantesimi che potrebbe arreca-
re minaccia non solo alla tua razza, ma anche al resto del mondo. Ti rendi
conto di cosa ci significhi?
L'immagine di Zin-Azshari si mescolava con la scena della devastazio-
ne... e Malfurion le trov fra loro coerenti. Potevano non sembrare diret-
tamente collegate, ma avevano caratteristiche in comune. Quali fossero,
per, non lo sapeva ancora.
Una cosa ho capito mormor ricordando il volto perfetto e bellissimo
della regina e l'allegria che accompagnava ogni sua breve apparizione
pubblica. Ho capito che devo scoprire la verit, in qualsiasi luogo essa mi
condurr... anche se alla fine dovesse costarmi la vita...
Un'ombra scura tocc col suo artiglio la piccola sfera dorata, animandola
di vita. Al suo interno, si materializz un'altra ombra, quasi identica alla
prima. Nonostante il bagliore proveniente dalle due sfere, l'oscurit avvol-
geva completamente il volto di entrambe le ombre. La magia lanciata per
proteggere la loro identit era molto potente e antica.
Il Pozzo  ancora in preda a spasimi atroci comment colui che aveva
dato inizio al contatto.
 cos da diverso tempo rispose il secondo, con la coda che si dibatte-
va dietro la schiena. Gli elfi della notte giocano con energie di cui igno-
rano la potenza.
Qualcuno fra i tuoi pari si  fatto un'opinione sulla faccenda?
La testa imbrunita nella sfera si mosse una volta facendo cenno di no.
Finora nulla di sostanziale... ma cos'altro potrebbero ottenere se non l'au-
todistruzione? Non sarebbe la prima volta che una delle razze effimere
compie un passo del genere e di certo non sar l'ultima.
Il primo assent con il capo. Cos sembra a noi... e anche agli altri.
Tutti gli altri? sibil il secondo, mostrando per la prima volta curiosi-
t. Anche gli appartenenti allo stormo del Guardiano della Terra?
No... loro hanno un proprio consiglio. Sono poco pi che il riflesso di
Neltharion.
La loro opinione  dunque irrilevante. Come voi, continueremo a tenere
d'occhio la follia che sta per essere scatenata dagli elfi della notte, ma non
 certo che ci provocher qualcosa di pi rispetto all'estinzione della loro
razza. Se dovesse rivelarsi pi pericoloso, agiremo nel caso in cui ci venga
detto di farlo dal nostro signore, Malygos.
Il patto rimane comunque valido rispose il primo. Anche noi agire-
mo solo dietro ordine di Sua Maest, la gloriosa Alexstrasza.
La nostra conversazione si conclude qui, allora. Ci detto, la sfera si
oscur. La seconda forma aveva interrotto il contatto.
L'altra figura si alz, mettendo da parte la sfera. Con un sibilo, scosse la
testa di fronte all'ignoranza dimostrata dalle razze inferiori. Si immischia-
vano continuamente in cose che andavano al di l delle loro capacit, pa-
gandone spesso le conseguenze in maniera fatale. Dovevano scontare per-
sonalmente i propri errori, almeno finch il resto del mondo non ne fosse
stato coinvolto. Se ci fosse accaduto, i draghi sarebbero dovuti interveni-
re.
Stupidi, stupidi elfi della notte...
Ma in un luogo al confine fra i mondi, nel bel mezzo del caos, due occhi
di fuoco avvamparono con improvviso interesse, poich il potere evocato
dagli Eletti di Azshara aveva raggiunto anche loro.
Colui che osservava intu che da qualche parte qualcuno aveva attinto al-
la magia, credendo erroneamente di essere l'unico a poterlo fare e di sapere
come guidarla... ma verso cosa?
Si concentr, quasi riusc a individuarne la fonte, ma poi la perse. Era
vicina, per, molto vicina.
Poteva aspettare. Come gli altri, aveva cominciato a sentirsi nuovamente
affamato. Senza dubbio, se avesse atteso ancora, avrebbe individuato il
punto fra i due mondi in cui si trovavano gli incantatori. Poteva sentire la
loro cupidigia, la loro ambizione. Non sarebbero stati in grado di fermarsi
dall'attingere alla magia. Presto... presto avrebbe trovato il modo per entra-
re nel loro piccolo mondo...
E lui e tutti gli altri avrebbero finalmente trovato nutrimento.
Capitolo cinque
Broxigar aveva uno strano presentimento sulla loro missione.
Dove sono? brontol. Dove sono?
Com'era possibile far sparire un drago? Avrebbe proprio voluto saperlo.
Le orme erano evidenti fino a un certo punto, ma poi l'unica cosa che lui e
Gaskal riuscirono a trovare furono le orme di un umano, forse anche due.
Gli orchi erano abbastanza vicini da accorgersi se un drago si fosse librato
nell'aria e, poich non avevano assistito a nulla del genere, l'unica dedu-
zione era che l'enorme creatura dovesse trovarsi nei paraggi.
Forse  da quella parte sugger il guerriero pi giovane, corrugando la
fronte in modo accentuato. In quel valico.
 troppo stretto ringhi Brox. Annus l'aria. L'olezzo di drago aggred
le sue narici. Quasi nascosto sotto di esso v'era l'odore di creatura umana.
Draghi e maghi.
Trattato di pace o meno, quello sarebbe stato un bel giorno per morire...
se solo Brox avesse trovato i nemici.
Accovacciandosi per esaminare le tracce con maggiore attenzione, il ve-
terano fu costretto ad ammettere che il suggerimento di Gaskal era il pi
sensato. Le due serie di orme umane conducevano allo stretto valico, men-
tre quelle del drago semplicemente svanivano. Tuttavia, se gli orchi aves-
sero affrontato gli altri intrusi, l'enorme creatura sarebbe sicuramente in-
tervenuta.
Senza accennare al compagno le sue vere intenzioni, il guerriero pi an-
ziano si rialz. Andiamo.
Armi alla mano, i due procedettero lungo il valico. Brox sbuff esami-
nandone le dimensioni. Decisamente era troppo stretto per un drago, perfi-
no per un esemplare giovane. Dov'era finita la creatura?
Avevano compiuto pochi passi quando, da un punto pi interno del vali-
co, udirono l'urlo mostruoso di una belva. I due orchi si fissarono l'un l'al-
tro, ma non rallentarono il passo. Nessun guerriero degno di questo nome
si sarebbe ritirato a un primo segno di pericolo.
Avanzarono pi in profondit. Un gioco di ombre suscit in loro l'im-
pressione di essere circondati da creature crudeli, celate tutt'attorno. Il re-
spiro di Brox si fece pi affannoso nel cercare di tenere il passo di Gaskal.
L'ascia si fece pesante nella sua mano.
Un urlo, un urlo umano, riecheggi da un punto poco distante verso l'in-
terno.
Brox... prese a dire l'orco pi giovane.
Ma, in quel momento, un'apparizione mostruosa riemp il loro campo vi-
sivo, un'immagine infuocata come mai avevano veduto prima.
Occupava l'intero valico, straripando perfino sulla roccia. Non sembrava
viva, ma ciononostante si muoveva come se avesse intenzioni precise.
Suoni caotici e discordanti invasero le orecchie degli orchi e, quando Brox
volse lo sguardo verso il centro, sent come se stesse fissando direttamente
l'Eternit.
Gli orchi non erano creature inclini alla paura, ma quell'apparizione mo-
struosa, senza dubbio di natura stregonesca, sconvolse i due guerrieri.
Brox e Gaskal rimasero impietriti di fronte a essa, consci del fatto che
semplici armi non l'avrebbero nemmeno scalfita.
Brox desiderava da tempo una morte da eroe, non una fine cos misera.
Non c'era alcuna nobilt nel morire in quel modo. La creatura avrebbe po-
tuto inghiottirlo e farlo a pezzi senza problemi.
Ci condusse Brox a una decisione. Gaskal! Presto! Corri!
Ma l'orco pi anziano non riusc a eseguire il suo stesso ordine. Si volt
per scappare, ma scivol come un goffo cucciolo sulla neve sdrucciolevo-
le. L'enorme orco inciamp a terra, battendo la testa. L'arma gli scivol
lontano.
Gaskal, ignaro di quanto accaduto al compagno, era balzato verso una
cavit posta in una delle pareti. Giunto l si era piazzato dentro, sicuro del
riparo che la roccia solida gli avrebbe fornito.
Brox stava ancora cercando di schiarirsi le idee, quando si rese conto
dell'errore di Gaskal. Sollevandosi sulle ginocchia, url: Non l. Sposta-
ti!.
Ma la dispersione dei suoni lungo il valico smorz il suo avvertimento.
La spaventosa creatura avanz... e Brox vide con orrore che Gaskal era fi-
nito dritto nella sua presa.
Una serie atroce di grida proruppe dalla gola di Gaskal, che invecchiava
e allo stesso tempo diventava pi giovane. I suoi occhi esplosero fuori dal-
le orbite e il corpo s'incresp come una sostanza liquida. Si allung e si
contrasse...
Emettendo un ultimo, atroce grido, l'orco pi giovane si accartocci su
se stesso, contraendosi sempre di pi... fino a svanire del tutto.
Per l'Orda... Brox spalanc la bocca, rimanendo immobile. Fiss il
punto in cui Gaskal si trovava in precedenza, sperando ancora che, in qual-
che modo, il compagno riapparisse indenne.
All'improvviso si rese conto che a breve anche lui sarebbe stato inghiot-
tito da quella creatura abominevole.
Brox si volt, afferr istintivamente l'ascia e si mise a correre. Non pro-
v vergogna per il suo gesto. Nessun orco era in grado di sconfiggere quel-
la creatura. Morire come Gaskal sarebbe stato un gesto futile.
Ma per quanto veloce corresse, l'apparizione infuocata si muoveva con
pi rapidit. Sul punto di essere sopraffatto dalle innumerevoli voci e dai
suoni, Brox digrign i denti. Sapeva di non poter essere pi veloce, non in
quel momento, ma continu lo stesso a procedere...
Riusc a fare soltanto due passi in pi, prima che la creatura lo inghiot-
tisse per intero.
Krasus sentiva dolore in ogni muscolo. Fu quella l'unica ragione che riu-
sc finalmente a sbloccarlo dall'abisso nero dell'incoscienza.
Cosa era accaduto? Ancora non lo sapeva con esattezza. Un attimo pri-
ma, aveva cercato di raggiungere Rhonin; poi, nonostante non fosse stato
vicino, anche lui era stato inghiottito dall'anomalia. Il suo contatto mentale
con l'umano lo aveva letteralmente trascinato via.
Immagini sfrecciarono ancora nella sua mente confusa. Paesaggi, creatu-
re, manufatti. Krasus era stato testimone del tempo nel suo aspetto supre-
mo, tutto in una volta.
Aspetto? Quella parola gli richiam alla mente un'altra temibile visione,
che aveva accantonato fino a quel momento. Nel mezzo del caos vorticoso
del tempo, Krasus aveva intravisto una scena che aveva infranto il suo
cuore e le sue speranze.
L, nel centro del turbine, aveva visto Nozdormu, il grande Aspetto del
Tempo... intrappolato come una mosca in una ragnatela.
Nozdormu era sempre presente in tutta la sua immensa gloria; era un
drago enorme costituito non di carne, ma delle sabbie dorate dell'eternit. I
suoi occhi brillanti, simili a gemme del colore del sole, si erano spalancati,
senza per vedere a loro volta la figura irrilevante di Krasus. Il grande dra-
go era stato intrappolato, ma aveva continuato a tenere insieme tutte le fila
del tempo... assolutamente tutte.
Nozdormu era sia la vittima sia il salvatore. Imprigionato nell'interezza
del tempo, riusciva anche a impedirgli di spezzarsi. Se non fosse stato per
l'Aspetto, la struttura della realt sarebbe crollata all'istante. Il mondo che
Krasus conosceva sarebbe scomparso per sempre, come se non fosse mai
esistito.
Un nuovo impeto di dolore travolse il mago. Grid nell'antica lingua dei
draghi, perdendo momentaneamente il suo abituale controllo. Tuttavia, in-
sieme al dolore giunse la consapevolezza di essere ancora vivo. Ci lo
spinse a lottare e a sforzarsi per riprendere piena coscienza...
Apr gli occhi.
Alberi accolsero il suo sguardo. Alberi imponenti e rigogliosi con chio-
me verdi, che quasi facevano sparire il cielo. Una foresta in piena fioritura.
Gli uccellini cinguettavano, mentre altre creature frusciavano e correvano
veloci nel sottobosco. Krasus percep la vaga presenza del sole al tramonto
e di soffici nuvole in movimento.
Trovandosi in un siffatto paesaggio tranquillo, Krasus quasi si domand
se potesse essere morto e trovarsi nell'Oltre. Poi, un suono non altrettanto
celestiale, un'imprecazione detta a bassa voce, cattur la sua attenzione. Si
volse verso sinistra.
Rhonin stava tentando di sollevarsi. L'umano dai capelli color fuoco era
atterrato a faccia in gi, a pochi metri dal mentore di un tempo. Il mago
umano sput melma e grasso, poi sbatt le palpebre. Casualmente, per
prima cosa, guard in direzione di Krasus.
Cosa...? fu l'unica parola che riusc a dire.
Krasus cerc di parlare, ma gli usc dalla bocca solo un debole suono
gracchiante. Deglut, poi riprov ancora. Io... non lo so. Sei... sei ferito da
qualche parte?
Flettendo le gambe e le braccia, Rhonin fece una smorfia. Sento dolore
dappertutto... ma... sembra non ci sia nulla di rotto.
Dopo una prova del genere, Krasus trasse analoghe conclusioni su di s.
Che fossero giunti l indenni lo stup... ma poi si ricord della magia di
Nozdormu, all'opera nell'anomalia. Forse l'Aspetto del Tempo li aveva
davvero notati, facendo il possibile per salvarli.
Ma se cos era...
Rhonin rotol sulla schiena. Dove siamo?
Non sono in grado di dirlo. Credo che dovrei saperlo, ma... Krasus si
ferm mentre un senso di vertigine improvvisamente s'impadroniva di lui.
Cadde a terra all'indietro, chiudendo gli occhi, finch la sensazione non
cess.
Krasus! Cos' successo?
Niente, davvero... almeno credo. Non mi sono ancora ripreso da quanto
 accaduto. La debolezza svanir. Tuttavia, not che Rhonin stava gi
molto meglio, riuscendo perfino a mettersi seduto, cercando di sgranchirsi.
Perch una fragile creatura umana avrebbe dovuto sopravvivere al caos
dell'anomalia meglio di lui?
Con ferma determinazione, Krasus si mise anche lui a sedere. Il senso di
vertigine minacci ancora una volta di travolgerlo, ma riusc a controllarlo.
Cercando di distogliere la mente dalle preoccupazioni, Krasus si guard
ancora una volta attorno. S, senza dubbio percepiva un senso di familiarit
con l'ambiente circostante. In un dato momento, aveva visitato quella re-
gione, ma quando?
"Quando?"
Quella semplice domanda lo invase di un subitaneo terrore. "Quando..."
"Nozdormu intrappolato nell'eternit... l'intera temporalit aperta all'a-
nomalia..."
La fitta vegetazione e le ombre minacciose create dal sole al tramonto
rendevano quasi impossibile spingersi lontano con lo sguardo, per indivi-
duare la terra precisa in cui si trovavano. Per farlo avrebbe dovuto librarsi
nell'aria. Senza dubbio un volo rapido sarebbe stato il modo migliore per
farlo. L'area sembrava priva di insediamenti di ogni sorta.
Rhonin, resta qui. Vado a esplorare la zona dall'alto. Torner fra bre-
ve.
 una scelta saggia?
Credo sia assolutamente necessaria. Senza ulteriori parole, allung le
braccia e cominci a trasformarsi.
O meglio, cerc di trasformarsi, perch si contorse dal dolore, sopraffat-
to dalla stanchezza. Il suo corpo fu travolto dallo sforzo e perse ogni equi-
librio.
Forti braccia lo ressero, impedendogli di cadere. Rhonin lo port premu-
rosamente su un terreno morbido, poi lo aiut a coricarsi.
Ti senti bene? Sembra come se...
Krasus lo interruppe. Rhonin... non sono riuscito a trasformarmi. Non
ci sono riuscito...
Il giovane mago corrug la fronte, senza capire. Sei ancora debole,
Maestro Krasus. Il viaggio attraverso quella cosa...
Eppure tu riesci a stare in piedi. Non prenderla come un'offesa, umano,
ma ci che abbiamo attraversato ti avrebbe dovuto ridurre in condizioni
ben peggiori delle mie.
L'altro annu con la testa, mostrando comprensione. Pensavo sempli-
cemente che avessi perso le energie nel cercare di mantenermi in vita.
Mi dispiace dirtelo, ma non appena siamo entrati nel gorgo, non ho po-
tuto fare per te nulla di pi di quanto potessi fare per me soltanto. In effet-
ti, se non fosse stato per Nozdormu...
Nozdormu? Rhonin spalanc gli occhi. Cos'ha a che vedere con la
nostra sopravvivenza?
Non l'hai visto?
No.
Inspirando, Krasus descrisse quel che aveva visto. Mentre parlava, Rho-
nin assunse un'espressione sempre pi lugubre.
Impossibile... riusc infine a dire l'umano.
Terrificante lo corresse Krasus. E ora mi trovo costretto ad aggiunge-
re che, sebbene Nozdormu ci abbia salvati dalle forze primitive dell'ano-
malia, temo che non ci abbia rispediti nel luogo da cui proveniamo... e
neppure nel tempo da cui proveniamo.
Credi... credi che potremmo trovarci in un'epoca differente?
S... ma quale epoca sia... non saprei dirlo. N so dire in che modo sa-
remo in grado di ritornare nella nostra.
Crollando all'indietro, Rhonin fiss lo sguardo nel vuoto. Vereesa...
Abbi coraggio! Ho detto che non sono in grado di dire in che modo riu-
sciremo a tornare, ma ci non significa che non tenteremo! Tuttavia, la
prima mossa sar quella di procurarci del cibo e un riparo... e anche acqui-
sire una maggiore conoscenza di questa terra. Se saremo capaci di localiz-
zare il punto esatto in cui siamo, potremo sapere dove trovare l'aiuto di cui
abbiamo bisogno. Adesso, aiutami ad alzarmi.
Assistito dall'umano, Krasus si mise in piedi. Dopo pochi passi, prov a
camminare da solo. Una breve discussione sulla direzione da prendere si
concluse con l'accordo di dirigersi a nord, verso alcune colline lontane.
Una volta giunti l, il giorno dopo i due avrebbero potuto spaziare con lo
sguardo abbastanza lontano da avvistare un villaggio o una citt.
Il sole cadde oltre l'orizzonte appena un'ora dopo che si erano incammi-
nati, ma la coppia prosegu. Fortunatamente, Rhonin aveva in una delle ta-
sche della cinta i resti del cibo preparato per il viaggio e un cespuglio forn
loro qualche manciata di bacche, aspre ma commestibili. In pi, le sem-
bianze ridotte e quasi elfiche di Krasus richiedevano una quantit minore
di cibo rispetto alle sue dimensioni abituali. Ciononostante, erano consa-
pevoli che avrebbero dovuto cercare viveri pi nutrienti, se intendevano
sopravvivere.
Gli abiti pi pesanti usati sulle montagne si rivelarono perfetti per tenerli
al caldo quando scese l'oscurit. Inoltre, le capacit visive notturne di Kra-
sus permisero loro di evitare buche e altri ostacoli durante il tragitto. Cio-
nonostante, l'andatura era lenta e la sete cominci a farsi sentire.
Finalmente, un mormorio lieve proveniente da est li condusse a un pic-
colo corso d'acqua. I due si chinarono riconoscenti e cominciarono a disse-
tarsi.
Ringrazia i Cinque disse Krasus mentre bevevano. Rhonin assent si-
lenziosamente con la testa, troppo preso dal cercare di trangugiare l'intero
corso d'acqua.
Placata la sete, i due si sedettero. Krasus voleva proseguire, ma n lui n
l'umano avevano forza a sufficienza per farlo. Dovevano fermarsi l per la
notte, per poi riprendere il cammino alle prime luci dell'alba.
Rhonin si disse d'accordo. Non credo che potrei muovere un altro pas-
so aggiunse l'umano. Ma credo di poter accendere un fal con un incan-
tesimo, se vuoi.
L'idea di un focolare allettava Krasus, ma qualcosa dentro di lui lo scon-
sigli a riguardo. Saremo sufficientemente al caldo con gli abiti che ab-
biamo addosso. Al momento, preferirei eccedere in prudenza.
Probabilmente hai ragione. Per quel che ne sappiamo, potremmo anche
trovarci nell'epoca della prima invasione dell'Orda.
Krasus trov quell'ipotesi piuttosto improbabile, considerata la serenit
dei boschi, ma i secoli avevano prodotto altri pericoli. Fortunatamente, la
loro posizione attuale li avrebbe tenuti completamente al riparo dalla mag-
gior parte delle creature che passavano l vicino. Un declivio inoltre forni-
va loro un muro naturale a fianco del quale nascondersi.
Pi per stanchezza che per un vero accordo raggiunto, rimasero dov'era-
no, crollando letteralmente sul colpo addormentati. Il sonno di Krasus, tut-
tavia, fu turbato da sogni che rimandavano ad alcuni eventi.
Ancora una volta, vide Nozdormu lottare contro ci che costituiva la sua
stessa natura. Vide l'intera temporalit farsi pi instabile a ogni istante che
l'anomalia avanzava.
Krasus vide anche dell'altro, un riverbero fioco ma fiammeggiante, quasi
degli occhi che fissavano con bramosia tutto ci che vedevano. Il mago
drago si rabbui durante il sonno, mentre il suo subconscio cercava di ri-
cordare perch una siffatta immagine gli sembrasse cos fortemente fami-
liare...
Poi il leggero tintinnio del metallo contro il metallo s'insinu nella sua
mente, lacerando i sogni in brandelli che svanivano proprio mentre era sul
punto di ricordare ci che quegli occhi infuocati rappresentavano.
Mentre si muoveva, Rhonin pos la mano sulla bocca del mago drago.
Molto tempo addietro, nella sua lunghissima esistenza, il drago avrebbe ri-
pagato un tale affronto dando una sonora lezione di buone maniere alla
creatura mortale, ma in quel momento Krasus non solo possedeva maggio-
re pazienza di quanta ne avesse in giovent, ma anche pi fiducia.
Il tintinnio del metallo risuon nuovamente nell'aria. Era appena percet-
tibile, ma per l'udito allenato di entrambi i maghi echeggi nitido come un
tuono.
Rhonin indic verso nord. Krasus annu. Si alzarono entrambi con caute-
la, cercando di scorgere qualcosa dall'alto del declivio. Erano evidente-
mente passate alcune ore da quando si erano addormentati. I boschi erano
silenziosi, se non per il canto di pochi insetti. Se non fosse stato per i brevi
suoni innaturali uditi in precedenza, Krasus avrebbe creduto che fosse tutto
in perfetto ordine.
Poi due sagome enormi apparvero oltre la salita. Al principio non erano
distinguibili, ma poi la vista acuta di Krasus li identific non pi come due
creature, bens quattro.
Un paio di cavalieri in sella a grandi pantere muscolose.
Erano creature alte e snelle, si trattava palesemente di guerrieri. Indossa-
vano armature del colore della notte e grossi elmi a punta con protezioni
per il naso. Krasus non riusciva ancora a distinguere i loro volti, eppure si
muovevano con una fluidit che non aveva mai notato nella maggior parte
degli umani. Entrambi i cavalieri e le loro lucide e nere cavalcature, proce-
devano come se fossero poco infastiditi dall'oscurit, la qual cosa spinse
Krasus a mettere in guardia il suo compagno.
Stai fermo. Da come si muovono, sembra che ci vedano benissimo al
buio sussurr Krasus. Quali creature siano, lo ignoro, ma non apparten-
gono alla tua razza.
Ce ne sono altri! rispose Rhonin. Nonostante le sue ridotte capacit
visive, l'umano aveva volto lo sguardo nella direzione giusta, individuando
un paio di cavalieri che si avvicinavano.
I quattro soldati si muovevano in un silenzio pressoch assoluto. Soltan-
to il respiro incostante di un animale o il clangore del metallo segnalavano
la loro presenza. Sembravano impegnati in un'intensa caccia...
Krasus giunse alla terribile conclusione che stessero cercando lui e Rho-
nin.
Uno dei cavalieri in testa ferm la sua mostruosa cavalcatura dai denti a
sciabola, poi si port la mano sul viso. Un piccolo lampo di luce blu illu-
min per un istante l'area attorno a lui. Il soldato teneva un piccolo cristal-
lo nella mano guantata e lo fiss nell'oscurit circostante. Un attimo dopo,
lo avvolse con la mano a coppa, oscurando la luce.
L'utilizzo del cristallo magico preoccupava solo parzialmente Krasus.
Quel poco che aveva visto del volto arcigno e violento del soldato lo agi-
tava molto di pi.
Elfi della notte... sussurr.
Il soldato che teneva il cristallo in mano guard immediatamente in dire-
zione di Krasus.
Ci hanno visto! mormor Rhonin.
Maledicendo la propria stupidit, Krasus trascin via l'umano da l.
Andiamo nella foresta!  la nostra unica speranza!
Un grido isolato riecheggi nella notte... poi il bosco si riemp di soldati.
Le cavalcature agili e temibili balzarono in avanti con rapidit e le loro
zampe felpate non fecero alcun rumore, mentre si muovevano. Come i loro
padroni, avevano occhi argentei e brillanti che permettevano loro di scor-
gere bene la preda nonostante l'oscurit. Le pantere ruggivano avidamente,
bramose di raggiungere la preda.
Rhonin e Krasus scivolarono gi per una collina finendo in un boschetto.
Uno dei soldati sfrecci oltrepassandoli, ma un altro torn indietro prose-
guendo nell'inseguimento. Dietro di loro, pi di una dozzina di altri soldati
si sparpagliarono in tutta la zona, intenzionati a circondarli.
I due raggiunsero l'area pi fitta, ma il soldato alla guida del gruppo li
aveva quasi raggiunti. Voltandosi, Rhonin url un'unica parola.
Una palla accecante di pura energia and a colpire l'elfo della notte drit-
to nel torace, spedendolo in aria e disarcionandolo dalla cavalcatura, e lo
scaravent contro il tronco di un albero con un sonoro tonfo.
Il poderoso incantesimo serv unicamente a rendere gli altri soldati ancor
pi agguerriti. Nonostante il terreno accidentato, i soldati spinsero le pan-
tere pi addentro al bosco. Krasus gett uno sguardo verso est e vide che
altri nemici si erano gi incamminati sulle loro tracce.
Istintivamente, lanci anche lui un incantesimo. Pronunciato nella lingua
della magia pura, avrebbe dovuto creare un muro di fiamme in grado di te-
nere a bada gli inseguitori. Invece, apparvero soltanto dei piccoli fal spar-
si in pi direzioni, la maggior parte dei quali inutili per difendersi. Al mas-
simo, potevano servire per distrarre momentaneamente un gruppetto di
soldati. La maggior parte degli elfi della notte non vi fece neanche caso.
Ancor peggio, Krasus si sent nuovamente travolto dal dolore e dalla de-
bolezza.
Rhonin venne di nuovo in suo aiuto. Ripet una variazione pi blanda
dell'incantesimo del suo antico maestro, ma mentre Krasus aveva ottenuto
risultati fiacchi e dolore fisico, il mago umano ne ottenne di pi generosi.
Gli alberi che erano di fronte ai cavalieri esplosero in fiamme selvagge e
robuste, causando totale scompiglio fra gli inseguitori in armatura.
Rhonin osserv l'esito dei propri sforzi con altrettanto stupore degli elfi
della notte, ma riusc a riprendersi alla svelta. Giunse a fianco di Krasus e
lo aiut a ritirarsi dalla scena.
Presto... Krasus fu costretto a spalancare la bocca per respirare. Pre-
sto troveranno un sentiero in cui raggiungerci! A quanto pare conoscono
bene questo luogo!
Come li hai chiamati?
Sono elfi della notte, Rhonin. Ti ricordi di loro?
Sia il mago drago sia l'umano avevano preso parte alla guerra contro la
Legione Infuocata nelle vicinanze o dentro i confini di Dalaran, ma da lon-
tano erano giunti racconti sull'apparizione degli elfi della notte, una razza
leggendaria da cui discendeva la stirpe di Vereesa. Gli elfi della notte ave-
vano fatto la loro comparsa nel momento in cui il disastro era sembrato
imminente e non era un'affermazione troppo azzardata dire che l'esito sa-
rebbe potuto essere diverso se non si fossero uniti ai difensori.
Ma se si tratta di elfi della notte, non dovremmo essere loro alleati?
Dimentichi che non necessariamente ci troviamo nello stesso periodo
della guerra. In effetti, prima della loro apparizione, perfino i draghi rite-
nevano che la razza degli elfi della notte si fosse estinta dopo la fine del...
Krasus si incup, per niente sicuro di voler seguire il corso dei propri pen-
sieri fino alla loro logica conclusione.
All'improvviso, tre soldati li circondarono, brandendo lunghe spade ri-
curve. A capo del gruppo c'era colui che aveva estratto il cristallo blu. Le
fiamme di Rhonin gli circondarono il viso e l'avvenenza tipica degli elfi
venne per sempre rovinata da una profonda ferita sul lato sinistro, dall'oc-
chio fino al labbro.
Krasus cerc di lanciare un altro incantesimo, ma il tentativo lo ridusse
in ginocchio. Rhonin lo condusse a terra, poi affront gli assalitori.
Rytonus Zerak! url.
I rami pi vicini agli elfi della notte improvvisamente scesero a grappo-
lo, formando una barriera simile a una ragnatela. Un soldato vi rimase im-
pigliato, scivolando dalla cavalcatura. Un altro obblig la sua pantera a
fermarsi dietro colui che era stato catturato.
Il capo del gruppo fece saettare la spada fra i rami e la lama lasci dietro
di s una macabra striscia rossa.
Rhonin! riusc a dire Krasus. Scappa! Va' via!
Il suo allievo di un tempo aveva cos poca intenzione di obbedire a un
comando simile, quanto il mago drago ne avrebbe avuta al suo posto. Rho-
nin mise la mano in una delle sacche della cintola estraendone ci che a un
primo sguardo sembrava un mucchietto di argento vivo luminoso. La so-
stanza si compatt rapidamente nella forma di una lama lucente, un dono
che Rhonin aveva ricevuto da un comandante elfico alla fine della guerra.
Avvistando l'arma dell'umano, l'arrogante espressione del capo degli elfi
della notte si tramut in sorpresa. Ciononostante, si posizion per affronta-
re Rhonin in battaglia.
L'aria s'incendi di scintille cremisi e argento. L'intero corpo di Rhonin
trem. L'elfo della notte quasi scivol dalla sella. La pantera rugg, ma non
riusc a colpire il suo avversario con i suoi artigli affilati come rasoi.
Si scambiarono ancora colpi. Per quanto fosse un mago, Rhonin aveva
imparato negli anni le tecniche del combattimento a mani nude. Vereesa
l'aveva addestrato talmente bene che avrebbe potuto reggere il confronto
perfino con guerrieri esperti... e munito della spada elfica aveva buone
probabilit di successo contro qualsiasi genere di nemico.
Ma non se i nemici erano in tanti. Anche se era riuscito a tenere a bada
sia l'elfo della notte sia la sua cavalcatura, giunsero altri tre soldati, due dei
quali con una rete in mano. Krasus ud un suono dietro di s e si guard al-
le spalle vedendone giungere altri tre, anch'essi con una rete enorme fra le
mani.
Per quanto tentasse, non riusc a pronunciare le parole magiche. Lui, un
drago, in quel momento era indifeso.
Rhonin vide la prima rete e indietreggi. Tenne la spada pronta nell'e-
ventualit che gli elfi della notte volessero intrappolarlo. Il capo dei soldati
spinse la cavalcatura a procedere, attirando l'attenzione di Rhonin.
Die... dietro di te! grid Krasus, nuovamente sopraffatto dalla debo-
lezza. Ce n' un altro...
Uno stivale assest un colpo in testa al mago indebolito. Krasus rimase
cosciente, ma non riusc a mettere a fuoco la vista.
Con gli occhi annebbiati, osserv le sagome scure degli elfi della notte
accerchiare il suo compagno. Rhonin schiv due lame e ricacci indietro
uno degli enormi felini... ma poi la rete lo cattur alle spalle.
L'umano riusc a spezzarne una parte, quando la seconda rete gli cadde
addosso, intrappolandolo completamente. Rhonin apr la bocca, ma il capo
dei soldati si mosse colpendolo forte sulla mascella con il pugno guantato.
L'umano cadde a terra.
In preda alla rabbia, Krasus riusc a sollevarsi parzialmente dallo stato di
torpore. Mormor alcune parole in direzione del capo dei soldati.
Questa volta l'incantesimo funzion, ma si diresse nella direzione sba-
gliata. Un lampo dorato colp non il bersaglio prescelto, ma un albero vici-
no a uno degli altri soldati. Tre grossi rami si schiantarono a terra, schiac-
ciando lui e la sua cavalcatura.
Il capo degli elfi della notte guard irato verso Krasus. Il mago drago
cerc inutilmente di proteggersi dai pugni e dai calci che lo colpirono ripe-
tutamente... fino a fargli perdere conoscenza.
La creatura osserv i suoi subordinati colpire la strana figura che, pi per
caso che per autentica abilit, aveva ucciso uno dei suoi. Anche quando fu
chiaro che la vittima aveva perso i sensi, il capo permise ai suoi guerrieri
di sfogare la propria frustrazione sul corpo immobile. Le pantere sibilaro-
no e ringhiarono sentendo odore di sangue e gli elfi della notte ebbero ap-
pena modo di impedir loro di unirsi alla violenza.
Non appena giudic che avessero raggiunto i limiti di sicurezza, per cui
qualsiasi colpo ulteriore avrebbe messo a repentaglio la vita del prigionie-
ro, ordin loro di fermarsi.
Lord Xavius vuole i prigionieri vivi sbott l'elfo della notte sfregiato.
Non vogliamo deluderlo, non  vero?
Gli altri si raddrizzarono e la paura all'improvviso s'impadron dei loro
sguardi. Facevano bene a spaventarsi, pens, poich Lord Xavius era solito
ricompensare la disobbedienza con la morte... una morte lenta e dolorosa.
E spesso sceglieva la mano obbediente di Varo'then per somministrare
siffatta ricompensa.
Abbiamo prestato attenzione, capitano Varo'then si affrett a ribadire
uno dei soldati. Sopravviveranno entrambi al viaggio...
Il capitano assent. Lo stupiva ancora il modo in cui il consigliere della
regina era riuscito a individuare la presenza di quegli stranieri inusuali.
Quando aveva convocato il fedele Varo'then, Xavius si era limitato a dire
che si era verificata una manifestazione insolita e che voleva che il capita-
no facesse le opportune indagini per riportargli qualunque creatura estra-
nea. Varo'then, dallo sguardo sempre acuto, aveva notato un leggero ar-
cuarsi nelle sopracciglia del suo signore,. unico accenno al fatto che Xa-
vius fosse pi irritato di quanto non mostrasse.
Varo'then fiss i prigionieri che erano stati legati insieme e appesi senza
troppe cerimonie al collo di una delle pantere. Qualsiasi cosa il consigliere
si fosse aspettato, di certo non includeva visitatori di tal sorta. Il pi debole
dei due, che era riuscito a lanciare un ultimo incantesimo, assomigliava
vagamente a un elfo della notte, ma la sua pelle era chiara, quasi bianca.
L'altro, chiaramente pi giovane e molto pi dotato come mago... Va-
ro'then non sapeva come collocarlo. Non era molto dissimile da un elfo
della notte... ma palesemente non era uno di loro. Aveva l'aspetto di una
creatura mai vista prima.
Non importa. Lord Xavius risolver la questione mormor fra s Va-
ro'then. Anche se ci comportasse spezzarli osso per osso o scorticarli vi-
vi per riuscire a ottenere la verit...
Qualsiasi fosse stata la decisione del consigliere, il fido e leale capitano
Varo'then sarebbe stato al suo fianco, per fornirgli un aiuto esperto.
Capitolo sei
Fu un Malfurion preoccupato quello che rientr nella propria casa vicino
alle cascate impetuose, proprio oltre Suramar, il grande insediamento degli
elfi della notte. Aveva scelto quel luogo per via della tranquillit e della
natura incontaminata: in nessun altro posto Malfurion riusciva a sentirsi al-
trettanto in armonia, se non forse nel boschetto nascosto di Cenarius.
A pianta circolare, dalla struttura precaria formata da alberi e terriccio, la
dimora di Malfurion contrastava nettamente con quelle della maggior parte
degli elfi della notte. L'ostentazione sfarzosa di colori, che denotava la
tendenza della sua razza a rivaleggiare in opulenza, non faceva per lui.
Malfurion aveva cercato di adattarsi all'ambiente, invece di costringerlo a
adattarsi alle sue esigenze, com'era tipico della sua gente.
Eppure, quella notte non v'era nulla nella sua casa che potesse fornirgli
un po' di conforto. Nella sua mente erano ancora intensi i ricordi e le im-
magini percepite attraversando il Sogno di Smeraldo. Nella sua immagina-
zione si erano spalancate porte che avrebbe preferito rimanessero chiuse,
pur sapendo che ci era impossibile.
Le visioni che si percepiscono nel Sogno di Smeraldo possono avere
diversi significati, aveva ribadito Cenarius indipendentemente da quanto
reali possano sembrare. Perfino ci che riteniamo sia reale, come la tua vi-
sione di Zin-Azshari, potrebbe non essere tale, poich la terra dei sogni
gioca degli strani scherzi alle nostre menti limitate...
Malfurion sapeva che il semidio aveva solo cercato di calmarlo e che ci
che aveva visto era la verit. Cap che Cenarius era preoccupato quanto lui
per lo sconsiderato utilizzo degli incantesimi in atto nel palazzo di Azsha-
ra.
L'energia evocata dagli Eletti... a cosa poteva servire? Non capivano
quanto si fosse alterata la struttura del mondo nella zona attorno al Pozzo?
Era ancora inconcepibile per lui che la regina potesse approvare un'opera-
zione cos sconsiderata e potenzialmente distruttiva... e tuttavia Malfurion
non riusciva a scacciare la sensazione che la regina fosse parte di quel di-
segno tanto quanto i suoi subordinati. Azshara non era una semplice figura
di facciata; governava effettivamente, anche nei confronti degli altezzosi
Eletti.
Malfurion cerc di tornare alle sue abitudini quotidiane, sperando che lo
aiutassero a dimenticare le preoccupazioni. La dimora del giovane elfo del-
la notte constava di tre stanze, ulteriore dimostrazione della semplicit del
suo stile di vita. In una delle stanze v'era il letto, circondato da libri e per-
gamene. In un'altra stanza, sul retro, c'erano la dispensa e un piccolo tavolo
dove consumava i pasti.
Malfurion considerava entrambe le stanze niente di pi che mere neces-
sit. La terza, che era in comune, era da sempre la sua preferita. L, dove la
luce della luna risplendeva di notte ed era possibile scorgere le acque scin-
tillanti delle cascate, sedeva l'elfo quando meditava. L, sorseggiando il vi-
no di nettare d'api che tanto piaceva alla sua razza, riesaminava quello che
Cenarius gli aveva insegnato per essere sicuro di averlo ben compreso. L,
presso un basso tavolo in avorio dove disporre il cibo, era inoltre solito
conversare con Tyrande e Illidan.
Ma quella sera non ci sarebbero stati n Tyrande n Illidan. Tyrande era
rientrata nel tempio di Elune per proseguire gli studi, mentre il gemello di
Malfurion ormai preferiva il frastuono di Suramar alla serenit della fore-
sta, e ci non faceva che evidenziare la crescente differenza fra di loro.
Malfurion si appoggi con la schiena, il volto illuminato dalla luce della
luna. Chiuse gli occhi per fermarsi a pensare, sperando di calmare i nervi...
All'improvviso, per, qualcosa di imponente oscur il fioco bagliore del-
la luna, gettando l'elfo nell'oscurit pi totale.
Gli occhi di Malfurion si aprirono di scatto, appena in tempo per scorge-
re la traccia di una forma enorme e minacciosa. L'elfo balz immediata-
mente verso la porta spalancandola.
Ma con grande sorpresa, vide solo le acque impetuose delle cascate.
Usc guardandosi attorno. Senza dubbio, una creatura cos grande non
era in grado di spostarsi cos velocemente. Conosceva i Tauren simili ai to-
ri e i Furbolgs simili agli orsi, ma bench fossero delle stesse dimensioni di
quella strana ombra, nessuna delle due razze era nota per la sua agilit.
Qualche ramo frusci nel vento e un usignolo cinguett in lontananza, per
Malfurion non riusc a trovare traccia del presunto intruso.
" soltanto frutto dei tuoi nervi scossi" rimprover infine a se stesso. "E
delle tue insicurezze."
Tornato dentro, Malfurion si risedette, con la mente ancora una volta
immersa nelle preoccupazioni. A differenza dell'intruso fantasma, egli era
sicuro di non aver immaginato o male interpretato le cose viste nel palazzo
e nel Pozzo. In un modo o nell'altro, doveva saperne di pi, pi di quanto il
Sogno di Smeraldo era in grado di rivelargli al momento.
E, sospettava, avrebbe dovuto farlo molto, molto rapidamente.
Per un pelo non l'avevano catturato. Come un cucciolo che aveva appena
imparato a camminare, si era mosso rumorosamente fin dentro la tana della
creatura. Non era certo una dimostrazione delle rinomate abilit di un vete-
rano dei guerrieri orchi.
Brox non si era preoccupato dell'eventualit di difendersi se la creatura
l'avesse scoperto, ma quello non era il momento per crogiolarsi nel deside-
rio di trovare una morte valorosa. Inoltre, da quel poco che aveva visto del-
la figura solitaria, difficilmente quest'ultima sarebbe stata un degno avver-
sario. Era alta, ma troppo sottile, troppo indifesa. Gli umani erano conten-
denti molto pi validi e interessanti...
Sent la testa pulsargli, non per la prima volta. Brox si port le mani alle
tempie, cercando di scacciare il dolore. Uno stato di confusione agitata gli
invase la mente. Non riusciva ancora a ricordare con esattezza ci che gli
era accaduto nelle ultime ore. Invece di essere fatto a pezzi come Gaskal,
si era ritrovato catapultato nella follia. Realt inimmaginabili per la mente
di un semplice guerriero si erano materializzate davanti ai suoi occhi per
poi svanire, e Brox ripens a come si era ritrovato dentro quel turbine di
forze caotiche, mentre innumerevoli suoni e voci l'avevano aggredito fin
quasi a renderlo sordo.
Alla fine, quella realt lo aveva sopraffatto. Aveva perso i sensi, certo di
non risvegliarsi mai pi.
Ovviamente, si era risvegliato eccome, ma non per scoprirsi nuovamente
al sicuro sulle montagne, n ancora intrappolato nelle maglie della follia.
Invece, Brox si era ritrovato in un paesaggio piuttosto silenzioso costituito
di alberi e colline ondulate che si estendevano a perdita d'occhio. Il sole
stava tramontando e gli unici segnali di vita erano i richiami armoniosi de-
gli uccellini.
Anche se fosse stato catapultato nel bel mezzo di una battaglia piuttosto
che in quella scenetta pacifica, Brox non avrebbe potuto fare niente se non
rimanere dov'era. Aveva impiegato pi di un'ora solo per riuscire a stare in
posizione eretta, mettersi in cammino era troppo al di l delle sue capacit.
Per fortuna la sua ascia, che credeva perduta, era stata risucchiata via in-
sieme a lui, ed era caduta a pochi metri dal suo corpo. Non ancora in grado
di usare le gambe, Brox si era trascinato in direzione dell'arma. Non era
riuscito a brandirla nell'aria, ma afferrarne il manico gli aveva donato un
po' di conforto in attesa di recuperare le forze.
Nel momento in cui si era sentito in condizione di camminare, l'orco a-
veva cercato di allontanarsi. Non era saggio rimanere nello stesso posto
quando si era in una terra straniera, per quanto sicura sembrasse. Le situa-
zioni mutavano continuamente perfino in posti pi calmi e, quando ci av-
veniva, di solito le cose volgevano al peggio.
L'orco tent di capire cosa gli fosse accaduto. Aveva sentito parlare di
maghi in grado di spostarsi da un luogo all'altro per mezzo di speciali in-
cantesimi, ma se si era trattato di un incantesimo, senza dubbio il mago
che l'aveva lanciato doveva essere un folle. Oppure l'incantesimo doveva
essere sbagliato, il che era senza dubbio possibile.
Solo e sperduto, Brox si lasci guidare dal proprio istinto. Indipenden-
temente da quanto accaduto fino ad allora, Thrall avrebbe voluto che egli
scoprisse qualcosa di pi sugli abitanti di quel luogo e sulle loro intenzio-
ni. Se erano stati capaci, per caso fortuito o per reale intento, di mettersi in
contatto con la nuova terra degli orchi attraverso la magia, allora costitui-
vano una probabile minaccia. Brox poteva morire pi tardi; il suo primo
dovere era quello di proteggere la sua gente.
Almeno adesso sapeva qualcosa di pi sulla razza che viveva laggi.
Non aveva mai visto n sentito parlare di un elfo della notte prima della
guerra contro la Legione Infuocata, ma non poteva certo dimenticare il lo-
ro aspetto cos peculiare. In qualche maniera, Brox era finito in un regno
governato da quella razza, il che almeno gli donava la speranza di poter
tornare a casa non appena raccolte le informazioni necessarie. Gli elfi della
notte avevano combattuto a fianco degli orchi a Kalimdor; senza dubbio,
ci voleva dire che Brox era capitato in una parte remota del continente.
Con un breve sopralluogo, sarebbe stato in grado di scoprire in quale dire-
zione si trovavano le terre degli orchi, e poi sarebbe tornato a casa.
Brox non aveva alcuna intenzione di rivolgersi a un elfo della notte per
chiedere informazioni. Anche se si fosse trattato delle stesse creature che si
erano alleate con gli orchi e gli umani, non poteva essere sicuro del fatto
che coloro che vivevano in quella terra si sarebbero dimostrati amichevoli
con un intruso. Finch non ne avesse saputo di pi, l'orco era intenzionato
a rimanere cautamente in disparte.
Sebbene non s'imbatt subito in altre abitazioni simili a quella dell'elfo
della notte, Brox not comunque un bagliore in lontananza, probabilmente
generato da un insediamento pi vasto. Dopo un momento di riflessione,
sollev l'arma e si diresse verso il bagliore.
Aveva appena preso quella decisione, quando vide alcune ombre avvici-
narsi dalla direzione opposta. Appiattendosi contro un tronco massiccio,
Brox scorse una coppia di cavalieri avvicinarsi. Serr gli occhi sorpreso
quando scopr che cavalcavano agili e gigantesche pantere invece di fidi
destrieri. L'orco digrign i denti e si mise in guardia, nel caso che uno dei
due soldati o una delle bestie percepisse la sua presenza.
Ma le figure rivestite di armatura avanzarono speditamente, come se in-
tendessero raggiungere alla svelta un luogo ben preciso. Sembravano pro-
cedere con una certa disinvoltura nonostante la luce flebile, fatto che fece
ricordare improvvisamente all'orco che gli elfi della notte erano in grado di
vedere al buio cos come lui vedeva durante il giorno.
Ci non era di buon auspicio. Gli orchi erano dotati di una visione not-
turna discreta, ma di certo non altrettanto sviluppata come quella degli elfi
della notte.
Sollev l'ascia. Forse non era in posizione di vantaggio sul piano delle
capacit visive, ma era in grado di fronteggiare una qualsiasi di quelle esili
figure incontrate finora. Giorno o notte che fosse, un'ascia nelle mani di un
valoroso guerriero come lui avrebbe comunque inferto la medesima ferita
profonda e netta. Perfino le armature elaborate che aveva notato indosso ai
cavalieri non avrebbero resistito a lungo alla forza della sua arma predilet-
ta.
Ormai fuori dalla vista di quegli esseri, Brox prosegu guardingo. Dove-
va saperne di pi su quei particolari elfi della notte e l'unico modo per farlo
era spiare i loro insediamenti. L avrebbe potuto scoprire dettagli a suffi-
cienza per capire dove si trovasse rispetto a casa. Poi sarebbe tornato da
Thrall. Lui avrebbe saputo interpretare quel che il guerriero aveva visto e
si sarebbe occupato di quegli elfi della notte che si dilettavano in pericolo-
se magie.
Era davvero semplice...
Sbatt le palpebre, talmente immerso nei propri pensieri da notare solo
in quel momento l'alta figura femminile che gli era di fronte, avvolta da a-
biti argentei illuminati dalla luce della luna.
La creatura aveva un'aria altrettanto spaventata della sua... poi la bocca
si apr e grid.
Brox tent di raggiungerla, con la sola intenzione di soffocarne l'urlo,
ma prima ancora che potesse compiere qualsiasi gesto, ud sollevarsi altre
grida nell'aria e gli elfi della notte presero ad apparire da ogni direzione.
Una parte di lui desiderava rimanere dov'era e combattere fino alla mor-
te, ma l'altra parte, quella che era al servizio di Thrall, gli ricord che cos
facendo non avrebbe ottenuto nulla. Avrebbe soltanto tradito la sua mis-
sione e la sua gente.
Emettendo un ringhio di sdegno, Brox si volt fuggendo nella direzione
da cui era venuto.
Eppure, in quel momento sembr che da dietro ogni tronco d'albero e
ogni monticello spuntassero figure e ciascuna di esse emetteva un grido di
allarme alla vista del corpulento orco.
Squilli di tromba si diffusero nell'aria. Brox imprec, sapendo ci che
quei suoni presagivano. Infatti, poco dopo, ud ruggiti felini e voci decise.
Guardandosi alle spalle, l'orco vide gli inseguitori che si avvicinavano.
Al pari della coppia da cui si era nascosto in precedenza, la maggior parte
dei cavalieri indossava elmi e corazze di piastre metalliche. Inoltre, cia-
scuno di loro era massicciamente armato, e perfino le stesse cavalcature
rappresentavano un pericolo decisamente temibile. Un colpo violento di
zampa avrebbe squarciato in due l'orco e un morso dei loro denti a sciabola
gli avrebbe staccato senza sforzo alcuno la testa.
Brox voleva prendere l'ascia e lanciarsi nella mischia, mozzando indi-
stintamente i corpi di cavalcature e cavalieri, seminando una scia di sangue
e corpi mutilati dietro di s. Tuttavia, nonostante l'impulso di distruggere
coloro che lo insidiavano, gli insegnamenti e gli ordini di Thrall tennero a
bada la sua furia. Brox bofonchi affrontando l'avanguardia del gruppo
con la parte piatta dell'ascia. Ne disarcion uno, poi, dopo aver schivato gli
artigli della pantera, si volt per afferrare un altro nemico per la gamba.
L'orco scagli il secondo elfo della notte addosso al primo, lasciandoli en-
trambi senza fiato.
Una spada gli saett accanto. Brox fracass con facilit la esile lama con
la sua ascia poderosa. L'elfo della notte pens bene di ritirarsi, le mani an-
cora salde sull'impugnatura dell'arma.
L'orco approfitt dell'intervallo creato dalla ritirata per scivolare via dai
suoi inseguitori. Gli elfi della notte non sembravano affatto intenzionati a
inseguirlo, la qual cosa lo rallegr. Pi che il proprio onore, l'orgoglio di
essere stato il prescelto da Thrall continuava a impedire all'orco di voltarsi
e opporre un'insensata ultima resistenza. Non avrebbe mai deluso il suo
capo.
Ma non appena la fuga parve possibile, un altro elfo della notte si mate-
rializz all'improvviso davanti a lui, stavolta vestito in abiti scintillanti di
un verde brillante, tempestati d'oro e rubini all'altezza del petto. Un cap-
puccio gli nascondeva gran parte del volto stretto, e l'elfo non sembrava af-
fatto intimidito dall'enorme e rozzo orco che gli si avvicinava.
Brox brand l'ascia urlando, nel tentativo di spaventare il suo avversario.
La figura incappucciata sollev una mano all'altezza del petto, con l'in-
dice e il medio rivolti verso il cielo illuminato dalla luna.
L'orco riconobbe i segni di un incantesimo in procinto di essere lanciato,
ma ormai era troppo tardi.
Con sua grande sorpresa, un frammento rotondo della luna cadde dal
cielo, depositandosi su di lui come un soffice sudario sottile. Avvolto dal
velo, l'orco sent le braccia appesantirsi e le gambe farsi deboli. Dovette
sforzarsi per tenere le palpebre aperte.
Con l'ascia sfuggita alla sua presa ormai debole, Brox cadde in ginoc-
chio. Attraverso la copertura argentea e nebulosa, vide altre figure avvolte
in abiti simili circondarlo. Le sagome incappucciate rimasero in silenzio a
osservare il dispiegarsi dell'incantesimo.
Una sensazione di rabbia infiamm l'orco. Con un debole ringhio, pot
rimettersi in piedi. Non era quella la morte gloriosa che attendeva! Gli elfi
della notte volevano farlo crollare ai loro piedi come un neonato indifeso!
Ma lui non avrebbe ceduto!
Le sue dita agitate riuscirono ad afferrare ancora l'ascia. Con grande
soddisfazione, Brox not alcune delle figure incappucciate trasalire. Non si
aspettavano una simile resistenza.
Ma non appena tent di sollevare l'arma, un altro velo argenteo si depo-
sit su di lui. E la forza che aveva evocato svan nuovamente. Una volta
caduta l'ascia, cap che non sarebbe pi stato in grado di sollevarla.
L'orco fece un passo con esitazione, poi cadde in avanti. Cerc fino alla
fine di trascinarsi verso i nemici, deciso a non rendere la loro vittoria cos
facile.
Ma un terzo velo cadde su di lui... facendogli perdere i sensi.
"Tre notti... tre notti e non abbiamo ottenuto nessun risultato nonostante
gli sforzi..."
Xavius non era contento.
Tre stregoni degli Eletti si ritirarono dall'incessante rituale a base di in-
cantesimi. Vennero immediatamente rimpiazzati da coloro che nel frat-
tempo si erano rinvigoriti riposando. Gli occhi di Xavius si volsero in dire-
zione dei tre che avevano appena concluso il proprio turno. Uno di essi no-
t gli occhi scuri scrutare nella sua direzione e si fece piccolo piccolo. Gli
Eletti erano i pi validi servitori della regina e Lord Xavius era il pi vali-
do - e pericoloso - fra gli Eletti.
Domani notte... domani notte aumenteremo il campo di energia di dieci
volte dichiar, e le striature cremisi nei suoi occhi si fecero pi intense.
Incapace di incrociare il suo sguardo, uno degli altri Eletti os dire:
Con... con tutto il rispetto, Lord Xavius, ci costituisce un grande rischio!
Un tale aumento di energia potrebbe destabilizzare quanto abbiamo finora
raggiunto.
E sarebbe, Peroth'arn? Xavius scrut minaccioso in direzione delle al-
tre figure e la sua ombra parve muoversi liberamente nella folle luce
dell'incantesimo. Che cosa abbiamo ottenuto?
Be', controlliamo molta pi energia di quanto qualsiasi elfo della notte
abbia mai fatto prima d'ora!
Xavius assent con la testa, poi si fece accigliato. S, ma  come se con
un martello grosso come una montagna non potessimo schiacciare nulla
pi che un minuscolo insetto! Sei uno sciocco incompetente, Peroth'arn!
Considerati fortunato che la tua abilit sia richiesta per questo compito.
Mordendosi le labbra, l'altro elfo della notte chin il capo con deferenza.
Il consigliere della regina gett uno sguardo sprezzante al resto degli E-
letti. Per realizzare il nostro progetto, avremo bisogno del dominio com-
pleto sul Pozzo! Dobbiamo acquisire la capacit di uccidere l'insetto senza
neanche rendercene conto, se non a fatto avvenuto! Dobbiamo raggiungere
una tale precisione e un tocco talmente delicato da non lasciare alcun dub-
bio sulla piena realizzazione del nostro obiettivo finale! Noi...
State ancora facendo la vostra solita predica, mio caro Xavius?
Quella voce melodica avrebbe indotto qualsiasi altro Eletto a uccidersi,
se gli fosse stato ordinato, ma non Xavius, che con noncuranza conged gli
esausti incantatori. Poi il consigliere si volt verso l'unica persona del pa-
lazzo che giustamente non gli mostrava il dovuto rispetto.
Lei diffuse una luce brillante facendo il suo ingresso nella stanza, come
una visione di autentica perfezione, intensificata negli occhi magici di Xa-
vius. Era la gloria degli elfi della notte e la loro amata guida. Ogni suo re-
spiro lasciava le folle senza fiato. Ogni suo tocco sulla gota del guerriero
prescelto provocava in lui il desiderio spontaneo di uscire per sconfiggere
draghi e altro ancora, anche se ci avesse significato la morte.
La regina era alta per essere un esemplare femminile di elfo della notte,
pi alta perfino di molti esemplari maschili. Soltanto Xavius appariva dav-
vero imponente rispetto a lei. Eppure, nonostante la sua altezza, la regina si
muoveva leggiadra come il vento, infondendo una grazia silenziosa in ogni
movimento. Nessun felino si muoveva con altrettanta grazia e fierezza di
Azshara.
La sua pelle di un intenso violaceo era vellutata e sottile quasi come gli
abiti di seta che portava. I suoi capelli, lunghi, folti e rigogliosi, di una to-
nalit argentea simile a quella della luna, le scendevano lungo le spalle con
le punte rivolte perfettamente all'ins. Al contrario della sua visita prece-
dente, nella quale aveva indossato vesti dello stesso colore degli occhi, in
quel momento Azshara era fasciata in un abito con il medesimo meravi-
glioso colore dei maestosi capelli.
Perfino Xavius segretamente provava desiderio per lei, anche se a modo
suo. La sua ambizione lo spingeva molto pi in l di quanto le astuzie di
lei fossero in grado di arrivare. Ciononostante, Xavius trovava molto utile
la presenza della regina, come credeva che lei trovasse utile la sua. Condi-
videvano l'obiettivo finale, attendendo per ricompense diverse.
Quando l'obiettivo fosse stato raggiunto, Xavius avrebbe dimostrato ad
Azshara chi comandava davvero.
Luce della Luna esord Xavius con espressione ossequiosa. Parlavo
unicamente della vostra purezza e della vostra perfezione! Stavo sempli-
cemente rammentando a costoro i loro doveri nei vostri confronti. Quindi,
non dovrebbero desiderare di fallire...
Poich in tal caso tradirebbero anche voi, mio caro consigliere. Dietro
la stupefacente regina, v'erano due ancelle che tenevano lo strascico del
suo lungo abito iridescente. Lo spostarono da un lato, mentre Azshara si
accomod sul trono che aveva fatto erigere dagli Eletti in modo da poter
osservare i loro sforzi in tutta comodit. Sono convinta che mi temano
pi di quanto non mi amino.
Niente affatto, mia signora!
La regina si posizion per guardare gli incantatori in tutta la loro tensio-
ne e spost la veste in modo da esibire al meglio il corpo perfetto.
Xavius rimase impassibile a quella mossa seduttiva. Avrebbe avuto la
regina e qualsiasi altra cosa desiderasse, dopo aver completato con succes-
so la grande missione.
Un lampo improvviso di vivida luce diresse gli occhi di entrambi verso
il lavoro dei maghi. Sospesa al centro del cerchio creato dagli Eletti, una
sfera furente di energia si ricreava senza sosta. Le sue forme cangianti pro-
ducevano un effetto ipnotico, in gran parte dovuto al fatto che sembravano
spesso aprire un varco verso l'altrove. Xavius in particolare passava lungo
tempo fissando la creazione degli elfi della notte, notando con i suoi occhi
ci che nessun altro era in grado di vedere.
Fissando la creazione in quel momento, il consigliere assunse un'espres-
sione burbera. Gett un'occhiata furtiva, studiando i recessi all'interno del-
la sfera. Per un attimo appena percettibile, pot giurare di aver visto...
Credo che voi non mi stiate ascoltando, caro Xavius! Tutto questo 
davvero possibile?
Xavius riusc a riprendersi. Altrettanto possibile del vivere senza respi-
rare, Figlia della Luna... ma ammetto di essermi distratto a sufficienza da
non aver capito con assoluta chiarezza. Avete menzionato di nuovo qual-
cosa che ha a che vedere con...
Azshara si lasci sfuggire un breve e profondo riso soffocato, ma decise
di non contraddirlo. Cosa c' da capire? Ho semplicemente ribadito che
trionferemo al pi presto! Presto avremo la forza e la capacit di purificare
la nostra terra dalle sue imperfezioni, rendendola un paradiso perfetto...
Cos sar, mia regina. Cos sar. Manca ormai poco al momento in cui
inaugureremo una splendida et dell'oro. Il regno - il vostro regno! - verr
purificato. Il mondo conoscer la gloria eterna! Xavius si concesse un
leggero sorriso. E le razze impure e imperfette che in passato hanno im-
pedito l'avvento di un'era perfetta cesseranno di esistere.
Azshara premi queste parole con un sorriso compiaciuto, poi disse:
Sono lieta di sentirvi dire che ci avverr presto. Oggi altri devoti sono
venuti a invocare la mia intercessione, signor Consigliere. Sono giunti
spinti dal timore per la violenza che gravita dentro e attorno al grande Poz-
zo. Mi hanno resa partecipe dei loro timori sulle sue cause e sui suoi peri-
coli. Ovviamente, ho detto loro di inoltrare le richieste a voi.
Come era giusto che faceste, mia signora. Placher i loro timori in mo-
do tale da permettere al nostro prezioso lavoro di giungere a compimento.
Dopodich, avrete il piacere di annunciare quanto sar stato fatto per il be-
ne del vostro popolo.
Cos il loro amore per me sar ancora pi grande mormor Azshara,
serrando gli occhi come se gi stesse vedendo davanti a s le folle ricono-
scenti.
Se sar loro possibile amarvi ancor pi di quanto non facciano ora, mia
gloriosa regina.
Azshara accolse il complimento abbassando momentaneamente gli oc-
chi, poi, con tutta la grazia di cui lei sola era capace, si alz dalla sedia. Le
assistenti sistemarono rapidamente lo strascico del suo abito in modo che
non le impedisse i movimenti. Annuncer presto la splendida notizia,
Lord Xavius sentenzi la regina voltando le spalle al consigliere. Fate in
modo che tutto sia pronto quando ci avverr.
Non dedicher il mio tempo a nient'altro rispose Xavius, inchinandosi
alla sua figura ormai lontana. Sia nel sonno sia nella veglia.
Ma nell'istante in cui la regina e le sue assistenti si congedarono, un'am-
pia smorfia alter il volto gelido del consigliere. Si rivolse a una delle im-
passibili guardie costantemente in servizio all'ingresso della sala.
Se la prossima volta che Sua Maest decide di unirsi a noi non verr
avvertito, ti far tagliare la testa. Sono stato chiaro?
S, mio signore rispose la guardia senza esitazione.
Vorrei inoltre essere avvisato dell'arrivo del Capitano Varo'then prima
di Sua Maest. Il suo compito  troppo delicato perch la regina se ne oc-
cupi di persona. Assicuratevi che il Capitano, e tutto ci che porter con
s, venga condotto direttamente a me.
S, mio signore.
Dopo aver congedato la guardia, Xavius torn a sovrintendere al lavoro
degli Eletti.
Un reticolo di energia magica e danzante ora ricopriva la sfera fiammeg-
giante, che continuava a riformarsi senza sosta. Appena lo sguardo di Xa-
vius le si avvicin, la sfera si richiuse su se stessa, come se cercasse di fa-
gocitare la propria essenza.
Affascinante... sussurr il consigliere. Stando cos vicino, Xavius riu-
sciva a percepire le intense emanazioni e tutte le energie magiche evocate
dagli Eletti, a malapena tenute a freno. Era stato Xavius il primo a sospet-
tare che fino a quel momento la sua razza avesse soltanto sfiorato il poten-
ziale magico delle acque scure. Il Pozzo dell'Eternit aveva un nome pi
che appropriato, poich pi lo esaminava, pi si rendeva conto che i suoi
doni erano infiniti. Le dimensioni concrete del Pozzo erano soltanto un'il-
lusione della mente limitata... l'autentico Pozzo dell'Eternit esisteva in
migliaia di luoghi e dimensioni contemporaneamente.
E da ogni suo aspetto e variazione, gli Eletti avrebbero imparato ad at-
tingere qualsiasi cosa avessero desiderato.
Perfino lui rabbrividiva al pensiero delle potenzialit insite nel Pozzo.
Energie e colori ignoti anche agli altri presenti nella sala danzarono e
s'intrecciarono fra loro al cospetto di Xavius e dei suoi occhi magici. Lo at-
tiravano a s, grazie alla loro forza seduttrice primordiale. Il consigliere
s'inebri della fantastica visione che aveva di fronte...
Ma dall'interno, da un recesso profondo al di l del mondo concreto...
sent all'improvviso qualcosa ricambiare il suo sguardo.
Questa volta, l'elfo della notte cap di non essersi sbagliato. Xavius per-
cep una presenza molto distante. E, nonostante la distanza insormontabile,
la forza che percepiva quasi lo fece vacillare.
Cerc di tirarsi indietro, ma ormai era troppo tardi: la sua mente venne
improvvisamente trascinata oltre i limiti della realt e oltre l'eternit... fin-
ch...
"Ti cercavo da tempo..." disse la voce. Era la voce della vita e della mor-
te, della creazione e della distruzione... e del potere infinito.
Se anche avesse voluto farlo, Xavius non avrebbe potuto distogliere lo
sguardo dalle profondit del Pozzo. Altri occhi avevano ormai intrappolato
i suoi... erano gli occhi del nuovo dio del consigliere.
"E ora tu sei giunto a me..."
Le acque s'incresparono come se bollissero. Grandi onde emersero e si
riversarono senza sosta. Alcuni lampi giunsero sia dal cielo che dai recessi
oscuri del Pozzo.
Poi vennero i sussurri.
Il primo che li ud pens si trattasse del soffiare selvaggio del vento. Ben
presto per vennero ignorati e gli elfi della notte si preoccuparono dell'e-
ventuale devastazione delle loro eleganti dimore.
Altri, pi saggi e pi in sintonia con le energie misteriose del Pozzo, le
udirono per ci che erano realmente: voci del Pozzo stesso. Ma ci che es-
se dicevano, perfino la maggioranza degli elfi non era in grado di capirlo
con esattezza.
Furono i pochi che udirono chiaramente il messaggio a spaventarsi sul
serio... eppure non condivisero le loro paure con gli altri, per timore di es-
sere giudicati folli e cacciati dalla societ. Purtroppo, gli elfi della notte
non riuscirono a interpretare correttamente quell'unico avvertimento che li
aveva raggiunti.
Le voci non parlavano altro se non di bramosia. Bramavano ogni cosa.
Vita, energia, anime... intendevano trovare un varco verso il mondo, verso
il regno incontaminato degli elfi della notte.
E, una volta invaso, l'avrebbero divorato.
Capitolo sette
Coloro che li avevano catturati erano diventati molto irrequieti... e per
Rhonin ci rappresentava un ulteriore motivo di minaccia.
La loro agitazione era causata dalla nuova distesa di alberi in cui erano
appena entrati. Quell'area aveva per Rhonin qualcosa di diverso rispetto al-
le oscure distese incontrate in precedenza. L, i soldati non sembravano pi
come prima i padroni del territorio quanto piuttosto inopportuni invasori.
Presto giunse l'alba. Lui e Krasus, che ancora non aveva ripreso cono-
scenza, erano stati legati e gettati senza troppe cerimonie sulla schiena di
uno degli animali. Ogni urto compiuto dall'enorme pantera rischiava di
rompere le costole dell'umano, ma Rhonin si costrinse a non produrre nes-
sun suono n movimento che potesse far capire agli elfi della notte che era
sveglio.
E tuttavia, che importava se lo scoprivano? Aveva gi tentato diverse
volte di lanciare un incantesimo, ma tutti i tentativi gli erano valsi unica-
mente un mal di testa lancinante. Attorno al suo collo qualcuno aveva po-
sizionato un piccolo amuleto color smeraldo, un oggetto dall'aspetto inno-
cuo che tuttavia era la causa della sua debolezza. Ogni volta che cercava di
concentrarsi a fondo sugli incantesimi, i pensieri si facevano confusi e le
tempie prendevano a pulsargli. Non riusciva neppure a far cadere l'amule-
to. Gli elfi della notte lo avevano fissato saldamente. Anche Krasus ne in-
dossava uno, ma sembrava che da lui i rapitori non avessero nulla da teme-
re. Rhonin ricordava inoltre quanto era accaduto ogni volta che il suo mae-
stro di un tempo aveva cercato di dargli una mano nella lotta. Krasus riu-
sciva a controllare i propri poteri ancor meno di lui e constatarlo gli causa-
va parecchia inquietudine.
Non  questo il sentiero che avevamo preso all'andata ringhi il capo
dal volto sfregiato, che l'umano aveva sentito chiamare Varo'then da qual-
cuno. Non  come dovrebbe essere...
Ma abbiamo percorso esattamente lo stesso cammino, capitano rispo-
se uno degli altri. Non c' stata nessuna deviazione...
Non sembrano forse le guglie di Zin-Azshari quelle che vedo all'oriz-
zonte? tagli corto Varo'then. Vedo solo altri stramaledetti alberi, Kol-
tharius... e c' qualcosa nel loro aspetto che non mi aggrada! In qualche
maniera, nonostante siamo stati molto attenti a non perderci, siamo finiti
da un'altra parte!
Dobbiamo tornare indietro e rifare la strada?
Rhonin non era in grado di vedere il volto del capitano, ma riusc a in-
tuirne l'espressione frustrata. No... no... non ancora...
Tuttavia, sebbene Varo'then non fosse ancora disposto ad accettare il
cambiamento avvenuto nel percorso, il mago mostrava invece di preoccu-
parsene. Mano a mano che si addentravano nella foresta, sempre pi fitta e
opprimente, Rhonin percepiva una presenza farsi pi vicina, una presenza
le cui caratteristiche gli erano del tutto sconosciute. In un certo senso, la
cosa gli faceva tornare in mente il modo in cui sentiva l'avvicinarsi di Kra-
sus ogni volta che il drago si metteva in contatto con lui, ma quella era una
presenza molto... molto pi forte.
Che cos'era?
Il sole  quasi spuntato mormor un altro dei soldati.
Da quanto Rhonin aveva finora constatato, sebbene i loro carcerieri riu-
scissero a muoversi alla luce del giorno, non gradivano comunque la cosa.
In qualche modo, la luce li indeboliva. Erano creature magiche poco poten-
ti singolarmente, e la loro magia aveva a che vedere con la notte. Se solo
fosse riuscito a liberarsi dell'amuleto allo spuntare del sole, Rhonin era si-
curo che lo svantaggio si sarebbe risolto in suo favore.
Assicurandosi che nessuno lo stesse osservando, l'umano scosse furti-
vamente la testa. L'amuleto oscill da una parte e dall'altra, ma non voleva
scivolare via. Rhonin tent infine di sollevare il capo, sperando cos di ri-
muovere l'oggetto. Rischiava di essere notato dai rapitori, ma era un'occa-
sione da cogliere assolutamente.
Nel riverbero scuro che precede l'alba, un volto lo fiss distaccandosi dal
fogliame circostante.
No... il volto era parte del fogliame stesso. I rami e i ramoscelli ne costi-
tuivano le fattezze, creando perfino una barba rigogliosa. Gli occhi erano
formati da bacche e uno spazio nel verde rappresentava quella che appari-
va come una bocca maliziosa.
Il viso svan fra i cespugli altrettanto rapidamente come era apparso, in-
ducendo Rhonin a chiedersi se l'avesse semplicemente immaginato. Era
forse un effetto creato dalla luce nascente? Impossibile! Non in modo cos
dettagliato.
Eppure...
Lo stridore di un'arma sguainata attir la sua attenzione. Uno dopo l'al-
tro, gli elfi della notte si schierarono in posizione, pronti per un'imminente
battaglia. Perfino i feroci felini percepirono il pericolo, poich non soltanto
mantennero il loro passo spedito, ma inarcarono la schiena e mostrarono i
denti selvaggi.
Varo'then improvvisamente indic alla sua destra. Da quella parte! Da
quella parte! Svelti!
In quel momento, la foresta scoppi di vita.
Enormi rami carichi di fogliame si abbassarono, oscurando i volti dei
soldati. I cespugli balzarono in aria trasformandosi in agili creature d'erba.
Il manto della foresta sembr intralciare gli artigli delle pantere, facendo
ruzzolare pi di un cavaliere a terra. Gli elfi della notte urlarono sconside-
ratamente gli uni contro gli altri, cercando di organizzarsi ma finendo sol-
tanto per creare ancora pi confusione.
Un piccolo suono riecheggi nelle vicinanze. Rhonin scorse la scena di
sfuggita, ma fu sicuro di aver visto un albero massiccio incurvare la folta
chioma e spazzar via due elfi della notte insieme alle rispettive cavalcatu-
re.
La foresta si riemp di imprecazioni, mentre Varo'then era impegnato a
riportare l'ordine fra i soldati. Gli elfi della notte rimasti in sella sedevano
in modo scomposto, cercando non solo di togliere di mezzo i rami, ma an-
che di tenere le pantere sotto controllo. Nonostante la loro stazza, gli e-
normi felini erano chiaramente intimoriti dall'avversario e spesso indie-
treggiavano, bench i cavalieri insistessero nel farli proseguire.
Varo'then grid qualcosa e improvvisamente spirali violacee e stridenti
di energia luminosa sfrecciarono in vari punti della foresta. Una colp uno
spiritello a forma di cespuglio l vicino, trasformandolo immediatamente in
un inferno di fiamme. Tuttavia, nonostante la sua terribile fine fosse mani-
festa, la creatura continu a muoversi senza sosta, lasciando dietro di s
una scia di fuoco.
Subito dopo, l'aria prese a ululare e mugghiare come se si fosse incolle-
rita per l'assalto compiuto ai danni della creatura dei boschi. Soffi con ta-
le furia da smuovere una grande quantit di fango, rami spezzati e foglie
che invasero l'aria, oscurando ulteriormente la vista degli elfi della notte.
Un enorme ramo volante and a colpire quello che era di fianco a Va-
ro'then.
Radunatevi! url il capitano dal viso sfregiato. Radunatevi e battete
in ritirata! Fate presto, maledizione!
Una mano fatta di foglie si pos sulle labbra di Rhonin. L'umano fiss
nuovamente lo stesso volto di prima. Dietro di s, sent altre mani afferrar-
gli le gambe.
Spingendolo senza troppe cerimonie, lo fecero scivolare in avanti.
Una pantera se ne accorse e si mise a ruggire. Altre piccole figure simili
a cespugli sciamarono attorno alla bestia importunandola. Mentre il mondo
oscillava attorno a lui, Rhonin scorse Varo'then voltarsi per vedere quanto
era accaduto. L'elfo dall'espressione arcigna imprec nell'accorgersi che i
prigionieri erano stati rapiti, ma prima ancora che potesse sollevare una
mano per fermarli, altri rami gli si aggrovigliarono sulle braccia e sul viso
accecandolo.
Le creature-cespuglio riuscirono ad afferrare Rhonin ben prima che ri-
schiasse di colpire il terreno con la testa. In silenzio e con estrema effi-
cienza, le creature lo spinsero come un ariete dentro la foresta fitta. Rhonin
non poteva che sperare che anche Krasus fosse stato liberato, dato che non
vedeva nient'altro che la sagoma fatta di foglie davanti a s. Nonostante le
loro piccole dimensioni, le creature erano molto robuste.
Poi, con suo sgomento, un elfo della notte in sella a una pantera ringhio-
sa blocc loro il cammino. Il mago riconobbe in lui l'elfo della notte di
nome Koltharius. Costui aveva un'espressione disperata in volto, come se
la fuga di Rhonin costituisse per lui la cosa peggiore al mondo. Da quel
poco che Rhonin aveva compreso del capitano, non aveva dubbi a proposi-
to.
Senza perdersi in parole, l'elfo della notte incit la bestia a proseguire.
Gli elfi che Rhonin aveva conosciuto, in special modo la sua amata Veree-
sa, erano esseri dotati di un rispetto estremo per la natura. La specie cui
Koltharius apparteneva, tuttavia, sembrava non curarsene affatto: l'elfo
tranci i rami degli alberi e del boschetto falciandolo con una furia senza
freni. Nulla gli avrebbe impedito di raggiungere la preda.
O almeno cos credeva. Enormi uccelli neri piombarono su di lui dal fo-
gliame, circondandolo e infastidendolo senza sosta. Koltharius agit la
spada furiosamente, ma non riusc a staccare nemmeno una piuma ai suoi
assalitori.
Era talmente concentrato su quest'ultimo assalto da non accorgersi di
un'ulteriore minaccia proveniente dal terreno. Gli alberi attraverso i quali
doveva passare si sollevarono per pi di sessanta centimetri, come se al-
lungassero le radici.
La cavalcatura di Koltharius, resa quasi folle dagli uccelli, non prestava
abbastanza attenzione a dove era diretta.
Il felino, solitamente agile, inciamp, poi prosegu con serie difficolt
mano a mano che le zampe rimanevano intrappolate. La bestia si lasci
scappare un ruggito furibondo mentre balzava in aria. Il passeggero cerc
di tenersi saldo alla presa, ma ci serv unicamente a peggiorare la situa-
zione.
Sbilanciata, l'enorme pantera si capovolse, ricadendo pesantemente al
suolo. Intrappolato, l'elfo della notte rimase schiacciato e l'armatura si ac-
cartocci come carta sotto l'enorme pressione. La pantera non se la cav
molto meglio e si ud un terribile schiocco all'altezza del collo, mentre si
schiantava sul terreno.
I compagni frondosi di Rhonin proseguirono come se niente fosse acca-
duto. Per un po', il mago continu a sentire la lotta dei suoi inseguitori, ma
poi i suoni si spensero all'improvviso, come se Varo'then avesse finalmen-
te ordinato ai suoi confusi soldati di battere in ritirata.
Le piccole creature lo trascinavano. Rhonin not alcuni movimenti sulla
sua destra e scorse ci che pareva essere la sagoma immobile di Krasus,
trasportata come lui per la foresta. Per la prima volta, Rhonin cominci a
temere quel che i soccorritori avrebbero potuto fare a loro due. Erano forse
stati salvati solo per affrontare un destino ancor pi atroce?
Gli spiriti della foresta rallentarono il passo, fermandosi infine in pros-
simit di uno spazio aperto. Nonostante il luogo fosse completamente na-
scosto alla vista, i primi accenni di luce diurna gi illuminavano l'apertura.
Piccoli uccelli delicati cinguettavano allegramente. Una miriade di fiori
multicolori sbocciarono e l'erba alta al centro ondeggi con grazia a mo' di
saluto verso i nuovi arrivati.
Un ennesimo volto fatto di foglie incroci lo sguardo di Rhonin. Il sorri-
so della creatura si fece pi ampio e, con sua grande sorpresa, Rhonin vide
sbocciare al suo interno un fiore completamente bianco.
Poi giunse un leggerissimo soffio di polline, che schizz sul naso e sulla
bocca dell'umano.
Rhonin toss. La testa prese a girargli. Sent le creature muoversi nuo-
vamente, trascinandolo verso la luce del sole.
Ma prima che un solo raggio di luce potesse toccargli il viso... il mago
svenne.
Sebbene Rhonin credesse il contrario, Krasus non era rimasto incoscien-
te per la maggior parte del tempo. Senza dubbio era stremato e sul punto di
cedere all'oscurit; eppure, il mago drago aveva lottato contro lo sfinimen-
to ed era riuscito a non perdere conoscenza.
Anche Krasus aveva notato che qualcuno li osservava dal bosco, ma a-
veva subito riconosciuto i custodi della foresta. Possedendo in ogni caso
una sensibilit pi acuta rispetto a quella dell'umano, Krasus aveva com-
preso che gli elfi della notte erano stati spinti volutamente in quel luogo.
Una forza misteriosa voleva qualcosa in dono dalle figure in armatura e
non impieg molto a capire che lui e Rhonin rappresentavano la ricompen-
sa in questione.
Krasus era dunque rimasto perfettamente immobile durante tutto il
trambusto. Aveva fatto in modo di non compiere alcun movimento quando
il gruppo era stato attaccato e le creature della foresta avevano rapito lui e
Rhonin sotto gli occhi attoniti degli elfi della notte. Krasus non aveva per-
cepito alcuna intenzione malvagia nei soccorritori, ma ci non voleva dire
che lui e il suo compagno non avrebbero subito danni in seguito. Krasus
era rimasto segretamente all'erta durante il viaggio nella foresta, nella spe-
ranza di essere di maggiore aiuto rispetto all'ultima volta.
Ma quando ebbero raggiunto l'apertura illuminata dal sole, scopr di aver
sopravvalutato le proprie capacit. Il volto era apparso troppo in fretta, ali-
tando su di lui e prendendolo alla sprovvista. E, come Rhonin, Krasus era
svenuto.
Ma diversamente dall'umano, il drago dorm soltanto per pochi minuti.
Fra tante creature, lo accolse al risveglio un uccellino rosso appollaiato
sul suo ginocchio. Quella dolce visione fece trasalire Krasus tanto da fargli
spalancare la bocca, spedendo il piccolo volatile sui rami.
Con estrema cautela, il mago drago esamin l'ambiente circostante. A
quanto pareva, lui e Rhonin si trovavano in mezzo a una radura carica di
una magia antica almeno quanto quella dei draghi. Che il sole splendesse
proprio l con intensit e che l'erba, i fiori e gli uccelli emanassero una tale
pace, non era una coincidenza. Quello era il rifugio prescelto da un essere
che Krasus doveva sicuramente conoscere, anche se non ricordava affatto
chi fosse.
Questo era un problema del quale non aveva mai parlato al suo compa-
gno di viaggio. I ricordi di Krasus presentavano parecchie falle. Aveva ri-
conosciuto gli elfi della notte, ma altre cose, molte delle quali banali, erano
completamente svanite dalla sua memoria. Non appena cercava di concen-
trarsi su di esse, non trovava altro che il vuoto assoluto. Si sentiva altret-
tanto debole nello spirito che nel corpo.
Ma com'era potuto accadere? Perch aveva sofferto cos tanto rispetto a
Rhonin? Sebbene fosse un mago umano dalle notevoli capacit, Rhonin
era pur sempre una fragile creatura mortale. Se c'era qualcuno che doveva
sentirsi abbattuto e distrutto da quel viaggio avventato nello spazio e nel
tempo, avrebbe dovuto trattarsi a rigor di logica della creatura di rango in-
feriore.
Non appena l'ebbe pensato, per, Krasus si sent in colpa. Qualsiasi fos-
se la ragione per cui Rhonin aveva patito di meno i postumi del viaggio, si
vergogn per aver desiderato di invertire i loro ruoli. Rhonin aveva quasi
rischiato la vita in diverse occasioni per salvarlo.
Nonostante la sua temibile debolezza e il dolore costante, Krasus riusc a
rimettersi in piedi. Non vide nessuna traccia delle creature che li avevano
portati l. Probabilmente, erano tornate a essere parte integrante della fore-
sta, occupandosi delle sue necessit fino alla successiva richiesta da parte
del loro padrone. Krasus sapeva che erano stati trasportati dai custodi me-
no importanti. Gli elfi della notte rappresentavano una minaccia relativa-
mente pi blanda.
Ma cosa poteva desiderare la creatura che governava in quel luogo da
due viandanti irregolari?
Rhonin era ancora immerso in un sonno profondo e, a giudicare dalla
sua reazione al polline, Krasus si aspettava che avrebbe continuato a dor-
mire ancora per parecchio tempo. Senza nessun pericolo evidente all'oriz-
zonte, il drago os lasciare l'umano da solo, decidendo di capire per conto
proprio quanto effettiva fosse la loro libert in quel luogo sperduto.
Uno spesso manto di fiori circondava l'erba soffice e libera come una pa-
lizzata; erano disposti in egual numero rivolti all'esterno e all'interno. Kra-
sus si avvicin alla zona pi vicina, osservando i fiori con cautela.
Giunto a pochi passi dai fiori, questi si voltarono verso di lui, aprendosi
completamente.
Il mago si ritrasse all'istante... e vide le piante riassumere il loro aspetto
abituale. Non erano altro che un semplice e soffice muro di guardiani in
servizio. Lui e Rhonin erano al sicuro da ogni pericolo esterno e allo stesso
tempo erano controllati in modo da non arrecare alcun danno alla foresta.
Nelle sue condizioni attuali, Krasus non prese affatto in considerazione
l'eventualit di balzare contro i fiori. Inoltre, aveva il sospetto che cos fa-
cendo non avrebbe fatto altro che ridestare l'attenzione di altre guardie na-
scoste, magari non cos gentili come queste.
Rimaneva un'unica cosa da fare. Per preservare meglio le forze, si sedet-
te incrociando le gambe. Poi, prendendo un ampio respiro, Krasus esamin
la radura circostante un'ultima volta... e parl all'aria.
Vorrei parlarti.
Il vento raccolse le sue parole trasportandole nella foresta, dove risuona-
rono ripetutamente. Gli uccelli si quietarono. L'erba smise di ondeggiare.
Poi giunse nuovamente il vento... e con esso la risposta alle sue parole.
Parliamo, dunque...
Krasus attese. In lontananza, ud un leggero scalpiccio di zoccoli, come
se un animale fosse capitato l per assistere a quel momento importante.
Krasus aggrott la fronte mentre il battito si faceva pi vicino, poi not
una forma scura arrivare dalla foresta. Un cavaliere dalle grandi corna in
sella a un mostruoso destriero?
Ma poi, quando la figura si ferm all'altezza dei fiori-guardiano e il sole,
sempre splendente, la illumin del tutto, Krasus non pot fare altro che
spalancare la bocca come un cucciolo di umano, di fronte alla maestosa vi-
sione.
Vi ho gi incontrato... prese a dire Krasus. Mi ricordo di voi...
Ma il nome, come tanti altri ricordi, non affior alla sua mente. In realt,
non poteva nemmeno dire con certezza se avesse gi visto quella creatura
mitica, e ci la diceva lunga su quanto profonde fossero le lacune nella sua
memoria.
E io ricordo qualcosa di voi disse la figura imponente con il tronco
simile a quello di un elfo della notte e la parte inferiore simile a quella di
un cervo. Ma non abbastanza quanto vorrei...
Poggiando sulle quattro zampe, il signore della foresta si fece strada nel-
la barriera dei fiori, che si apr al suo passaggio come una muta di cani fe-
deli avrebbe fatto col proprio padrone. Alcuni fiori e l'erba accarezzarono
perfino le gambe della creatura con grazia e amorevolezza.
Mi chiamo Cenarius... disse alla figura snella che gli era di fronte.
Questo  il mio regno.
Cenarius... Cenarius... reminiscenze leggendarie volteggiarono nella
mente provata di Krasus. Riusc a trattenere alcuni ricordi, ma la maggior
parte di essi semplicemente svan nel nulla. Cenarius. Colui di cui parlava-
no gli elfi e gli altri abitanti della foresta. Non era un dio ma... quasi. Un
semidio, dunque. Potente tanto quanto i cinque Grandi Aspetti.
Ma c'era anche dell'altro, molto altro. Tuttavia, per quanto si sforzasse,
Krasus non riusc a rievocare nulla.
Gli sforzi dovevano essersi palesati sul suo volto, poich l'espressione
severa di Cenarius si addolc. Non vi sentite bene, viaggiatore. Forse do-
vreste riposare ancora un poco.
No. Krasus si costrinse ad alzarsi, ergendosi alto e dritto di fronte al
semidio. No... preferisco parlare.
Come credete. La divinit dotata di corna scost la barba da un lato,
osservando l'ospite con attenzione. Siete pi di quanto non appaia, viag-
giatore. Vedo in voi una somiglianza con gli elfi della notte, ma anche
qualcosa di pi antico e distante. Quasi mi ricordate.... ma no, non  esat-
tamente cos. L'enorme figura indic Rhonin. Lui invece  completa-
mente diverso da qualsiasi creatura di questa terra.
Veniamo da lontano e, a dire il vero, ci siamo persi, mio signore. Non
sappiamo dove siamo giunti.
Con grande sorpresa del mago, ci provoc una risata fragorosa nel se-
midio. La risata fece sbocciare altri fiori e port gli uccellini a depositarsi
sui rami attorno al trio, mettendo in moto una leggera brezza primaverile
che sfior dolcemente le guance di Krasus.
Allora dovete venire da molto lontano! In che altro posto potreste tro-
varvi, amico mio? Dove se non a Kalimdor?
Kalimdor. La notizia aveva senso; in quale altro posto potevano trovarsi
degli elfi della notte e tutti in una volta sola? Ma sapere dove lui e Rhonin
erano stati spediti rispondeva anche a un'altra serie di domande. Cos so-
spettavo, mio signore, ma...
Ho percepito un cambiamento destabilizzante nel mondo lo interruppe
Cenarius. Uno squilibrio, un mutamento. Ne ho cercato l'origine e il luo-
go di provenienza in segreto... e anche se non ho trovato quello che stavo
cercando... la ricerca mi ha condotto a voi due. Cammin oltre Krasus per
esaminare ancora una volta l'umano addormentato. Due vagabondi venuti
dal nulla. Due anime perse per motivi a me ignoti. Siete entrambi un e-
nigma per me. Avrei preferito che non lo foste.
Eppure ci avete salvato dalla prigionia...
Il signore della foresta emise uno sbuffo degno del pi potente dei cervi.
Gli elfi della notte diventano sempre pi arroganti. Prendono ci che non
appartiene loro ed entrano in territori dove non sono i benvenuti. Sono
convinti che ogni cosa debba essere una loro propriet. Anche se non sono
veramente penetrati nel mio regno, ho scelto di lasciarli avvicinare per im-
partir loro una lezione di umilt e buone maniere. Sorrise con aria cupa.
Cos, mi hanno reso pi facile ottenere ci che volevo, portandomelo di-
rettamente qui.
Krasus sent la gamba piegarsi. Lo sforzo nel mantenersi in piedi si stava
rivelando troppo arduo. Con determinazione, riusc a restare fermo. An-
che loro sembravano consapevoli del nostro arrivo improvviso.
Zin-Azshari possiede abilit magiche. Dopotutto,  suo compito sorve-
gliare il Pozzo.
Krasus vacill, ma stavolta non per debolezza fisica. Nell'ultima frase,
Cenarius aveva pronunciato due parole che avevano riempito il cuore di
Krasus di paura.
Zin... Zin-Azshari?
Proprio cos, creatura mortale!  la capitale del regno degli elfi della
notte! Situata sulle rive del Pozzo dell'Eternit! Non sapete nemmeno que-
sto?
Senza badare alla debolezza che avrebbe rivelato al semidio, Krasus
croll a terra, sedendosi sull'erba e cercando di assorbire la sconvolgente
realt della situazione.
Zin-Azshari.
Il Pozzo dell'Eternit.
Per quanto lacunosa fosse diventata la sua memoria, Krasus aveva senti-
to parlare di entrambi. Alcune cose avevano un'aura talmente epica e leg-
gendaria che sarebbe dovuto avvenire un oscuramento completo nella sua
mente perch se ne dimenticasse completamente.
Zin-Azshari e il Pozzo dell'Eternit. La prima costituiva il centro di un
impero magico, un impero governato dagli elfi della notte. Come era stato
sciocco a non rendersene conto durante la loro cattura. Zin-Azshari era sta-
ta il punto focale del mondo per diversi secoli.
Il secondo, il Pozzo, era di per s un luogo magico, un bacino infinito e
profondo di energie di cui nel corso dei secoli i maghi e gli stregoni ave-
vano favoleggiato in riverenti sussurri. Il Pozzo aveva svolto la funzione di
centro nevralgico dei poteri magici degli elfi della notte, permettendo loro
di lanciare incantesimi che suscitavano rispetto perfino nei draghi.
Ma entrambi erano realt del passato... del passato remoto. N Zin-
Azshari n il meraviglioso eppur inquietante Pozzo esistevano pi. Erano
scomparsi molto, molto tempo addietro in una catastrofe che... che...
E in quel momento la mente di Krasus vacill nuovamente. Era accaduto
qualcosa di terribile che aveva distrutto entrambi, dilaniando il mondo in-
tero... e per quanto si sforzasse non riusciva a ricordare che cosa fosse.
Non vi siete ancora ripreso disse Cenarius con aria preoccupata. A-
vrei dovuto lasciarvi riposare.
Sforzandosi ancora di ricordare, il mago replic: Io... star bene appena
il mio compagno si sveglier. Noi... andremo via non appena possibile e
non vi arrecheremo pi alcun disturbo.
La divinit assunse un'espressione accigliata. Piccolo amico, voi mi
fraintendete. Siete un enigma ma altres miei ospiti... e finch rimarrete tali
andr tutto bene. Cenarius si volt, dirigendosi verso i fiori disposti a mo'
di custodi. Credo che abbiate bisogno di nutrimento. Vi verr recapitato a
breve. Nel frattempo, riposate pure.
Cenarius non si aspettava nessuna protesta e Krasus si astenne dal pre-
sentarne alcuna. Se una creatura come il signore della foresta insisteva per
farli rimanere, Krasus cap che era impossibile fare altrimenti. Lui e Rho-
nin sarebbero stati suoi ospiti finch Cenarius avrebbe voluto... e trattan-
dosi di un semidio, poteva anche significare passare il resto delle loro vite
l dentro.
Ciononostante, questo non turbava Krasus quanto il pensiero che le loro
esistenze avrebbero potuto rivelarsi davvero brevi. Sia Zin-Azshari sia il
Pozzo erano stati distrutti durante una mostruosa catastrofe... e pi Krasus
vi rifletteva, pi riteneva che la venuta di quella catastrofe si stava avvici-
nando rapidamente.
Vi avverto, caro consigliere: adoro le sorprese, ma questa in particolare
mi aspetto che sia molto, molto speciale.
Xavius non pot che sorridere conducendo la regina per mano nella sala
in cui gli Eletti erano all'opera. Era giunto da lei con tutta la condiscenden-
za che possedeva, pregandola di unirsi a lui per vedere ci che i suoi incan-
tatori avevano ottenuto. Il consigliere sapeva che Azshara si attendeva
qualcosa di miracoloso e non intendeva deluderla... anche se ci che aveva
in serbo per lei non aveva nulla a che vedere con quanto la regina degli elfi
della notte avrebbe potuto immaginare.
Le guardie si inginocchiarono al loro passaggio. Sebbene avessero e-
spressioni impassibili come sempre, anche loro, come Xavius, erano rima-
sti colpiti da quel che era accaduto. Tutti i presenti nella sala ormai aveva-
no capito. Tutti tranne Azshara.
Per lei, si sarebbe trattato di attendere soltanto un attimo, prima dell'im-
portante rivelazione.
La regina fiss il gorgo vorticoso entro il disegno magico e disse con to-
no carico di delusione: Non sembra affatto cambiato.
Dovreste osservarlo pi da vicino, Luce di Mille Lune. Cos capirete
cosa abbiamo raggiunto...
Azshara corrug la fronte. Era giunta senza le sue assistenti su richiesta
di Xavius e cominciava a pentirsene. Ciononostante, era una regina e si ri-
chiedeva che lei, anche se da sola, fosse perfettamente padrona della situa-
zione.
Compiendo alcuni passi leggiadri, Azshara si avvicin al bordo del dise-
gno. Prima di tutto squadr l'operato degli Eletti che stavano lanciando in-
cantesimi, poi si decise a gettare uno sguardo nell'inferno che vi era conte-
nuto.
Mi sembra ancora immutato, caro Xavius. Mi attendo di pi da...
Azshara rimase a bocca aperta e sebbene il consigliere non potesse co-
gliere appieno l'espressione sul suo volto, intravide abbastanza da sapere
che Azshara ora aveva compreso.
E la voce che Xavius aveva udito in precedenza, la voce del suo dio, dis-
se affinch tutti l'udissero...
"Sto arrivando..."
Capitolo otto
Il Rituale della Luna Crescente si era concluso e Tyrande poteva final-
mente disporre di tempo per se stessa. Elune si attendeva dedizione dalle
sue sacerdotesse, ma non imponeva che le consacrassero ogni momento
della giornata. Madre Luna era una padrona gentile e amorevole, ed era
proprio questo ad aver spinto la giovane elfa della notte a unirsi alle adepte
del tempio. Prendendo i voti, Tyrande aveva trovato un modo per placare
le apprensioni e i conflitti interiori.
Qualcosa, per, continuava a tormentarla. Le circostanze avevano modi-
ficato i rapporti fra lei, Malfurion e Illidan. Non erano pi i giovani amici
di un tempo. La semplicit dell'infanzia era stata sostituita dalle complessi-
t di una relazione adulta.
I suoi sentimenti verso entrambi erano cambiati e sapeva che anche loro
si sentivano diversi nei suoi confronti. La competizione fra i due fratelli
era sempre stata blanda, ma ultimamente si era fatta pi evidente in un
modo che Tyrande non gradiva. Ormai sembrava che lottassero l'uno con-
tro l'altro, come per contendersi un trofeo.
Tyrande aveva compreso, a differenza di loro due, che il trofeo in que-
stione era lei.
Sebbene si sentisse lusingata dalla cosa, non voleva che nessuno dei due
rimanesse ferito. Tuttavia, sarebbe stata lei a ferire uno dei due, poich sa-
peva che una volta giunto il momento di scegliere un compagno con cui
passare il resto dei suoi giorni, avrebbe scelto solo tra Illidan e Malfurion.
Con indosso la tunica argentea provvista di cappuccio, tipica delle novi-
zie, Tyrande si affrett lungo gli ampi corridoi in marmo del tempio. Sopra
di lei, un affresco magico raffigurava la volta celeste. Un visitatore occa-
sionale sarebbe arrivato a credere che non vi fosse alcun tetto, talmente
perfetta era l'illusione. Ma soltanto l'imponente sala in cui avvenivano i ri-
tuali era aperta al cielo. L, Elune visitava le sue adepte sotto forma di rag-
gi di luna, toccando splendidamente i loro volti come una madre con le
proprie amate figliole.
Superate le imponenti immagini scolpite delle incarnazioni terrestri della
dea, ovvero di coloro che in passato l'avevano servita come alte sacerdo-
tesse, Tyrande giunse infine all'altezza dell'ingresso, dall'ampio pavimento
in marmo. Un intricato mosaico ritraeva la creazione del mondo compiuta
da Elune e altre divinit, con Madre Luna in posizione preminente. Con
poche eccezioni, le divinit erano forme vaghe dai volti oscurati, poich
nessuna creatura di carne era degna di contemplarne la loro vera effigie.
Soltanto i semidei, i bambini e le assistenti dei superiori avevano un volto
definito. Uno di questi, ovviamente, era Cenarius, considerato da molti il
probabile figlio del Sole e della Luna. Cenarius non aveva mai smentito n
confermato la leggenda, ma a Tyrande piaceva credere che fosse vera.
All'esterno, la fresca aria notturna riusc in parte a calmarla. Tyrande di-
scese gli scalini di bianco alabastro e si un alla folla. Molti chinarono il
capo con deferenza, altri le fecero spazio ossequiosamente. Essere un'ini-
ziata del tempio di Elune aveva i suoi vantaggi, ma in quel momento
Tyrande desider poter essere semplicemente se stessa agli occhi del mon-
do.
Suramar non era altrettanto illustre di Zin-Azshari, ma aveva comunque
una bellezza del tutto particolare. Colori intensi e sgargianti avvolsero il
suo sguardo non appena entr nella piazza principale, dove mercanti di
ogni posizione sociale magnificavano i loro prodotti alla popolazione. Di-
gnitari in sontuose vesti di color rosso e arancio intenso e tempestate di
diamanti passeggiavano a fianco di elfi di rango inferiore, che indossavano
abiti pi comuni di color verde, blu, giallo, o un miscuglio di tali tinte. Nel
mercato, ciascuno cercava di apparire al meglio delle proprie possibilit.
Perfino gli edifici avevano la funzione di esibire la ricchezza dei rispet-
tivi proprietari, mostrando variazioni di ogni colore dell'arcobaleno allo
sguardo di Tyrande. Alcune attivit erano state dipinte in ben sette grada-
zioni diverse della stessa tonalit e molte presentavano immagini portento-
se distribuite su tutta la superficie. A illuminarne la maggior parte, erano
state poste alcune torce, poich si riteneva che le fiamme danzanti confe-
rissero un tocco vivace.
Molti fra i non elfi della notte che la sacerdotessa novizia aveva incon-
trato nella sua breve vita sembravano considerare il suo popolo troppo vi-
stoso, arrivando perfino a dire che a sua razza fosse daltonica. Sebbene i
suoi gusti personali tendessero alla sobriet, anche se non in maniera cos
accentuata come in Malfurion, Tyrande era semplicemente convinta che
gli elfi della notte apprezzassero di pi la variet di combinazioni e sfuma-
ture di colori esistenti al mondo.
Poi Tyrande not una folla riunita attorno al centro della piazza. Molti
indicavano gesticolando un punto ben preciso, altri esprimevano commenti
di disgusto o derisione. Incuriosita, l'elfa si avvicin per scoprire cosa su-
scitasse tale interesse.
All'inizio, gli astanti non notarono affatto la sua presenza e ci era sicu-
ramente segno che stessero osservando una rara meraviglia. Tyrande tocc
gentilmente la figura a lei pi vicina, la quale appena la riconobbe si spo-
st per farla passare. Cos facendo, l'elfa della notte riusc a farsi strada
nella rolla.
Una gabbia leggermente pi piccola di lei era posta al centro della calca.
Costruita con solide sbarre d'acciaio, doveva contenere una bestia di una
forza considerevole, poich essa batteva furiosamente contro il metallo,
rinnovando di tanto in tanto lo stupore degli astanti emettendo rabbiosi
suoni animaleschi.
Coloro che erano in prima fila non si sarebbero certo spostati, nemmeno
scoprendo l'identit di colei che posava la mano sulle loro spalle. Frustrata
e incuriosita, la snella elfa della notte cambi posizione, cercando di scor-
gere qualcosa ergendosi fra due figure.
Ci che vide la lasci senza fiato.
Che cos'? sbott Tyrande.
Nessuno lo sa, sorella rispose il militare che era di guardia. Indossava
una corazza e gli abiti tipici del Corpo di Sorveglianza di Suramar. Le
Guardie della Luna hanno dovuto lanciargli ben tre incantesimi per fermar-
lo.
Tyrande istintivamente si guard attorno in cerca di uno dei maghi in-
cappucciati vestiti di verde, ma non ne vide nessuno. Probabilmente, ave-
vano creato un incantesimo attorno alla gabbia, per poi lasciare la creatura
ormai immobilizzata nelle mani del Corpo di Guardia mentre discutevano
sul da farsi.
Ma cosa avevano lasciato dentro la gabbia?
Non si trattava di un nano, sebbene la sua corporatura gliel'avesse fatto
venire in mente. Se la creatura fosse stata in posizione eretta, sarebbe risul-
tata pi piccola di una trentina di centimetri rispetto a un elfo della notte,
ma larga di almeno sessanta centimetri in pi. Chiaramente la bestia era
una creatura dotata di forza bruta, poich mai prima d'ora Tyrande aveva
visto una siffatta muscolatura. L'elfa della notte fu sorpresa dal fatto che
nonostante gli incantesimi lanciati contro la gabbia il prigioniero non fosse
riuscito a piegare le sbarre per poi scappare.
Uno degli spettatori, un elfo di alto lignaggio, improvvisamente pungol
la creatura accovacciata con un bastone dorato... e ci caus una nuova
ondata di furia all'interno della gabbia. L'elfo della notte fece appena in
tempo a ritrarre il suo bastone lontano dalle zampe tozze e spesse della be-
stia. Il volto schiacciato della creatura si contorse ringhiando rabbioso.
Probabilmente sarebbe riuscita a bloccare il bastone se non fosse stato per
le spesse catene che aveva attorno ai polsi, alle caviglie e al collo. Le pe-
santi catene non solo erano il motivo per cui rimaneva in posizione acco-
vacciata, ma anche la ragione per cui la creatura non riusciva a occuparsi
delle sbarre, bench ne avesse presumibilmente la forza e il desiderio.
Dall'iniziale disgusto mescolato a orrore, Tyrande pass alla piet. Sia il
tempio sia Cenarius le avevano insegnato a provare rispetto per tutte le
forme di vita, perfino per quelle che a un primo sguardo potevano sembra-
re mostruose. La creatura dalla pelle verde indossava abiti primitivi, il che
significava che esso - con molta probabilit era di sesso maschile - posse-
deva una parvenza di intelligenza. Dunque non era giusto che venisse esi-
bito sulla pubblica piazza come una specie di trofeo.
Due scodelle marroni vuote indicavano che il prigioniero aveva ricevuto
un po' di cibo, ma dalla sua corporatura robusta la sacerdotessa intu che
non gliene avessero fornito a sufficienza. Si rivolse quindi a chi era di
guardia dicendogli: Ha bisogno di altro cibo e di acqua.
Non ho ricevuto nessun ordine in tal senso, sorella rispose il piantone
con deferenza, mantenendo lo sguardo sulla folla.
Non servono ordini per questo genere di cose.
Le parole di Tyrande vennero accolte con una leggera scrollata di spalle.
Gli anziani non hanno ancora deciso cosa fare del prigioniero. Forse non
pensano che abbia bisogno di altro cibo o di altra acqua, sorella.
Le considerazioni della guardia non furono di suo gradimento. Il senso
di giustizia degli elfi della notte poteva essere molto draconiano. Se gli
portassi del cibo, cerchereste di fermarmi?
Il soldato assunse un'aria insofferente. Non dovreste farlo, sorella. La
bestia potrebbe anche staccarvi un braccio a morsi invece di addentare ci
che gli avete portato. Sareste molto pi saggia a lasciarlo per conto suo.
Correr questo rischio.
Sorella...
Ma prima che potesse convincerla a fare altrimenti, Tyrande si era gi
voltata, diretta verso il mercante di viveri pi vicino in cerca di una brocca
d'acqua e una ciotola di zuppa. La creatura nella gabbia sembrava carnivo-
ra, cos Tyrande scelse anche un pezzo di carne fresca. Il proprietario rifiu-
t di prendere del denaro da lei, sentendosi onorato per la sua venuta, cos
l'elfa della notte gli don la benedizione di cui intuiva avesse bisogno, lo
ringrazi e torn verso la piazza.
Gi annoiata, gran parte della folla si era dispersa quando Tyrande rag-
giunse il centro della piazza. Il prigioniero sollev lo sguardo non appena
vide la novizia avvicinarsi, inizialmente scambiandola per l'ennesimo cu-
rioso. Soltanto quando vide ci che Tyrande teneva in mano si fece pi in-
teressato.
Il prigioniero si dispose a sedere come meglio poteva, considerato l'im-
paccio delle catene, e la scrut con occhi intensi e sospettosi. Tyrande pen-
s che si trovasse ormai all'ultimo stadio della vita, poich i capelli erano
ingrigiti e il volto rozzo recava con s molte cicatrici e segni di un'esisten-
za aspra.
Arrivata a un passo dal prigioniero, Tyrande esit. Con la coda dell'oc-
chio, l'elfa della notte vide la guardia scrutare con cauta attenzione ogni
suo movimento. Tyrande cap che il sorvegliante avrebbe infilzato la crea-
tura se questa avesse tentato di ferirla, ma sper che non sarebbe arrivata a
tanto. Sarebbe stata una crudele ironia se il suo intento di aiutare un essere
che soffriva avesse provocato la morte di quest'ultimo.
Con estrema cura e gentilezza, Tyrande s'inginocchi davanti alle sbarre.
Riesci a capirmi?
La creatura grugn e infine assent con la testa.
Ti ho portato qualcosa da mangiare. Per prima cosa, gli porse la cioto-
la di zuppa.
Gli occhi diffidenti della creatura, cos diversi dai suoi, fissarono il con-
tenuto della ciotola. Tyrande riusc a scorgervi qualche esitazione. Per un
istante, lo sguardo guizz brevemente in direzione della guardia pi vicina.
La mano destra della creatura si chiuse, poi si riapr.
Lentamente, molto lentamente, allung la mano. Sentendola vicina alla
propria, Tyrande not quanto enorme e spessa fosse in realt, abbastanza
grande da contenere entrambe le sue mani senza alcuna difficolt. L'elfa
della notte immagin quale forza potesse essere racchiusa in quelle mani e
quasi ritrasse il dono.
Poi, con una gentilezza che la sorprese, il prigioniero prese la ciotola
dalle sue mani, ponendola davanti a s e fissando Tyrande con trepidazio-
ne.
Il comportamento della creatura la fece sorridere, ma ci non suscit una
reazione simile nel prigioniero: Sentendosi pi a suo agio, Tyrande gli por-
se la carne e infine la brocca d'acqua.
Appena ebbe sistemato il cibo al proprio fianco, l'essere dalla pelle verde
si mise a mangiare. Deglut il contenuto della ciotola in un sol colpo e
tracce di liquido gli schizzarono sulla mascella. Prosegu con la carne,
strappandola senza esitazione con i denti scheggiati. Tyrande deglut, ma
non mostr altrimenti il disagio che provava nei confronti delle rozze ma-
niere del prigioniero. Nelle stesse condizioni, si sarebbe comportata in ma-
niera poco dissimile dalla sua.
Alcuni astanti osservarono i gesti della creatura come se stessero assi-
stendo all'esibizione di un menestrello o di un buffone, ma Tyrande li i-
gnor. Attese con pazienza mentre il prigioniero continuava a divorare il
pasto. L'osso fu ripulito da ogni traccia di carne, poi la creatura lo spezz
in due suggendone il midollo con tale gusto che il resto della folla si di-
sperse, disgustata dai modi animaleschi dell'essere.
Mentre gli ultimi spettatori si allontanavano, il prigioniero gett a terra i
resti degli ossi e, emettendo un profondo e inquietante riso soffocato, al-
lung la mano verso la brocca. Il suo sguardo non si era mai spostato dalla
sacerdotessa novizia per pi di un secondo.
Finita l'acqua, la creatura si pul la bocca con il braccio e brontol: Era
buono.
Udire una parola dalla bocca del prigioniero fece trasalire Tyrande, an-
che se aveva dedotto in precedenza che, essendo in grado di capirla, dove-
va anche essere capace di parlare. La cosa la fece sorridere un'altra volta e
si arrischi perfino ad appoggiarsi contro le sbarre, un gesto che all'inizio
provoc agitazione fra le guardie.
Sorella! esclam una di esse. Non dovreste stare cos vicino! Il mo-
stro vi far...
Non far nulla Tyrande si affrett a rassicurarle. Poi spostando lo
sguardo sulla creatura, aggiunse: Non  vero?.
Il prigioniero scosse la testa e port le mani al petto in segno di onest. I
sorveglianti si ritrassero, ma rimasero comunque all'erta.
Ignorandoli ancora una volta, Tyrande chiese: Vuoi qualcos'altro?
Dell'altro cibo?.
No.
Tyrande si ferm, poi disse: Il mio nome  Tyrande. Sono una sacerdo-
tessa di Elune, la Madre Luna.
La figura dentro la gabbia non sembrava intenzionata a proseguire la
conversazione, ma quando vide che l'elfa della notte era in attesa di una ri-
sposta, replic infine: Brox... Broxigar. Sono un fedele servitore del Si-
gnore della guerra Thrall, capo degli orchi.
Tyrande cerc di dare un senso a quanto aveva appena sentito. Che fosse
un guerriero era intuibile dal suo aspetto. Era seguace di un capo, un certo
Thrall.
Questo Thrall era il re degli orchi e Tyrande dedusse fosse quella la raz-
za a cui Brox apparteneva. Gli insegnamenti del tempio abbracciavano o-
gni campo del sapere, eppure lei non aveva mai sentito parlare di una razza
chiamata "orchi". Senza dubbio, se erano tutti come Brox, gli elfi della
notte non avrebbero certo dimenticato le loro sembianze.
Tyrande decise di saperne di pi. Da dove vieni, Brox? Come sei giun-
to fin qui?
Ma si rese immediatamente conto di aver commesso un errore. L'orco
serr gli occhi e la mascella. Com'era stata stupida a non capire che le
Guardie della Luna lo avevano gi interrogato... e senza mostrare una cor-
tesia simile alla sua. L'orco doveva aver pensato che l'avessero inviata per
estorcergli con modi gentili ci che loro non erano riusciti a ottenere con la
forza e con la magia.
Palesemente intenzionato a concludere il loro incontro, Brox sollev la
ciotola tendendola verso di lei con sguardo cupo e diffidente.
Senza alcun avvertimento, un lampo di energia proveniente da dietro le
spalle della novizia attravers la gabbia e colp la mano dell'orco.
Emettendo un ringhio selvaggio, Brox strinse a s le dita bruciate. Poi
fiss Tyrande con uno sguardo talmente brutale da spingerla ad alzarsi e
indietreggiare. Le guardie si spostarono immediatamente verso la gabbia,
spingendo Brox contro le sbarre posteriori con le loro lance.
Due mani robuste si posarono sulle spalle di Tyrande e una voce che lei
conosceva bene sussurr: Stai bene, Tyrande? Quella bestia feroce non ti
ha ferito, vero?.
Non aveva alcuna intenzione di farlo! esclam Tyrande, voltandosi
verso il soccorritore. Illidan! Come hai potuto!
Il bell'elfo della notte si accigli e i magnetici occhi dorati persero un po'
della loro consueta luce. Avevo solo paura per te! Quella bestia  capace
di...
Tyrande lo interruppe. Stando l dentro,  capace di fare ben poco... e
non  affatto una bestia!
No? Illidan si accovacci per esaminare Brox da vicino. L'orco serr i
denti ma non fece nulla che potesse irritare ulteriormente l'elfo della notte.
Il fratello di Malfurion sbuff con aria sdegnata. Non mi pare abbia l'a-
spetto di una creatura civilizzata...
Mi stava semplicemente restituendo la ciotola. E se anche avesse pro-
vato a farmi qualcosa, le guardie erano comunque pronte a soccorrermi.
Illidan aggrott la fronte. Mi dispiace, Tyrande. Probabilmente ho esa-
gerato. Ma devi comunque ammettere che pochi altri, perfino tra coloro
che condividono la tua vocazione, avrebbero corso un rischio cos terribile!
Forse non lo sai, ma mi hanno detto che appena si  svegliato ha quasi
strangolato una delle Guardie della Luna!
La sacerdotessa novizia volse lo sguardo verso il sorvegliante impassibi-
le, che assent con riluttanza. Aveva dimenticato di menzionarle quella no-
tizia. Tuttavia, Tyrande dubit che la cosa avrebbe cambiato la sua opinio-
ne. Brox era stato maltrattato e lei aveva sentito il bisogno di accorrere in
suo aiuto.
Apprezzo il tuo interesse, Illidan, ma ti ripeto, non ero affatto in perico-
lo. Strinse gli occhi nello scorgere le dita annerite dell'orco, che per non
emise alcun lamento n chiese di essere soccorso.
Allontanandosi da Illidan, Tyrande si inginocchi nuovamente presso la
gabbia. Senza esitazione, allung le mani attraverso le sbarre.
Illidan si avvicin gridandole: Tyrande!.
State lontani, voi tutti! Incrociando lo sguardo dell'orco, l'elfa della
notte sussurr: So che non intendevi farmi alcun male. Posso guarire la
tua ferita. Ti prego, lasciami fare.
Brox emise un brontolio, ma cos lieve che l'elfa cap che non era arrab-
biato con lei. Stava semplicemente meditando sul da farsi. Illidan era anco-
ra a fianco di Tyrande e lei si rese conto che l'elfo della notte avrebbe col-
pito di nuovo l'orco al minimo accenno di una reazione.
Illidan... sono costretta a chiederti di spostarti per un attimo.
Cosa? Tyrande...
Fallo per me, Illidan.
L'elfa della notte percep in lui una furia repressa, ma tuttavia l'altro ob-
bed alla sua richiesta, voltandosi verso uno degli edifici attorno alla piaz-
za.
Tyrande fiss nuovamente Brox. Lo sguardo dell'orco si era spostato su
Illidan e per un attimo l'elfa della notte not in lui una certa soddisfazione.
Poi l'orco riport gli occhi su di lei e le porse cautamente la mano ferita.
Prendendola nella propria, Tyrande esamin il danno con profondo
sgomento. Due dita erano carbonizzate e un terzo era vistosamente ustio-
nato.
Che cosa gli hai fatto? chiese a Illidan.
Un trucco che ho imparato ultimamente fu tutto ci che disse l'elfo
della notte.
Sicuramente non si trattava di qualcosa che aveva appreso nella foresta
di Cenarius. Rappresentava un esempio di alta magia elfica, un incantesi-
mo che aveva potuto lanciare senza bisogno di concentrarsi troppo. Rive-
lava quanto abile fosse diventato il fratello di Malfurion, specie se il sog-
getto lo stimolava. Illidan si sentiva chiaramente molto pi a proprio agio
con la magia rispetto al druidismo, che richiedeva tempi di apprendimento
molto pi lunghi.
Tyrande non era sicura di apprezzare quel cambiamento.
Madre Luna, ti prego, accogli la mia richiesta... Ignorando i volti inor-
riditi delle guardie, Tyrande prese le dita dell'orco e le baci dolcemente
una per una. Poi sussurr a Elune, chiedendole di donarle la capacit di cu-
rare la ferita di Brox e di sistemare ci che Illidan aveva rovinato con la
sua impetuosit.
Allunga la mano il pi possibile disse al prigioniero.
Volgendo lo sguardo verso le guardie, Brox avanz, cercando di spinge-
re le dita oltre le sbarre. Tyrande si aspettava che qualche barriera magica
l'avrebbe fermato, ma non accadde nulla.
La sacerdotessa guard il cielo, scorgendo la luna che aleggiava su di lo-
ro. Madre Luna... infondi in me la tua purezza, la tua grazia, il tuo amo-
re... concedimi la forza per lenire questa ferita...
Mentre rinnovava la sua supplica, Tyrande ud una delle guardie respira-
re affannosamente. Illidan fece per voltarsi, ma poi ci ripens per non tur-
bare ulteriormente Tyrande.
Un fascio di luce argentea... la luce di Elune... circond la giovane sa-
cerdotessa. Tyrande risplendeva come se lei stessa fosse la Luna. Sent la
gloria della dea diventare parte di s.
Brox quasi si ritrasse, sconvolto da quell'accadimento meraviglioso. Con
grande coraggio, per, l'orco ripose fiducia in Tyrande, lasciando che con-
ducesse la mano ferita il pi possibile vicina al bagliore.
Non appena la luce della luna sfior le dita dell'orco, la carne bruciata
guar, le parti mancanti in cui era visibile l'osso nudo ricrebbero e l'orrenda
ferita causata da Illidan semplicemente scomparve.
Ci vollero appena pochi secondi perch tutto fosse compiuto. L'orco ri-
mase immobile, con gli occhi spalancati come quelli di un neonato.
Ti ringrazio, Madre Luna sussurr Tyrande liberando la mano di
Brox.
I sorveglianti si misero tutti in ginocchio, chinando il capo in direzione
della novizia. L'orco avvicin la mano al viso, osservando le dita e agitan-
dole pieno di stupore. Si tocc la pelle, dapprima con dolcezza, poi con
profonda soddisfazione sottolineata da un cupo brontolio.
All'improvviso, Brox prese a contorcersi nella gabbia. Tyrande temeva
che avesse subito qualche altro danno di cui lei non si era accorta, ma poi
l'orco smise di muoversi.
Avete il mio rispetto, sciamana disse l'orco, prostrandosi per quel che
le catene gli concedevano. Vi sar per sempre debitore.
La gratitudine di Brox era talmente forte che Tyrande sent le gote di-
ventare scure per l'imbarazzo. Si alz e fece un passo indietro.
Illidan le si avvicin e la sostenne fra le braccia. Ti senti bene?
Io... ... Come spiegare cosa aveva sentito quando era stata pervasa da
Elune?  finita concluse, incapace di rispondere in altro modo.
Le guardie infine si alzarono, nutrendo un rispetto ancora pi grande per
lei. La prima di loro le si avvicin con timore reverenziale. Sorella, posso
avere la vostra benedizione?
Ma certo! Le benedizioni di Elune venivano concesse liberamente,
poich secondo i precetti di Madre Luna, pi persone venivano toccate dal-
la dea, maggiore sarebbe stata la comprensione del senso di amore e unit
che essa rappresentava e maggiore la sua diffusione fra le genti.
Con il palmo aperto, Tyrande tocc una dopo l'altra le guardie sul cuore,
poi sulla fronte, a indicare la simbolica unit di mente e spirito. Ciascuno
dei sorveglianti si profuse in ringraziamenti.
Illidan la prese di nuovo per un braccio. Hai bisogno di riposo, Tyran-
de. Vieni! Conosco un luogo adatto...
Giunse dalla gabbia la voce rauca di Brox. Potrebbe anche quest'umile
servitore avere la vostra benedizione?
Le guardie trasalirono, ma non dissero nulla. Se perfino una bestia ri-
chiedeva con toni cos gentili una benedizione da una delle prescelte di E-
lune, come potevano opporsi?
Ma Illidan poteva farlo. Hai gi fatto abbastanza per quella creatura.
Stai barcollando! Vieni...
Ma non le era possibile respingere la richiesta dell'orco. Liberandosi dal-
la presa di Illidan, Tyrande s'inginocchi ancora davanti a Brox. Allung
la mano senza esitazione, toccando la pelle rozza e pelosa e la fronte ruvi-
da dalle sopracciglia folte.
Che Elune possa vegliare su di te e sui tuoi cari... sussurr la sacerdo-
tessa novizia.
Che possa il braccio con cui usi l'ascia rivelarsi forte rispose l'orco.
La sua curiosa risposta caus una certa perplessit in Tyrande, ma poi ri-
cord il tipo di vita che l'orco poteva aver condotto. Le sue parole costitui-
vano un augurio del tutto personale di lunga vita e salute.
Ti ringrazio rispose lei, sorridendo.
Nel rialzarsi, Tyrande ud Illidan intromettersi di nuovo. Ora potrem-
mo...
L'elfa della notte si sent d'un tratto stanca. Era tuttavia una spossatezza
positiva, come se avesse agito in accordo con i precetti della dea ottenendo
grandi risultati. Tyrande ricord all'improvviso da quanto tempo non si era
pi coricata. Era pi di un giorno che non riposava, e la saggezza di Madre
Luna le imponeva di ritornare nel tempio e andare a dormire.
Ti prego di scusarmi, Illidan mormor. Mi sento stanca. Vorrei rien-
trare fra le mie sorelle. Tu comprendi, vero?
Illidan serr gli occhi per un attimo, poi si calm. S, credo sia la solu-
zione migliore. Posso accompagnarti sulla via del rientro?
Non ce n' bisogno. Preferisco in ogni caso camminare da sola.
Illidan non disse nulla e si limit a inchinarsi leggermente in segno di ri-
spetto per la sua decisione.
Tyrande rivolse un ultimo sorriso a Brox. L'orco assent con la testa.
L'elfa della notte se ne and, sentendosi stranamente rinvigorita nella men-
te nonostante la stanchezza fisica. Appena possibile, avrebbe parlato di
Brox all'alta sacerdotessa. Senza dubbio al tempio sarebbero stati in grado
di fare qualcosa per il prigioniero.
La luce della luna si rivers sulla novizia durante il tragitto. Tyrande eb-
be la sensazione di aver vissuto qualcosa che l'avrebbe cambiata per sem-
pre. Di sicuro il suo scambio di parole con l'orco faceva parte del progetto
di Elune.
Non vedeva l'ora di parlarne con l'alta sacerdotessa...
Illidan guard Tyrande allontanarsi senza nemmeno degnarlo di una se-
conda occhiata. La conosceva abbastanza da capire che stava ancora pen-
sando a quando aveva distribuito i favori di Elune attorno a s. Ci faceva
impallidire qualsiasi altra influenza, compresa la sua.
Tyrande... Illidan aveva sperato di riuscire a parlarle dei propri senti-
menti, ma l'occasione era andata sprecata. L'elfo della notte aveva atteso
per ore intere, osservando il tempio furtivamente, sperando che lei apparis-
se. Sapendo che sarebbe stato malgiudicato se l'avesse raggiunta all'uscita
del tempio, l'aveva attesa in mezzo alla folla, facendo credere di essere ca-
pitato l per caso.
Poi per Tyrande aveva scoperto la creatura catturata dalle Guardie della
Luna e tutti i suoi piani erano andati in fumo. Ormai, non solo aveva perso
l'opportunit di parlarle, ma si era anche messo in pessima luce di fronte a
lei, assumendo la parte del cattivo... e tutto per una cosa come quella!
Prima che riuscisse a fermarsi, alcune parole uscirono dalla sua bocca e
la mano destra si irrigid.
Dalla gabbia si diffuse un grido. Illidan gett rapidamente lo sguardo in
quella direzione.
La gabbia era tutta illuminata, ma non dalla luce argentea della luna. Al
suo posto, un'aura vivida e rossa circondava la gabbia, come se volesse in-
ghiottirla... insieme al suo ospite.
La rozza creatura che era al suo interno rugg di evidente dolore. Nel
frattempo, le guardie si spostarono in preda alla confusione.
Illidan si affrett a mormorare le parole che annullavano l'incantesimo.
L'aura svan e il prigioniero smise di lamentarsi.
Senza che nessuno se ne avvedesse, il giovane elfo della notte scompar-
ve rapidamente dalla scena. Aveva lasciato che la rabbia s'impadronisse di
lui, abbattendosi sul pi facile dei bersagli. Illidan fu felice del fatto che le
guardie non avessero capito la verit sull'accaduto e che Tyrande fosse gi
andata via, perdendosi quello sfogo di rabbia.
Illidan era anche lieto del fatto che le Guardie della Luna avessero av-
volto la gabbia con barriere magiche... perch erano stati unicamente que-
gli incantesimi protettivi a impedire che la creatura dentro la gabbia venis-
se uccisa.
Capitolo nove
Attorno a lui, morivano in continuazione. Ovunque volgesse lo sguardo,
Brox vedeva i compagni perire. Garno, con cui era cresciuto, era caduto
proprio vicino a lui, il corpo fatto a pezzi dalla lama feroce di un demone
dal volto orribile, cornuto e pieno di denti scheggiati. La terribile creatura
venne poi ammazzata da Brox, che le era saltato addosso e l'aveva fatta a
pezzi sfracellando la sua armatura infuocata.
Ma la Legione continuava ad avanzare e gli orchi venivano decimati
senza piet. Sopravviveva ancora un gruppetto di difensori, anche se a o-
gni istante un altro eroe soccombeva.
Thrall aveva ordinato di sbarrare il passo, cos che la Legione non sfon-
dasse la linea. Vennero radunati i rinforzi, ma l'Orda aveva bisogno di
tempo. Aveva bisogno di Brox e dei suoi compagni.
Ma questi erano sempre di meno. Duun stramazz a terra all'improvviso
e la sua testa rimbalz lungo il terreno impregnato di sangue, ancor prima
che il tronco cascasse sul mucchio. Fezhar giaceva gi morto e i suoi resti
erano del tutto irriconoscibili. Era stato risucchiato da un'onda di fiamme
di un verde innaturale, emessa da uno dei demoni, fuoco che non aveva
tanto bruciato, quanto piuttosto sciolto il suo corpo.
Senza mai fermarsi, con la sua ascia poderosa Brox aveva tranciato i ter-
ribili nemici, tutti diversi uno dall'altro. Eppure, ogni volta che si asciuga-
va il sudore dalla fronte e volgeva lo sguardo avanti, ne vedeva altri avan-
zare.
E altri ancora.
Ormai, era rimasto da solo ad affrontarli. Solo in mezzo a una fiumana
di mostri famelici e urlanti decisi a distruggere ogni cosa.
E non appena si abbatterono sull'unico superstite... Brox si svegli.
L'orco sussult nella gabbia, ma non per il freddo. Dopo migliaia di so-
gni identici, credeva di essere immune agli orrori che il subconscio ride-
stava. Eppure, ogni volta che gli incubi si ripresentavano, lo facevano con
rinnovata intensit e causandogli sempre nuove sofferenze.
E sensi di colpa.
Brox sarebbe dovuto perire allora. Sarebbe dovuto morire con i compa-
gni. Avevano offerto l'estremo sacrificio per l'Orda, ma lui era sopravvis-
suto, continuando a vivere. Non era giusto.
"Sono un codardo..." pens ancora una volta. "Se avessi combattuto con
maggiore foga, adesso sarei insieme a loro."
Ma quando aveva riferito quel pensiero a Thrall, il Signore della guerra
aveva scosso la testa dicendo: Nessuno ha combattuto meglio di te, mio
vecchio amico. Le cicatrici sono l a dimostrarlo e gli esploratori ti hanno
visto lottare mentre avanzavano. Hai reso ai tuoi compagni e alla tua gente
un servigio altrettanto prezioso di coloro che sono morti....
Brox aveva accettato la gratitudine di Thrall, ma non le parole del suo
signore.
E adesso eccolo l, rinchiuso in un recinto come un maiale in attesa di
essere macellato da quegli esseri altezzosi. Lo fissavano come se gli fosse-
ro spuntate due teste, sbalorditi per la sua bruttezza. Solo la giovane scia-
mana aveva mostrato rispetto e interesse per lui.
In lei Brox aveva scorto il potere di cui la sua gente parlava, l'antica pra-
tica della magia. Con una semplice preghiera rivolta alla luna, la sacerdo-
tessa aveva curato la ferita infertagli dal suo amico. Era davvero dotata e
Brox era onorato di aver ricevuto una tale benedizione.
Non che ci avesse importanza sul lungo periodo. L'orco non aveva
dubbi sul fatto che i suoi carcerieri avrebbero presto deciso di ucciderlo.
Quanto avevano appreso da lui finora, per, non sarebbe valso loro nulla.
Si era rifiutato di fornire qualsiasi informazione precisa sul suo popolo e in
special modo sul luogo dove vivevano gli orchi. In verit, neppure lui sa-
peva bene come raggiungere la sua terra, ma era meglio pensare che quan-
to aveva gi rivelato fosse abbastanza. A differenza degli elfi della notte
che si erano alleati con gli orchi, le creature che lo avevano catturato mo-
stravano unicamente disprezzo per gli stranieri... e rappresentavano dunque
una minaccia per l'Orda.
Brox si spost per quel poco che le catene gli permettevano. Un'altra
notte ancora, poi probabilmente sarebbe morto, sia pure non nel modo da
lui scelto. Non ci sarebbe stata nessuna battaglia valorosa, nessuna canzo-
ne epica con cui celebrare il suo nome...
Grandi spiriti mormor. Vi prego di ascoltare il vostro umile servito-
re. Fornitemi un'ultima possibilit per combattere. Fate in modo che possa
rendermi nuovamente utile...
Brox fiss il cielo, continuando a pregare in silenzio. Ma a differenza
della giovane sacerdotessa, dubitava che qualsiasi forza controllasse il
mondo avrebbe prestato ascolto alle suppliche di una creatura di rango in-
feriore come lui.
Il suo destino era nelle mani degli elfi della notte.
Malfurion non riusciva a spiegarsi il motivo che lo conduceva a Sura-
mar. Per tre notti era rimasto in casa da solo, meditando su quanto Cena-
rius gli aveva detto a proposito di ci che aveva visto nel Sogno di Sme-
raldo. Erano passate tre notti e ancora non aveva ricevuto alcuna risposta
alle sue crescenti preoccupazioni. Non dubitava del fatto che a Zin-Azshari
gli incantesimi continuassero e che la situazione potesse soltanto peggiora-
re almeno fino a quando qualcuno non avesse reagito.
Ma nessun altro sembrava aver notato l'esistenza di un problema.
Forse, Malfurion riflett, si era recato a Suramar unicamente per trovare
un'altra voce, un'altra mente con cui discutere del suo conflitto interiore.
Per far questo, aveva scelto di incontrare Tyrande, piuttosto che suo fratel-
lo. Lei era pi riflessiva; Illidan tendeva invece a gettarsi subito nell'azione
senza curarsi di predisporre o meno un piano.
S, sarebbe stato bello parlare con Tyrande... o anche solo vederla.
Tuttavia, mentre Malfurion si incamminava verso il tempio di Elune,
all'improvviso un folto contingente di cavalieri si fece largo nella direzione
opposta. Scansandosi a lato della strada, l'elfo della notte osserv parecchi
soldati in armatura saettargli accanto in sella a flessuose pantere dal pelo
lucente. Dalle prime fila, sventolava alto uno stendardo quadrato, di un
porpora intenso con un uccello nero al centro.
Era il vessillo di Lord Kur'talos Ravencrest.
Il comandante elfico procedeva alla testa del gruppo e la sua cavalcatura,
una pantera femmina dominante, era la pi grande ed elegante del branco.
Lo stesso Ravencrest era alto, magro e particolarmente regale. Procedeva
come se nulla potesse trattenerlo dall'eseguire il proprio dovere, qualsiasi
cosa fosse. Un ampio manto d'oro avvolgeva la sua figura e l'alto elmo dal
cimiero rosso era contrassegnato da un simbolo con il suo nome.
Aveva fattezze molto simili a quelle di un uccello, strette e lunghe, e il
naso a becco. La barba a ciuffi e gli occhi risoluti gli conferivano un'aura
di saggezza e allo stesso tempo di potere. Al di fuori degli Eletti, Raven-
crest era considerato uno dei consiglieri pi influenti della regina, che si
era spesso servita in passato dei suoi suggerimenti.
Malfurion rimprover se stesso per non aver pensato prima a Raven-
crest, ma quella non era una buona occasione per parlare con il nobile. Ra-
vencrest e il suo corpo d'lite cavalcavano come se avessero una missione
terribilmente urgente da compiere, il che indusse l'elfo della notte a credere
che i suoi timori su Zin-Azshari fossero gi divenuti realt. Tuttavia, se co-
s fosse stato, dubitava che il resto della citt potesse rimanere cos tran-
quillo; i movimenti di truppe attorno alla capitale preludevano senza dub-
bio a un disastro di dimensioni immani, che si sarebbe presto abbattuto an-
che su Suramar.
Appena i cavalieri svanirono, Malfurion riprese il cammino. Dopo il
lungo periodo trascorso nella foresta, imbattersi in cos tanta gente rag-
gruppata in un unico luogo trasmise all'elfo della notte un senso di clau-
strofobia. Ciononostante, Malfurion riusc a dominare quella sensazione
all'idea che a breve avrebbe visto Tyrande. Per quanto negli ultimi tempi la
presenza della giovane lo rendesse nervoso, la sacerdotessa aveva la capa-
cit di placare l'animo di Malfurion pi di qualsiasi altra cosa, compresa la
meditazione.
Sapeva che avrebbe dovuto far visita anche al fratello, ma ci non lo al-
lettava quella sera. Voleva incontrare solamente Tyrande e stare un po' con
lei. Da Illidan sarebbe potuto andare dopo.
Malfurion not di sfuggita una piccola folla radunata nella piazza, ma il
suo desiderio di vedere Tyrande gli fece ignorare la scena. Sperava che
l'elfa della notte lo ricevesse immediatamente, senza obbligarlo a chiedere
di lei alle altre novizie. Le iniziate di Elune non potevano essere disturbate
da amici o parenti che intendevano parlare con loro e, per qualche ragione,
Malfurion si sent pi insofferente del solito nei confronti di quella regola.
Ci aveva tuttavia poco a che fare con le sue preoccupazioni riguardo a
Zin-Azshari e molto di pi con lo strano disagio che provava ogni volta
che era vicino alla sua compagna d'infanzia.
Entrando nel tempio, Malfurion si sent osservato da due guardie. Invece
di semplici abiti, indossavano gonnellini e splendenti corazze d'argento,
decorate con il motivo della luna crescente. Come tutte le iniziate di Elune,
erano di sesso femminile e abili nelle arti del combattimento. Tyrande
stessa era un'arciera migliore sia di lui sia di Illidan. I pacifici insegnamen-
ti di Madre Luna non impedivano a molte delle sue figlie pi fedeli di im-
parare a proteggere anche se stesse.
Possiamo esservi d'aiuto, fratello? chiese con gentilezza la prima delle
guardie. Lei e l'altra si misero sull'attenti, con le lance pronte ad attaccarlo
al minimo passo falso.
Sono giunto per vedere la sacerdotessa novizia, Tyrande. Lei e io siamo
buoni amici. Il mio nome ...
Malfurion Stormrage concluse la seconda, sorridendo. Doveva avere
all'incirca la sua et. Tyrande condivide la stanza delle novizie con me e
altre due. Vi ho visto insieme a lei in diverse occasioni.
 possibile parlarle?
Se ha terminato la meditazione, dovrebbe essere libera. Mander qual-
cuno a chiedere. Intanto potete attendere nella Sala della Luna.
La Sala della Luna era il nome ufficiale della zona centrale del tempio,
in cui si tenevano la maggior parte dei rituali pi importanti. Quando non
era utilizzata dall'alta sacerdotessa, chiunque poteva entrare nel tempio e
utilizzare quell'ambiente tranquillo.
Malfurion percep la presenza di Madre Luna non appena varc la soglia
della sala priva di tetto. Un manto di fiori che sbocciavano di notte delimi-
tava la stanza, al cui centro v'era una piccola pedana da cui parlava l'alta
sacerdotessa. Il sentiero circolare in pietra che conduceva alla pedana era
costituito da un motivo a mosaico con i cicli annuali della luna. Durante le
sue precedenti visite Malfurion aveva notato che, indipendentemente da
dove si trovasse la luna, la sua luce soffusa illuminava completamente la
stanza.
Malfurion giunse nel cuore della sala e si sedette su una delle panche in
pietra utilizzate dalle iniziate e dai fedeli. Sebbene l'ambiente circostante
lo mettesse molto a suo agio, perse rapidamente la pazienza mentre atten-
deva Tyrande. Era inoltre preoccupato del fatto che l'elfa della notte potes-
se dispiacersi della sua apparizione non annunciata. In passato, si erano
sempre incontrati soltanto dopo essersi accordati. Quella era la prima volta
che Malfurion si mostrava cos sfrontato da intromettersi nel suo mondo
senza avvertirla.
Malfurion...
In un attimo, tutte le sue preoccupazioni svanirono. Alz lo sguardo e
scorse Tyrande camminare sotto la luce della luna. I suoi abiti argentei as-
sunsero un riflesso quasi mistico. La stessa Madre Luna non sarebbe ap-
parsa pi maestosa agli occhi di Malfurion. I capelli sciolti incorniciavano
il volto delicato dell'elfa, scendendo fin quasi all'altezza della scollatura.
L'illuminazione notturna evidenziava ancor di pi i suoi occhi e, quando
sorrise, sembr far risplendere l'intera Sala della Luna.
Vedendola avvicinarsi, Malfurion si alz per andarle incontro. Era certo
che le sue gote si fossero imbrunite, ma non poteva far niente se non spera-
re che Tyrande non se ne accorgesse.
Va tutto bene? chiese la novizia mostrando un'improvvisa sollecitudi-
ne.  accaduto qualcosa
Sto bene. Spero di non averti disturbata.
Il sorriso di Tyrande torn, pi accecante che mai. Come potresti di-
sturbarmi, Malfurion? In verit, sono molto contenta che tu sia venuto.
Anch'io avevo bisogno di vederti.
Se anche non avesse notato le sue guance imbrunirsi in precedenza, sen-
za dubbio in quel momento se ne avvide. Ciononostante, Malfurion prose-
gu. Tyrande, potremmo fare due passi fuori dal tempio?
Va bene, se ci ti fa sentire pi sereno.
Non appena uscirono dalla sala, Malfurion cominci. Ti avevo raccon-
tato dei miei sogni ricorrenti...
S, lo ricordo.
Ne ho parlato con Cenarius dopo che tu e Illidan siete andati via e ab-
biamo riflettuto a lungo per cercare di capire perch continuino a ripeter-
si.
Tyrande si fece pi preoccupata. Siete riusciti a scoprire qualcosa?
Malfurion annu, ma rimase in silenzio mentre passavano davanti a due
guardie. Prosegu soltanto quando furono giunti presso gli scalini esterni.
Ho fatto progressi, Tyrande. Molti pi di quanto tu e Illidan possiate
immaginare. Cenarius mi ha mostrato la via che conduce al mondo della
mente... il Sogno di Smeraldo, cos l'ha chiamato. Ma era ben pi di que-
sto. L dentro... l dentro sono riuscito a vedere il mondo reale come mai
avevo fatto prima...
Tyrande volse lo sguardo alla piccola folla vicino al centro della piazza.
Che cosa hai visto?
Malfurion costrinse Tyrande a girarsi in modo tale che i loro occhi si in-
contrassero e lei capisse completamente quel che aveva scoperto. Ho vi-
sto Zin-Azshari... e il Pozzo su cui si affaccia.
Senza omettere nessun particolare, Malfurion descrisse la scena e le sen-
sazioni disturbanti che gli aveva provocato. Rifer i tentativi per compren-
dere la verit e il modo nel quale la sua forma onirica era stata ricacciata
indietro dopo aver tentato di vedere esattamente cosa stessero tramando gli
Eletti e la regina.
Tyrande lo fiss senza dire una parola, come lui palesemente scioccata
dalla nefasta scoperta. Ritrovata la voce, l'elfa della notte chiese: La regi-
na? Azshara? Ne sei sicuro?.
Non ancora. Non sono riuscito a vedere molto all'interno del palazzo,
ma non riesco a immaginare come una tale follia possa protrarsi senza che
lei ne sia a conoscenza.  vero che Lord Xavius ha una certa influenza su
di lei, ma di sicuro la regina non starebbe a guardare senza prendere ade-
guati provvedimenti. Devo dedurre che Azshara conosca i rischi che gli
Eletti stanno correndo... ma non credo che nessuno di loro sia consapevole
di quanto tali rischi possano rivelarsi terribili! Il Pozzo... se solo tu avessi
percepito ci che ho percepito io nell'attraversare il Sogno di Smeraldo,
Tyrande, proveresti la mia stessa paura.
L'elfa della notte pos una mano sulla sua spalla nel tentativo di confor-
tarlo. Non dubito di te, Malfurion, ma dobbiamo saperne di pi! Asserire
che Azshara possa esporre i suoi sudditi a un tale pericolo... devi procedere
con grande cautela.
Pensavo di parlarne a Lord Ravencrest. Anche lui ha una certa influen-
za sulla regina.
Potrebbe essere una scelta saggia... Di nuovo, lo sguardo di Tyrande
si diresse verso il centro della piazza.
Malfurion fu sul punto di dire qualcosa, ma poi decise di seguire gli oc-
chi di Tyrande, chiedendosi cosa potesse distogliere continuamente la sua
attenzione da quelle rivelazioni. La maggior parte di coloro che si erano
radunati l erano andati via, permettendo all'elfo della notte di cogliere un
particolare cui non aveva fatto caso in precedenza.
Una gabbia circondata da guardie... e all'interno una creatura che non
somigliava affatto a un elfo della notte.
Che cos'? domand aggrottando la fronte.
Volevo parlarti proprio di questo, Malfurion. Si chiama Broxigar... 
diverso da qualunque altro essere io abbia mai veduto prima. Non sottova-
luto la gravit della tua storia, ma vorrei che mi facessi la cortesia di venire
a conoscerlo.
Mentre Tyrande lo conduceva verso la gabbia, Malfurion not le guardie
mettersi all'erta. Con sua sorpresa, dopo aver osservato per un attimo la sua
compagna, si inginocchiarono davanti a lei in segno di omaggio.
Bentornata, sorella profer una delle guardie. Ci onorate con la vostra
presenza.
Tyrande era palesemente imbarazzata da una tale manifestazione di de-
ferenza. Vi prego, alzatevi pure! Non appena ebbero obbedito, chiese:
Che notizie mi date sul prigioniero?.
Lord Ravencrest ha assunto il controllo della situazione rispose un'al-
tra guardia. Proprio adesso sta esaminando il luogo della cattura per cer-
care ulteriori prove, ma non appena torner, pare che voglia interrogare il
prigioniero di persona. Ci significa che molto probabilmente domani la
creatura verr trasportata nelle segrete della Fortezza di Black Rook. La
torre di Black Rook era il dominio di Lord Ravencrest, una rocca inespu-
gnabile come nessun'altra.
Che la guardia avesse rivelato quell'informazione con tale disinvoltura
sorprese Malfurion, finch non si rese conto del timore che il soldato pro-
vava nei confronti di Tyrande. Lei era un'iniziata del tempio di Elune, ma
doveva essere accaduto qualcosa di ulteriore che l'aveva resa particolar-
mente importante agli occhi di quei soldati.
Tyrande sembr allarmata dalla notizia. Quest'interrogatorio... cosa
comporter?
La guardia non riusc pi a sostenerne lo sguardo. Comporter qualsiasi
cosa Lord Ravencrest riterr necessaria, sorella.
La sacerdotessa non insistette. La sua mano, fino a quel momento leg-
germente poggiata sul braccio di Malfurion, per un attimo lo strinse forte.
Possiamo parlare con il prigioniero?
Solo per poco, sorella, ma sar costretto a chiedervi di parlargli in mo-
do da permetterci di sentirvi. Spero comprendiate, sorella.
S. Tyrande accompagn Malfurion verso le sbarre, davanti alle quali
si inginocchiarono entrambi.
Malfurion soffoc un grido di stupore. Vista da vicino, la figura corpu-
lenta nella gabbia lo sconvolse. Da Cenarius aveva imparato che esisteva-
no tante strane e insolite creature, ma mai prima d'ora aveva saputo dell'e-
sistenza di un essere come questo.
Sciamana... la creatura... lui mormor con un profondo brontolio e
una voce addolorata.
Tyrande si chin pi vicino, ovviamente preoccupata. Broxigar... sei
ferito?
No, sciamana... sono solo i miei ricordi. Non forn ulteriori spiegazio-
ni.
Broxigar, ho portato un amico con me. Vorrei che tu lo conoscessi. Il
suo nome  Malfurion.
Se  un vostro amico, sciamana, ne sono onorato.
Spostandosi accanto alla gabbia, Malfurion si sforz di sorridere. Ciao,
Broxigar.
Broxigar  un orco, Malfurion.
L'elfo della notte annu. Non ho mai sentito parlare di orchi prima d'o-
ra.
La figura in catene sbuff. Io conosco gli elfi della notte. Avete com-
battuto insieme a noi contro la Legione Infuocata... ma le alleanze si dis-
solvono in tempo di pace, a quanto pare.
Le sue parole non avevano alcun senso, eppure provocarono un nuovo
moto d'ansia nel cuore di Malfurion. Come... come sei giunto fin qui,
Broxigar?
La sciamana pu chiamarmi Broxigar. Per te... sono unicamente Brox.
Sospir, poi fiss intensamente Tyrande. Sciamana... me l'avete chiesto
l'ultima volta e non ho voluto dirvelo. Ma ora ve lo devo, in ogni caso. Vi
dir ci che ho detto a questi... Brox fece un gesto sprezzante in direzione
delle guardie ... e ai loro padroni, ma come loro non mi crederete...
Il racconto dell'orco aveva in s un'aura fantastica che s'ingigantiva a
ogni dettaglio. Brox fu ben attento a non parlare della sua razza e del luogo
in cui risiedeva, dicendo soltanto che, per ordine del suo capo, lui e un al-
tro compagno avevano intrapreso un viaggio lungo le montagne per inda-
gare su voci sconvolgenti. Una volta giunti sul posto, avevano trovato ci
che l'orco riusc a descrivere soltanto come una falla nell'universo... una
falla che inghiottiva la materia mano a mano che procedeva inesorabile.
E la falla aveva inghiottito anche Brox... dilaniando il suo compagno in
mille pezzi.
Ascoltando quelle parole, Malfurion cominci a rivivere il proprio senso
di terrore. Ogni nuova rivelazione dell'orco alimentava l'angoscia dell'elfo
della notte che pi di una volta si ritrov a pensare al Pozzo dell'Eternit e
al potere che gli Eletti vi attingevano. Senza dubbio, la magia del Pozzo
era in grado di creare un vortice cos tremendo...
"Ma  impossibile!" ribad a se stesso Malfurion. "Sicuramente, ci non
pu avere nulla a che fare con Zin-Azshari! Non sono cos folli!"
"O forse s?"
Quando Brox menzion il vortice e i particolari visti e uditi una volta
fagocitato al suo interno, per Malfurion divenne sempre pi difficile nega-
re la possibilit che vi fosse qualche nesso fra le due cose. Ancor peggio,
senza sapere quanto ci potesse turbare l'elfo della notte, l'espressione sul
volto dell'orco tradiva la stessa sensazione provata da Malfurion quando la
sua forma onirica aveva aleggiato sopra la fortezza e il Pozzo.
Si  trattato di una terribile irregolarit disse l'orco. Qualcosa che
non dovrebbe esserci aggiunse in seguito. Questa e altre descrizioni col-
pirono Malfurion come pugnali ben affilati.
Non si rese neppure conto del momento in cui Brox cess di parlare,
talmente era rimasto colpito dalla verit del racconto. Tyrande dovette af-
ferrargli il braccio per riottenere la sua attenzione.
Ti senti bene, Malfurion? Sembri come raggelato...
Sto... sto bene. A Brox chiese: Hai raccontato questa storia a Lord
Ravencrest?.
L'orco titub, ma la guardia rispose: S,  proprio ci che ha detto, qua-
si parola per parola!. Il soldato emise una sonora risata simile a un latrato.
E Lord Ravencrest ha avuto la stessa reazione incredula che voi avete ap-
pena mostrato! Ma domani, far sputar fuori la verit a questa bestia... e se
i suoi amici si aggirano nei dintorni godranno dello stesso trattamento che
abbiamo riservato a lui!
Dunque Lord Ravencrest paventava solo un'invasione di orchi. Malfu-
rion ne fu deluso, anche se in effetti il comandante elfico non avrebbe po-
tuto scorgere un collegamento fra quanto era accaduto a lui nel Sogno di
Smeraldo e il racconto di Brox. Pi ci rifletteva, per, e pi dubitava che
Lord Ravencrest gli avrebbe creduto. Malfurion stava per raccontare al no-
bile che l'amata regina degli elfi della notte poteva essere coinvolta in una
sconsiderata catena di incantesimi in grado di portare alla disgrazia la sua
gente. Lui stesso stentava a crederci.
Se solo avesse avuto ulteriori prove.
La guardia cominci a muoversi nervosamente. Sorella... mi dispiace,
ma sono costretto a chiedere a voi e al vostro compagno di congedarvi. Il
capitano giunger a breve. Davvero non avrei dovuto...
Capisco, nessun problema.
Mentre andavano via, Brox si spost nella parte anteriore della gabbia,
allungando una mano verso Tyrande. Sciamana... un'ultima benedizione,
se vi  ancora possibile concederla.
Ma certo...
Nel vederla inginocchiarsi di nuovo, Malfurion riflett intensamente su
cosa era meglio fare. Le regole vigenti prescrivevano che qualsiasi genere
di sospetto doveva essere riferito a Lord Ravencrest, ma per qualche ra-
gione l'elfo riteneva che nel suo caso fosse inutile.
Se solo avesse potuto consultarsi con Cenarius, ma a quell'ora l'orco a-
vrebbe gi potuto essere...
"Cenarius..."
Malfurion volse lo sguardo verso Tyrande e Brox e un'importante deci-
sione affior nella sua mente.
Congedandosi dall'orco, Tyrande si rialz. Malfurion la prese per il
braccio e insieme ringraziarono la guardia per il tempo concesso loro. L'e-
spressione della giovane sacerdotessa si fece pi turbata mentre si allonta-
navano, ma Malfurion non disse nulla, ancora preso dai suoi pensieri.
Dovr pur esserci qualcosa che possiamo fare sussurr infine Tyran-
de.
Che vuoi dire?
Domani lo porteranno alla fortezza di Black Rook. Una volta entrato l
dentro, lui... Tyrande esit. Provo un profondo rispetto per Lord Raven-
crest, ma...
Malfurion si limit ad annuire.
Ho parlato con Madre Dejahna, l'alta sacerdotessa del tempio, ma mi
ha risposto che non possiamo far altro che pregare per lo spirito del prigio-
niero. Mi ha lodato per la mia solidariet, ma mi ha suggerito di lasciare
che le cose seguano il loro corso.
Lasciare che le cose seguano il loro corso... mormor Malfurion guar-
dando davanti a s. Digrign i denti. Doveva agire subito. Non era possibi-
le tornare indietro, non se i suoi timori erano fondati. Da questa parte
ordin all'improvviso, facendo deviare Tyrande verso una strada laterale.
Dobbiamo parlare con Illidan.
Illidan? Ma perch?
Con un ampio respiro, ripens all'orco e al Pozzo, poi rispose semplice-
mente: Perch faremo in modo che le cose seguano il loro corso... sotto il
nostro controllo.
Xavius era di fronte alla sfera infuocata, e fissava assorto l'apertura che
si era spalancata nel centro del globo. All'interno, nel profondo, gli occhi
del suo dio ricambiarono lo sguardo e i due presero a comunicare.
"Ho udito le tue richieste..." disse il dio al consigliere. "E conosco i tuoi
sogni... un mondo immune dall'imperfetto e dall'impuro. Potrei esaudire il
tuo desiderio, per te che sei il primo fra i miei fedeli..."
Senza mai distogliere lo sguardo, Xavius s'inginocchi. Gli altri Eletti
continuarono a lavorare agli incantesimi, cercando di espandere quel che
avevano gi creato.
Dunque giungerete fra noi? chiese l'elfo della notte. Giungerete nel
nostro mondo per rendere tale sogno realt?
"La via non  ancora accessibile... dev'essere rafforzata... poich deve
riuscire ad accogliere la mia gloriosa venuta..."
Il consigliere dimostr, annuendo, di aver compreso. Una forza cos por-
tentosa come quella della divinit era troppo vasta perch il debole portale
creato dagli elfi potesse accoglierla. La presenza rilucente del dio l'avrebbe
distrutto in mille pezzi. Dovevano renderlo pi grande, pi robusto e pi
stabile.
Che la presunta divinit non potesse realizzare il compito da s non de-
st meraviglia in Xavius. Era troppo immerso nella contemplazione del
nuovo padrone.
Cosa possiamo fare? implor. Per quanto provassero con la stregone-
ria, gli Eletti, incluso Xavius, avevano gi raggiunto i limiti delle proprie
conoscenze e delle proprie capacit.
"Invier fra voi un membro del mio esercito minore per guidarvi... po-
trebbe giungere nel vostro mondo... se compierete un certo sforzo... ma
dovrete prepararvi alla sua venuta..."
Quasi balzando in aria, il consigliere ordin: Che nessuno lo intralci!
Stiamo per avere la fortuna di assistere alla presenza di uno dei suoi favori-
ti!.
Gli Eletti raddoppiarono i loro sforzi e la sala scricchiol di nuda e in-
quietante energia, attinta direttamente dal Pozzo. All'esterno, i cieli tuona-
vano furiosamente e chiunque avesse guardato il grande lago scuro avreb-
be distolto gli occhi in preda al terrore.
La sfera infuocata dentro il disegno magico s'ingrand e lo squarcio al
centro si apr come un'immensa bocca famelica. Quella che sembrava una
miriade di voci lamentose invase la sala, risuonando come musica nelle o-
recchie di Xavius.
Fu allora che uno degli Eletti barcoll. Temendo il peggio, Xavius si un
al circolo, contribuendo con il proprio potere e la propria abilit allo sforzo
degli altri. Non avrebbe deluso il suo dio! Mai!
Eppure, in principio sembr che tutto fosse perduto. Il portale si contor-
se senza per crescere di dimensioni. Xavius concentr la forza della sua
determinazione su di esso, finendo per far allargare il varco.
E poi... una luce accecante e incredibile costrinse tutti gli Eletti a indie-
treggiare. Nonostante lo stupore, per, proseguirono nel loro impegno.
Dal profondo dell'abisso, una strana forma si compatt. In principio non
era pi alta di pochi centimetri, ma procedendo rapidamente verso di loro,
crebbe... crebbe... e crebbe ancora...
Lo sforzo cost caro a pi di un incantatore. Due crollarono a terra sve-
nuti. Gli altri vacillarono ma, ancora una volta, sotto il controllo delirante
di Xavius, riuscirono a riottenere il dominio sul portale.
D'un tratto, le grida diaboliche di un branco di belve scossero gli Eletti.
Soltanto il consigliere riusc a vedere ci che stava uscendo dal passaggio.
Le belve avevano le dimensioni di un cavallo ed erano munite di piccole
corna che si curvavano verso il basso. La loro pelle squamosa era di un'in-
tensa tonalit cremisi, accentuata da violente chiazze nere, e sulla schiena
ondeggiava una cresta selvaggia di pelo marrone e ispido. Erano cacciatori
snelli, ma muscolosi, e ogni zampa terminava in tre artigli affilati come ra-
soi e lunghi pi di quindici centimetri. Ogni creatura aveva gli arti poste-
riori leggermente pi corti di quelli anteriori, ma Xavius non dubitava
dell'agilit e della velocit delle belve.
Sulla sommit delle loro schiene si ergevano due lunghi tentacoli coria-
cei simili a fruste, che finivano con una miriade di piccolissime ventose. I
tentacoli ondeggiavano avanti e indietro e sembravano diretti con trepida-
zione verso il gruppo di maghi.
Il volto delle creature ricordava uno strano incrocio fra un lupo e un ret-
tile. Dalle mascelle prominenti e selvagge pendevano una ventina di denti
lunghi e aguzzi. Gli occhi erano una fessura completamente bianca, illu-
minata da un'astuzia inquietante che rivelava la loro primordiale e insazia-
bile sete di sangue e distruzione.
Poi, da dietro avanz la figura imponente del loro padrone.
Indossava un'armatura di acciaio fuso e nell'enorme mano guantata tene-
va una frusta che, a ogni schiocco, emanava lampi di luce. Il petto e le
spalle, molto pi grandi del resto del torace, facevano impallidire quelli del
pi valoroso guerriero. Dove l'armatura non copriva le sue fattezze, pure
esplosioni irraggiavano dal suo corpo squamoso, privo di carne e spettrale.
Incassato tra le spalle ampie, il volto fiammeggiante della creatura scrut
attentamente gli elfi della notte. Il fatto che assomigliasse a un teschio con
grandi corna ricurve, non riusc a convincere gli Eletti di trovarsi di fronte
a un messaggero venuto dal cielo per aiutarli a realizzare il sogno di un pa-
radiso perfetto.
Sappiate che sono un servitore del vostro dio... sibil la creatura, men-
tre le fiamme che aveva al posto degli occhi divampavano a ogni parola
che pronunciava. Sono giunto per assistervi nei preparativi per la venuta
dell'esercito e del suo ben pi glorioso dio!
Una delle belve ulul, ma un colpo di frusta sconquass di lampi la crea-
tura, riducendola all'istante al silenzio.
Io sono il Capobranco... prosegu il massiccio cavaliere, fissando lo
sguardo fiammeggiante sul consigliere. Il mio nome  Hakkar...
Capitolo dieci
E finalmente, Rhonin si svegli. Lo fece con riluttanza, perch durante il
sonno indotto dalla magia la sua mente era stata invasa dai sogni, la mag-
gior parte dei quali riguardava Vereesa e i gemelli. A differenza della fu-
nesta prigione in cui si trovava, erano visioni felici di un'esistenza passata.
Svegliarsi gli serv unicamente per ricordarsi che poteva non vivere a
sufficienza da rivedere la sua famiglia.
Quando apr gli occhi, scorse s una sagoma nota, ma non altrettanto
benvenuta. Krasus era chino su di lui, con una lieve preoccupazione dipin-
ta sul volto. Ci irrit ancor di pi l'umano, poich riteneva di essere finito
laggi per colpa del drago.
In principio, Rhonin si chiese perch le sue capacit visive sembrassero
leggermente sfocate, ma poi si rese conto che stava osservando Krasus non
alla luce del sole ma sotto quella della luna piena. La luna illuminava la
radura con un'intensit innaturale.
Incuriosito, Rhonin fece per alzarsi... ma sent subito il corpo dolergli in-
torpidito.
Muoviti adagio, Rhonin. Hai dormito per pi di un giorno. Il tuo fisico
ha bisogno ancora di qualche minuto per risvegliarsi del tutto.
Dove...? Il giovane mago si guard attorno. Ricordo questa radura...
qualcuno mi ci ha trascinato...
Siamo ospiti del suo padrone dal nostro arrivo. Siamo fuori pericolo,
Rhonin, ma devo subito dirti che siamo altres impossibilitati a ripartire.
Mettendosi a sedere, Rhonin fiss l'area circostante. Percep una presen-
za attorno a loro, ma nulla che lasciasse intuire che fossero intrappolati l
dentro. Tuttavia, non aveva mai sentito Krasus inventare storie.
Cosa succederebbe se tentassimo di andarcene?
Il suo compagno indic la fila di fiori. Ci fermerebbero.
Intendi dire quelle piante?
Puoi fidarti di ci che dico, Rhonin.
Sebbene una parte di lui fosse tentata di verificare direttamente la rea-
zione dei fiori, l'umano scelse di non correre nessun rischio. Krasus aveva
detto che non erano in pericolo fintanto che rimanevano l. Tuttavia, visto
che erano entrambi svegli, forse avrebbero potuto escogitare un modo per
fuggire.
Lo stomaco brontol. Rhonin allora ricord di aver dormito per pi di un
giorno senza mangiare.
Prima che potesse proferir parola, Krasus gli porse una ciotola di frutta e
una brocca d'acqua. L'umano divor la frutta rapidamente e, bench non
avesse calmato del tutto la fame, almeno lo stomaco non lo infastidiva pi.
Il nostro ospite non ci ha fatto portare altro cibo da questa mattina.
Immagino che a breve giunger fra noi... soprattutto se, com' probabile, 
gi al corrente del tuo risveglio.
Davvero? Quella supposizione non piacque a Rhonin. Il loro carcerie-
re sembrava avere troppo controllo su di loro. Chi ?
Krasus sembr improvvisamente a disagio. Si chiama Cenarius. Ti ri-
corda qualcosa?
Cenarius... gli suonava familiare, anche se soltanto vagamente. Cenarius.
Aveva a che vedere con i suoi studi, ma non direttamente con quelli di
magia. Il nome gli fece pensare a racconti, miti, a un...
Un dio dei boschi?
Rhonin serr lo sguardo. Siamo ospiti di una divinit della foresta?
Di un semidio, per essere pi precisi... e ci lo rende una creatura am-
mirata dalla mia stessa razza.
Cenarius...
Mi avete nominato, ed eccomi qua! ridacchi una voce che pareva
provenire da ogni direzione. Vi do il mio benvenuto, valoroso amico di
nome Rhonin!
Un'enorme figura che non aveva nulla di umano, per met elfo e per me-
t cervo, emergendo dal chiaro di luna, avanz verso di loro. Era imponen-
te perfino se paragonato allo snello e alto Krasus. Rhonin ne fiss con stu-
pore le corna, il volto barbuto e l'incredibile corporatura.
Avete dormito a lungo, giovane amico, dunque dubito che il cibo che vi
ho fatto portare in precedenza fosse sufficiente per saziarvi. Cenarius in-
dic con un cenno della mano un punto dietro di loro. Adesso ne avrete a
disposizione dell'altro.
Rhonin sollev lo sguardo oltre le proprie spalle. Dove prima era collo-
cata la ciotola di frutta vuota, ora ve n'era un'altra colma di cibo. Inoltre,
un grosso pezzo di carne, cucinata proprio come piaceva a Rhonin a giudi-
care almeno dall'aroma, era disposto su un vassoio di legno accanto alla
ciotola. Rhonin non dubit che anche la brocca fosse stata riempita di nuo-
vo.
Vi ringrazio esord cercando di non farsi distrarre dal pasto che era
nelle vicinanze. Ma ci che m'interessa davvero era chiedervi...
Ci sar tempo per le domande. Per ora, mi offenderei se non mangia-
ste.
Krasus afferr Rhonin per il braccio. Dopo un cenno di assenso, l'umano
si un al mentore di un tempo e insieme gustarono le pietanze. L'umano
dapprima esit nel prendere la carne, non perch non la volesse, ma perch
era sorpreso dal fatto che un abitante della foresta come Cenarius avesse
sacrificato una creatura posta sotto la sua protezione per due stranieri.
Il semidio intu le sue perplessit. Ciascun animale, ciascun essere,
svolge diverse funzioni. Sono tutti parte del ciclo di vita della foresta, che
include anche la necessit di procurarsi il cibo. Voi siete come l'orso o il
lupo, entrambi liberi di cacciare all'interno del mio regno. Nulla viene
sprecato qui. Ogni elemento ritorna per dar nuova linfa alla crescita della
foresta. Il capriolo di cui vi state nutrendo in questo momento rinascer per
svolgere nuovamente il proprio compito e il suo sacrificio verr dimentica-
to.
Rhonin corrug la fronte, non comprendendo appieno la spiegazione di
Cenarius ma intuendo che fosse meglio non chiedere ulteriori chiarimenti.
Il semidio aveva ritenuto che entrambi gli intrusi fossero predatori e li a-
veva nutriti di conseguenza. Tutto qui.
Appena ebbero finito, l'umano si sent molto meglio. Apr la bocca con
l'intenzione di domandare delucidazioni sul loro stato di prigionia, ma fu
Cenarius il primo a parlare.
Non dovreste trovarvi qui.
N Rhonin n Krasus sapevano cosa rispondere.
Cenarius prese a camminare nella radura. Ne ho parlato con gli altri,
discutendo a lungo su di voi per apprendere ci di cui erano a conoscen-
za... e siamo tutti d'accordo sul fatto che non dovreste trovarvi qui. Siete
fuori posto, ma come ci sia accaduto, dobbiamo ancora scoprirlo.
Forse potrei spiegarvi intervenne Krasus. Rhonin not che aveva an-
cora l'aria stanca, ma non come quando si erano materializzati per la prima
volta in quella dimensione.
Forse potresti convenne l'umano.
Krasus volse lo sguardo in direzione del compagno. Rhonin non vedeva
nessun motivo per tenere nascosta la verit. Cenarius sembrava l'unico in
grado di fornir loro un aiuto.
Ma la storia che Krasus rifer al loro ospite non era quella che l'umano si
aspettava.
Veniamo da una terra al di l del mare... molto al di l, ma questo  irri-
levante. Ci che importa  il motivo per cui siamo finiti quaggi...
Nel racconto rivisitato di Krasus, era stato lui, non Nozdormu, a scoprire
l'irregolarit. Il mago drago non la descrisse come una falla nella maglia
del tempo, ma come un'anomalia che aveva disturbato la struttura della re-
alt, creando una catastrofe potenzialmente sempre pi vasta e distruttiva.
Allora si era rivolto all'unico altro incantatore di cui aveva fiducia, Rhonin,
e insieme avevano intrapreso il viaggio verso il luogo in cui Krasus aveva
individuato il problema.
Abbiamo attraversato una catena di montagne selvagge nell'aspra parte
settentrionale della nostra terra, poich era l che avevo percepito che l'a-
nomalia era pi forte. Ce la siamo trovata di fronte, insieme alle mostruosi-
t che vomitava alla rinfusa. L'irregolarit ci ha colpito entrambi duramen-
te, ma non appena abbiamo tentato di esaminarla pi da vicino... si  mos-
sa, inghiottendoci. E siamo stati scagliati lontano dalla nostra terra...
Nel regno degli elfi della notte complet il semidio.
S disse Krasus con un cenno del capo. Rhonin non aggiunse nulla e
sper che il suo volto non tradisse l'amico. In aggiunta alle omissioni sulle
loro vere origini, il suo maestro di un tempo aveva tralasciato un altro par-
ticolare che poteva essere di un certo interesse per Cenarius.
Aveva sorvolato sul fatto di essere un drago.
Indietreggiando appena, la semidivinit della foresta esamin entrambi.
Rhonin non riusc a interpretare la sua espressione. Credeva al racconto di
Krasus o sospettava che il suo "ospite" non fosse stato del tutto sincero con
lui?
Ci mi induce a discuterne immediatamente con gli altri sentenzi in-
fine Cenarius, volgendo lo sguardo lontano, per poi posarlo di nuovo su
Rhonin e Krasus. Durante la mia assenza, avrete tutto ci che vi serve...
poi riprenderemo la conversazione.
Prima che potessero proferir parola, il signore della foresta si dilegu
nella luce della luna, lasciandoli ancora soli.
 stato inutile brontol Rhonin.
Forse. Ma prima vorrei sapere chi sono questi altri di cui parla Cena-
rius.
Altri semidei come lui? Sembrerebbe molto probabile. Perch non gli
hai detto della tua...
Krasus gli lanci un'occhiata talmente penetrante da farlo vacillare. Poi,
con tono molto pi pacato, rispose: Sono un drago privo di forze, mio
giovane amico. Non hai la minima idea di come ci si possa sentire in que-
sto stato. Non importa chi sia Cenarius, voglio che la mia identit rimanga
segreta finch non capir perch non riesco a guarire.
E... il resto della storia?
Krasus guard altrove. Rhonin... ti ho accennato al fatto che potremmo
essere finiti nel passato.
S, capisco.
I miei ricordi sono... sono confusi e imprecisi, e la mia forza sembra
esaurita. Non so perch. In ogni caso, sono riuscito a ricordarmi di una co-
sa, grazie a quel che mi  stato riferito durante il tuo sonno. So in che epo-
ca siamo finiti.
Sentendosi rinvigorire, Rhonin esult. Ma  grandioso! Questo ci d un
qualche appiglio! Cos potremo finalmente capire chi meglio potr...
Ti prego, lasciami finire. L'espressione austera sul volto di Krasus non
prometteva nulla di buono. C' un motivo molto importante per il quale
ho modificato il pi possibile la nostra storia. Temevo che Cenarius fosse
in parte a conoscenza di quanto sta accadendo, soprattutto per quel che ri-
guarda l'anomalia. Ci che non ho potuto riferirgli sono i miei timori su
quello che tale anomalia fa presagire.
Quanto pi la voce dell'anziano mago si abbassava, tanto pi aumenta-
vano l'ansia e la preoccupazione di Rhonin. Che vuoi dire?
Temo che siamo giunti in un'epoca appena antecedente alla prima ve-
nuta della Legione Infuocata.
Non avrebbe potuto dire a Rhonin nulla di pi terrificante. Il giovane
mago aveva ancora terribili incubi per aver vissuto, e pi di una volta ri-
schiato di morire, combattendo contro l'esercito di demoni e i loro alleati.
Soltanto Vereesa comprendeva l'entit di tali incubi, avendone lei stessa
affrontati parecchi. C'erano voluti il loro amore sempre pi profondo e i
bambini in arrivo per sanare i loro cuori e le loro anime. E questo era ac-
caduto solo dopo molti mesi.
Adesso Rhonin era stato rispedito di nuovo dentro quegli incubi.
Saltando in piedi, esclam: Dobbiamo dirlo a Cenarius e a quelli che
sono con lui! Cos loro....
Non devono saperlo... temo che possa essere gi troppo tardi per man-
tenere le cose come erano un tempo. Alzandosi a fatica, Krasus fiss
dall'alto del suo lungo naso l'allievo di un tempo. Rhonin... da quanto rie-
sco a ricordare, la Legione Infuocata  stata sconfitta dopo una guerra san-
guinosa e tremenda, che  stata il preludio allo stato di cose della nostra
epoca.
S, certo, ma...
Evidentemente dimenticatosi del timore che Cenarius potesse ascoltarli,
Krasus afferr Rhonin per le spalle. A dispetto della debolezza, le sue dita
affusolate penetrarono dolorosamente nella carne dell'umano. Non hai
ancora capito! Rhonin, venendo qui, con la nostra semplice presenza... po-
tremmo aver alterato quella storia! Potremmo essere responsabili dell'e-
ventuale vittoria della Legione Infuocata durante la prima guerra... ci si-
gnificherebbe non soltanto la morte di molti innocenti qui, ma anche la
scomparsa della nostra epoca.
Avevano dovuto faticare non poco per convincere Illidan a prendere par-
te al piano escogitato da Malfurion. Quest'ultimo era certo che il fattore
decisivo non era stato qualcosa che aveva detto lui... ma piuttosto la sup-
plica appassionata di Tyrande. Di fronte al suo sguardo, perfino Illidan si
era commosso acconsentendo prontamente ad assisterli, anche se era chia-
ro non gli importasse nulla del prigioniero. Malfurion aveva capito che era
accaduto qualcosa fra il fratello e l'orco, qualcosa in cui era rimasta coin-
volta anche Tyrande, e l'elfa si serv di quell'esperienza condivisa tra loro
due per portare Illidan dalla loro parte.
Adesso bastava soltanto che il piano funzionasse.
Le quattro guardie erano in piedi, vigili, ciascuna rivolta verso un punto
diverso dell'area. Mancavano pochi minuti al sorgere del sole e la piazza
era vuota, a eccezione dei soldati e della creatura che sorvegliavano. Con
la maggior parte degli elfi della notte addormentati, era il momento perfet-
to per agire.
Mi occuper io dei guardiani propose Illidan, chiudendo a pugno la
mano sinistra.
Malfurion prese rapidamente il controllo della situazione. Non metteva
in dubbio le capacit del fratello, ma non voleva causare danni alle guar-
die, che erano l per svolgere il proprio dovere. No. Ho detto che me ne
occuper io. Mi basta solo un attimo.
Chiudendo gli occhi, Malfurion si rilass nel modo insegnatogli da Ce-
narius. Si era allontanato dal mondo, ma al tempo stesso riusciva a vederlo
con maggiore chiarezza e acutezza. Sapeva esattamente cosa doveva fare.
A un suo cenno, gli elementi della natura si unirono per assisterlo. Un
vento fresco e leggero accarezz le gote di ciascuna guardia con la genti-
lezza di un'amante. Insieme alla brezza giunsero i placidi aromi dei fiori
che circondavano Suramar e il richiamo leggiadro di un uccellino notturno
l vicino. Quella combinazione seducente e rasserenante avvilupp ogni
sorvegliante, accompagnandolo senza che se ne accorgesse in uno stato di
profondo letargo, piacevole e tranquillo, che li lasci ignari del mondo rea-
le.
Soddisfatto di aver immobilizzato i quattro con l'incantesimo, Malfurion
ammicc ai suoi compagni e poi sussurr: Venite....
Illidan esit e lo segu soltanto dopo che vide Tyrande inoltrarsi nello
spazio aperto dietro a Malfurion. I tre avanzarono lentamente verso la gab-
bia e i soldati. Nonostante la certezza che il suo incantesimo sarebbe dura-
to a sufficienza, Malfurion si aspettava che le quattro guardie si voltassero
verso di loro da un momento all'altro. Tuttavia, quando lui e i suoi due
compagni giunsero a pochi metri dalla gabbia, i soldati continuarono a
dormire profondamente.
Ha funzionato... mormor Tyrande meravigliata.
Fermandosi davanti alla prima guardia, Illidan fece oscillare la mano di
fronte ai suoi occhi aperti, senza causare alcuna reazione. Bella trovata,
fratello, ma quanto potr durare?
Non lo so. Per questo dobbiamo essere rapidi.
Tyrande si inginocchi davanti alla gabbia e scrut al suo interno. Cre-
do che anche Broxigar sia rimasto vittima del tuo incantesimo, Malfurion.
Effettivamente, l'enorme orco giaceva accoccolato sul pavimento della
prigione e il suo sguardo spento fissava al di l di Tyrande. Non si mosse
nemmeno quando lei sommessamente pronunci il suo nome.
Dopo un attimo di riflessione, Malfurion sugger: Toccalo delicatamen-
te sul braccio e riprova a chiamarlo. Fa' in modo che ti veda subito per far-
gli cenno di rimanere in silenzio.
Illidan aggrott le ciglia. Urler sicuramente.
L'incantesimo resister, Illidan, ma devi essere pronto a fare la tua par-
te quando verr il momento.
Non sar io quello che ci far correre dei rischi disse il fratello con
uno sbuffo.
Calmatevi, tutti e due... Allungandosi, Tyrande tocc con cautela l'or-
co sull'avambraccio, chiamandolo contemporaneamente per nome.
Brox trasal. Spalanc gli occhi e apr la bocca per emettere quello che
senza dubbio si sarebbe rivelato un urlo assordante.
Ma altrettanto rapidamente l'orco serr la bocca e l'unico suono che ne
usc fu un leggero brontolio. Brox sbatt diverse volte le palpebre, come
fosse incerto sull'effettiva realt di quel che vedeva.
Rivolgendosi al fratello, Malfurion mormor: Ora! Presto!.
Illidan si protese verso la gabbia, bisbigliando fra s. Non appena afferr
le sbarre, le mani s'illuminarono di un giallo intenso e la prigione fu som-
mersa all'improvviso da un'energia rossa. Un flebile ronzio si sollev
nell'aria.
Malfurion si gir ansiosamente in direzione delle guardie, ma perfino
quell'evento cos portentoso non le ridest dal sonno. Con un sospiro di
sollievo, si mise a osservare Illidan all'opera.
La stregoneria elfica presentava numerosi vantaggi e suo fratello aveva
imparato egregiamente come dominarla. L'incredibile riverbero giallo che
circondava le sue mani si diffuse su tutta la gabbia avvolgendola rapida-
mente di rosso. Durante l'incantesimo la fronte di Illidan grondava di sudo-
re, ma il giovane non vacill minimamente.
Infine, lasci la presa e cadde all'indietro. Malfurion lo sostenne prima
che potesse crollare su uno dei soldati. La mano di Illidan continu a ri-
splendere ancora per alcuni istanti. Ora puoi aprire la gabbia, Tyrande...
Per liberare Brox, l'elfa della notte sfior la porta della gabbia che si spa-
lanc improvvisamente per conto proprio.
Le catene Malfurion ramment a Illidan.
Naturalmente, fratello. Non l'avevo dimenticato.
Accovacciandosi, Illidan allung la mano verso le manette dell'orco.
Brox, per, all'inizio non reag bene, e ringhi sommessamente all'indiriz-
zo dell'elfo della notte. Tyrande dovette prendergli le mani e avvicinarle a
Illidan.
Mormorando nuove formule magiche, il fratello di Malfurion tocc i
ceppi all'altezza della serratura. I ferri si aprirono all'istante, come piccole
fauci che attendevano di essere sfamate.
Nessun problema rimarc Illidan con un sorriso estremamente com-
piaciuto.
L'orco avanz lentamente, il corpo irrigidito a causa delle dimensioni
della gabbia. Abbozz con fare sbrigativo la sua gratitudine a Illidan, ma
guard Tyrande per ricevere ordini sul da farsi.
Broxigar, ascoltami attentamente. Voglio che tu vada con Malfurion. Ti
condurr in un luogo sicuro. Ci rivedremo presto laggi.
Questo piano era stato motivo di discussione fra Tyrande e Malfurion,
poich la prima intendeva occuparsi di persona della nuova sistemazione
dell'orco. Con la compiacente assistenza di Illidan, Malfurion era riuscito a
convincerla che si sarebbe creato parecchio trambusto al momento della
scoperta della fuga dell'orco, figurarsi se fosse scomparsa anche lei, che
era stata vista mentre si prendeva cura del prigioniero. Non sarebbe stato
difficile per le Guardie della Luna collegare gli avvenimenti.
Sarebbe un'associazione immediata aveva insistito Malfurion. Sei
stata l'unica ad avergli prestato aiuto. Per questo devi rimanere qui. Che
pensino a me  pi improbabile e, anche se cos fosse, dubito che potreb-
bero risalire a te. Sei una delle iniziate di Elune. Che tu mi conosca non
costituisce un crimine.
Sebbene Tyrande avesse ceduto, ancora non era d'accordo sul fatto che
Malfurion si addossasse ogni responsabilit. Indubbiamente, era stato lui
ad aver escogitato il piano, ma era stata comunque lei all'inizio ad averlo
istigato, presentandolo al prigioniero.
E ora la giovane sacerdotessa aveva anche chiesto all'orco di avere fidu-
cia in un individuo completamente estraneo. Brox studi Malfurion, poi
fiss ancora Illidan. Anche lui  con noi?
Illidan fece una smorfia. Ti ho appena salvato la vita, bestia...
Adesso basta, Illidan! Ti  grato per questo! A Brox, Tyrande disse:
No, solo Malfurion verr con te. Ti condurr in un posto dove nessuno
potr trovarti! Ti prego, puoi fidarti di me!.
Prendendo la mano di lei nei suoi pugni enormi, Brox si inginocchi.
Mi fido di voi, sciamana.
In quel momento, Malfurion not che una delle guardie cominciava a
muoversi.
L'incantesimo sta svanendo! sibil. Illidan! Porta Tyrande con te e
va' via! Brox, vieni!
Con incredibile velocit e grazia, il mastodontico orco balz in piedi e
segu l'elfo della notte. Malfurion non si volt, sperando che l'incantesimo
durasse a sufficienza. Non era preoccupato per Tyrande e suo fratello. Era-
no diretti a casa di Illidan, che distava poco da l. Nessuno avrebbe sospet-
tato di loro.
Per Malfurion e Brox, invece, la questione era ben diversa. Nessuno po-
teva scambiare l'orco per altro da ci che era. I due dovevano fuggire dalla
citt pi in fretta possibile.
Ma non appena lasciarono la piazza, entrando nelle strade tortuose di
Suramar, il rumore che Malfurion pi temeva si diffuse nelle sue orecchie.
Una delle guardie si era infine svegliata. Le sue urla vennero ben presto
echeggiate da quelle dei compagni e, giusto pochi secondi dopo, lo squillo
di un corno risuon nell'aria.
Da questa parte! disse l'elfo della notte. Le nostre cavalcature ci
stanno aspettando!
Dappertutto, squilli di corni e urla di voci. Suramar si era ridestata... un
po' troppo presto, per i gusti di Malfurion.
Infine, l'elfo della notte avvist l'angolo che attendeva da un po'. Da
questa parte! Sono proprio qui dietro!
Ma non appena ebbero svoltato nella strada laterale, Brox si ferm
all'improvviso, fissando con occhi spalancati e intimoriti le cavalcature
messe al sicuro da Malfurion.
Le enormi pantere sembravano ombre nere e muscolose. Ringhiarono e
soffiarono quando videro i due avvicinarsi, poi si calmarono scorgendo
Malfurion. L'elfo della notte accarezz sul fianco entrambi i felini.
Brox scosse la testa. Cavalcheremo questi cosi?
Naturalmente! Sbrigati!
L'orco esit, ma poi le urla nelle vicinanze lo spinsero a proseguire.
Brox afferr le redini e osserv Malfurion che gli spiegava come montare
sulle pantere.
L'ex prigioniero dovette provare tre volte prima di riuscire a salire sulla
pantera, e gli ci volle parecchio per imparare a stare seduto nel modo giu-
sto. Malfurion continuava a guardarsi alle spalle, temendo in ogni momen-
to di avvistare i soldati, o peggio ancora le Guardie della Luna. Non aveva
riflettuto abbastanza sul fatto che Brox non sapesse cavalcare una pantera
della notte.
Sistemandosi un'ultima volta in sella, Brox annu con aria riluttante. Re-
spirando profondamente, Malfurion incit la cavalcatura a proseguire e
Brox lo imit meglio che poteva.
Nell'arco di pochissimi minuti, l'elfo della notte aveva cambiato per
sempre il suo futuro. Un atto cos audace poteva soltanto causargli una
condanna nelle segrete di Black Rook, ma sapeva di non potersi lasciar
sfuggire un'occasione del genere. In qualche modo, Brox era legato al
complotto ordito dagli Eletti... e qualsiasi cosa ne fosse risultata, Malfurion
doveva scoprire la verit.
Ebbe l'orribile sensazione che il destino di tutta Kalimdor dipendesse da
lui e dalle sue azioni.
Varo'then non aveva molta voglia di affrontare Lord Xavius, ma non
spettava a lui decidere. Gli era stato ordinato di presentarsi al cospetto del
consigliere non appena fosse arrivato in citt con il suo esercito e gli ordini
di Lord Xavius dovevano essere eseguiti con altrettanta urgenza di quelli
della Regina Azshara... forse anche di pi.
Il consigliere non avrebbe gradito il rapporto del capitano. Come spie-
gargli che erano stati sviati e poi attaccati dalla foresta? Varo'then sperava
di poter utilizzare il defunto e non compianto Koltharius come capro espia-
torio, ma dubitava che il suo superiore avrebbe accettato una scusa cos pa-
tetica. Varo'then era al comando della spedizione e questa sarebbe stata
l'unica cosa rilevante per Lord Xavius.
Non dovette chiedere dove trovare il consigliere, poich dove altro pote-
va essere se non nella sala in cui si tenevano gli incantesimi? In realt, Va-
ro'then preferiva le spade alla stregoneria e quella sala lo metteva a disa-
gio. Di certo anche il capitano aveva sete di potere, ma ci che Lord Xa-
vius e la regina avevano in mente era sconvolgente perfino per uno come
lui.
Le guardie si misero sull'attenti non appena si avvicin, ma sebbene si
comportassero con il rispetto che gli era dovuto, qualcosa nei loro modi
aveva un che di insolito... quasi inquietante.
Era come se sapessero con esattezza, meglio di lui, ci che lo attendeva.
La porta gli si spalanc davanti. Abbassando lo sguardo in segno di ri-
spetto, il capitano entr nel santuario degli Eletti... e una belva da incubo
riemp la sua vista.
Per Elune! D'impulso, Varo'then estrasse la lama ricurva. La creatura
demoniaca ulul e due minacciosi tentacoli brancolarono avidi verso di lui.
Il capitano dubitava di avere qualche possibilit contro un tale mostro, ma
lo avrebbe comunque combattuto come meglio poteva.
Poi una voce sibilante che raggel il sangue dell'elfo della notte pronun-
ci parole in una lingua sconosciuta. Una frusta spaventosa schiocc sulla
schiena inarcata della bestia.
Rannicchiandosi, il segugio demoniaco si ritrasse, lasciando Varo'then a
fissare con aria sbalordita la creatura che aveva scacciato l'animale.
Si chiama Hakkar osserv amabilmente Lord Xavius, comparendo da
un lato. Le bestie ferali sono sotto il suo pieno controllo. Il Grande Abis-
sale lo ha inviato per aiutarci a preparare la sua venuta...
Gra... Grande Abissale, mio signore?
Con gran sgomento del capitano, il consigliere mise un braccio attorno
alla sua spalla con fare paterno, e lo condusse alla sfera infuocata. Qualco-
sa sembrava esser cambiato nella sfera, dando all'elfo della notte l'orribile
sensazione che, se si fosse avvicinato troppo, l'avrebbe divorato comple-
tamente, nel corpo e nello spirito.
Va tutto bene, capitano. Non c' nulla di cui avere paura...
L'avrebbe punito per il suo fallimento. Se cos fosse stato, Varo'then a-
vrebbe dichiarato i propri errori ad alta voce, in modo da non perdere ulte-
riormente la faccia. Mio signore, abbiamo smarrito i prigionieri! La fore-
sta si  ribellata contro di noi...
Ma il consigliere si limit a sorridere. Avrete l'opportunit per redi-
mervi a tempo debito, capitano. Ma prima, dovete conoscere la stupefacen-
te verit...
Mio signore, io non...
Ma non riusc a proseguire, perch il suo sguardo fu completamente cat-
turato dal Pozzo.
Ora capite? chiese Xavius, serrando gli occhi con soddisfazione.
Varo'then percep la prodigiosa presenza della divinit, che scacci ogni
traccia di resistenza in lui. Il dio nascosto dentro la sfera infuocata scrut
nei pi intimi recessi della sua anima... e s'illumin soddisfatto per ci che
vi aveva individuato.
"Anche tu, sarai un mio fedele servitore..."
Varo'then cadde in ginocchio, venerando colui che mostrava di onorarlo
in siffatta maniera.
Presto verr fra noi, capitano spieg Lord Xavius mentre il soldato si
rialzava. Ma  talmente potente che dovremo rafforzare il portale per ac-
cogliere la sua gloriosa presenza! Ha inviato questo nobile tutore per aprire
la strada ad altri del suo esercito, che a turno guideranno i nostri sforzi per
rafforzare il vortice... e portare a compimento la realizzazione di tutti i no-
stri sogni!
Varo'then assent compiaciuto e allo stesso tempo pieno di vergogna.
Mio signore, il mio fallimento nel catturare gli stranieri scovati nelle vi-
cinanze della fenditura...
Ma il capitano venne interrotto dalla voce sibilante di Hakkar. Il tuo
fffallimento non  rilevante. Li prenderemo... il Grande Abissale  molto
interesssato a quanto Lord Xavius gli ha riffferito su quesssta... fffenditu-
ra... e sul possibile nessso con i due fffuggitivi!
Ma come potr ritrovarli? La foresta  il regno del semidio Cenarius!
Sono sicuro che  opera sua!
Cenarius  soltanto una divinit dei boschi gli ricord il consigliere.
Dalla nostra parte abbiamo una forza molto, molto superiore.
Voltandosi, Hakkar fece schioccare la frusta nell'area libera che aveva di
fronte, liberando un lampo di luce verdastra che si scaric sul pavimento di
pietra.
L'area colpita si fece intensamente luminosa. La fiammata color smeral-
do crebbe rapidamente di dimensioni e, contemporaneamente, inizi a so-
lidificarsi.
Una forma a quattro zampe apparve davanti a lui, e assunse in fretta un
aspetto familiare al capitano.
Il nuovo segugio barcoll, poi si un alle altre bestie. Mentre gli elfi del-
la notte lo osservavano ipnotizzati, Hakkar ripet il gesto con la frusta, ed
evoc una quarta creatura mostruosa che and ad allinearsi insieme alle
precedenti.
Poi Hakkar fece ruotare la sferza attorno, e cre un motivo circolare che
fiammeggi sempre pi intensamente fino a originare un vuoto nell'aria, un
vuoto esteso come la temibile figura e largo due volte tanto.
Hakkar latr un ordine in una lingua arcana.
Le quattro belve balzarono nel buco, scomparendo. Dopo che l'ultima fu
svanita, la voragine stessa si dissolse.
Sssanno cosa cercare disse Hakkar ai suoi attoniti compagni. E lo
trovvveranno... L'essere fiammeggiante riavvolse la frusta e spost lo
sguardo sugli elfi della notte. Ora possiamo cominciare a dedicarci al
nossstro compito...
...
.
...
Capitolo undici.
.
Krasus aveva impiegato un giorno intero per capire che c'era qualcuno
che osservava lui e Rhonin. E gli era occorsa un'altra giornata per giungere
alla conclusione che l'osservatore non era Cenarius.
Chi fosse a possedere l'abilit di nascondersi alla vista del potente semi-
dio, il mago drago lo ignorava. Un alleato di Cenarius? Era improbabile
che qualcuno dei compagni del semidio agisse a sua insaputa. Gli elfi della
notte? Krasus escluse subito quell'eventualit, cos come la possibilit che
qualsiasi altra razza mortale potesse far capo al furtivo osservatore.
Restava una sola conclusione logica... colui che spiava Cenarius e i suoi
due "ospiti" apparteneva alla stessa razza di Krasus.
Nella sua epoca, i draghi erano soliti inviare osservatori per seguire le
tracce di coloro che potenzialmente erano in grado di cambiare il mondo,
sia nel bene sia nel male. Umani, orchi, tutte le razze venivano spiate. I
draghi lo consideravano un male necessario; lasciate libere di agire per
conto proprio, le razze mortali mostravano una tendenza a distruggersi.
Anche in quel periodo del passato, dovevano esistere spie di quel tipo.
Krasus non aveva dubbi sul fatto che qualcuno stesse controllando Zin-
Azshari con apprensione... ma, com'era tipico della sua razza, questo qual-
cuno non avrebbe reagito finch non fosse stato assolutamente certo che la
catastrofe fosse imminente.
Per, in quel caso, sarebbe stato troppo tardi.
Krasus aveva tenuto nascosti i suoi segreti a Cenarius, ma era deciso a
riferire ai suoi simili quel che sapeva. Solo i draghi avrebbero potuto evita-
re la potenziale distruzione che la sua presenza e quella di Rhonin poteva-
no causare, ma solo se avessero voluto ascoltarlo.
Krasus attese finch l'umano non si fu addormentato e l'eventualit che
Cenarius tornasse fosse remota. Gli spiriti invisibili e silenziosi della fore-
sta badavano alle necessit di Krasus e Rhonin. Il cibo appariva agli orari
convenuti e i resti sparivano non appena i due smettevano di mangiare. Al-
tre questioni erano gestite in maniera simile. Ci permetteva a Cenarius di
proseguire le misteriose discussioni con i suoi alleati - il che, trattandosi di
divinit, poteva durare giorni, settimane, mesi, o anche di pi - senza pre-
occuparsi che i due morissero di fame durante la sua assenza.
La radura era illuminata quasi come fosse giorno. Una volta sicuro che
Rhonin stesse dormendo abbastanza profondamente, Krasus si alz senza
far rumore e si diresse alla barriera di fiori.
Nonostante fosse notte, le corolle si girarono immediatamente verso di
lui. Avvicinandosi il pi possibile, il mago drago scrut la foresta al di l
della barriera, esaminando gli alberi scuri. Conosceva meglio di chiunque
altro i segreti della furtivit tramandati dalla sua razza, meglio di qualsiasi
semidio. Ci che era sfuggito a Cenarius, Krasus l'avrebbe individuato.
Inizialmente, gli alberi gli sembrarono tutti uguali. Li esamin uno per
uno, poi di nuovo daccapo, senza giungere a nessun risultato. Il suo corpo
era esausto, ma Krasus rifiut di farsi vincere da quell'innaturale debolez-
za. Se avesse ceduto una volta, temeva non si sarebbe mai pi ripreso.
Il suo sguardo si pos improvvisamente su una quercia imponente con
un tronco particolarmente grande.
Fissandolo con una concentrazione assoluta, l'incantatore scherm men-
talmente i propri pensieri e si focalizz sull'albero.
"Ti conosco... so chi sei, osservatore..."
Non accadde nulla. Non giunse alcuna risposta. Per un attimo Krasus si
chiese se si fosse sbagliato, ma secoli di esperienza gli suggerivano il con-
trario.
Prov nuovamente. "Ti conosco... in guisa di tronco d'albero, stai osser-
vando noi e il signore della foresta. Vorrei sapere chi sei, perch sei giunto
fin qui."
Krasus avvert una presenza muoversi, anche se in maniera quasi imper-
cettibile. L'osservatore si sent a disagio per quell'improvvisa intrusione
nei suoi pensieri e non era ancora intenzionato a rivelarsi.
"Avrei molte cose da riferirti, cose che non potrei mai rivelare al signore
della foresta... ma preferirei parlare a qualcosa di pi presentabile di un
semplice tronco d'albero..."
"Rischi di farci scoprire" disse finalmente il suo interlocutore. "Il semi-
dio potrebbe a sua volta osservarci..."
Il mago drago nascose il proprio compiacimento nel ricevere una rispo-
sta. "Sai bene quanto me che il semidio non  qui... e potresti celarci en-
trambi dalla comprensione di qualsiasi altro possibile osservatore..."
Per un attimo, non accadde nulla. Krasus si chiese se si fosse spinto
troppo in l...
Una parte del tronco si spacc all'improvviso, prendendo l'aspetto di una
figura umanoide fatta di corteccia rigida, separata dal resto dell'albero.
Mentre la figura alta si avvicinava, la corteccia svan, mutando in abiti
lunghi e fluenti e rivelando i contorni di un volto asciutto, oscurato da un
incantesimo che lo stesso Krasus conosceva da tempo.
Con vesti degli stessi colori di un albero, la figura senza volto si ferm
lungo il perimetro esterno della radura magica. Gli occhi nascosti scruta-
rono Krasus dall'alto in basso e, sebbene il mago imprigionato non fosse in
grado di scorgervi nessuna espressione, era consapevole della frustrazione
dell'altro.
Chi sei? chiese l'osservatore con tono calmo.
Potrei definirmi un'anima gemella.
La sua dichiarazione fu accolta con una certa incredulit. Non sai
nemmeno quel che stai dicendo...
Lo so eccome Krasus ribatt con veemenza. Lo so tanto quanto so
che colei che  chiamata Alexstrasza  la Regina della Vita, colui che si
chiama Nozdormu  il Tempo stesso, Ysera  la Signora del Sogno e Mal-
ygos  la Magia personificata...
La figura assimil i nomi appena uditi, poi, quasi fosse un ripensamento,
comment: Ne hai dimenticato uno.
Trattenendo a fatica un respiro affannoso, Krasus assent. E Neltharion
rappresenta il terreno e la roccia, essendo il Guardiano della Terra.
Tali nomi sono noti a pochi al di fuori della mia razza, ma pur sempre
lo sono da alcuni. Quale nome posso attribuirti, affinch sappia riconoscer-
ti come mio simile?
Sono noto come... Korialstrasz.
L'altro indietreggi. Non potrei ignorare questo nome, che appartiene a
uno dei consorti della Regina della Vita. Ma c' qualcosa che non mi 
chiaro. Ho osservato ogni cosa dal momento della tua cattura e ho notato
che non ti comporti come un membro della nostra razza. Cenarius  molto
potente, ma non potrebbe certo tenerti in ostaggio cos facilmente, non se
tu fossi Korialstrasz...
Sono rimasto gravemente ferito. Krasus accanton la questione dicen-
do: Il tempo stringe! Devo raggiungere Alexstrasza e riferirle ci che so!
Puoi condurmi da lei?.
Che impudenza! Possiedi davvero l'arroganza di un drago! Perch mai
dovrei rischiare di attirare su tutti i draghi il risentimento della divinit dei
boschi, unicamente sulla base della tua dubbia identit? Da quel momento
sapr di essere osservato e agir di conseguenza.
Dovresti farlo perch la minaccia che grava sul mondo, il nostro mon-
do,  molto pi importante di un insulto alla dignit di un semidio. Con
un profondo respiro, il mago drago aggiunse: Se me ne darai modo, ti ri-
veler ci che intendo....
Non so se fidarmi di te disse l'osservatore, piegando la testa da un la-
to. Ma nelle condizioni in cui ti trovi, non credo di dover temere niente da
te. Se conosci il modo... mostrami cosa tinge le tue parole di una tale ap-
prensione.
Krasus si astenne dal ribattere alcunch, nonostante la crescente antipa-
tia per quel drago. Se sei pronto...
Procedi pure.
Le loro menti si toccarono... e Krasus rivel la sua verit.
Sotto la pressione di immagini cos intense, l'altro drago sussult. L'in-
cantesimo che oscurava il suo volto per un attimo perse compattezza, rive-
lando una commistione di tratti elfici e rettili paralizzati in una smorfia di
totale incredulit.
Ma le ombre tornarono altrettanto velocemente di quanto si fossero dis-
sipate. Sebbene ancora sconvolto da ci che gli era stato mostrato, l'osser-
vatore recuper tuttavia il suo sangue freddo.  impossibile...
Direi probabile.
Queste visioni sono frutto della tua immaginazione!
Magari lo fossero osserv tristemente Krasus. Ora capisci perch in-
tendo parlare con la nostra regina?
Il suo interlocutore scosse la testa. Ci che chiedi ...
I due draghi si bloccarono, percependo simultaneamente la presenza di
una forza travolgente farsi vicina.
Cenarius. Il semidio era inaspettatamente tornato.
L'osservatore cominci subito a ritirarsi. Krasus, temendo di perdere
quell'unica possibilit, allung il braccio verso di lui. No. Non puoi igno-
rare quel che ti ho detto! Devo vedere Alexstrasza!
Il suo braccio super i fiori. Ma i boccioli reagirono, spalancandosi im-
provvisamente e cospargendolo di polvere magica.
Krasus prese a barcollare. Traball in avanti, cadendo nella nube creata
dai fiori.
Braccia robuste lo raccolsero immediatamente. Ud un sibilo apprensivo
e cap che l'altro drago era accorso in suo aiuto.
Sono uno sciocco a fare quel che sssto facendo! disse il soccorritore
con respiro affannoso.
Krasus fu sollevato da quella decisione, finch una rivelazione non lo
colp nell'istante in cui era sul punto di cadere. Cerc di dire qualcosa, ma
la sua bocca si rifiut.
Mentre sveniva, Krasus non ebbe pi pensieri di gratitudine perch l'al-
tro l'aveva finalmente preso con s... ma piuttosto di rabbia, per non aver
avuto la possibilit di assicurarsi che anche Rhonin fosse incluso nella fu-
ga.
Le pantere sfrecciarono nella folta foresta. La cavalcatura di Brox avan-
zava con tale rapidit che lo sventurato orco riusciva a malapena a mante-
nersi seduto. Sebbene fosse avvezzo a cavalcare gli enormi lupi allevati
dalla sua gente, i movimenti del felino differivano in modi cos subdoli da
generare in lui un'apprensione costante.
A pochi metri davanti a lui, la forma in ombra di Malfurion era china
sulla cavalcatura, incitandola a prendere ora una direzione, ora l'altra. Brox
era contento che il suo soccorritore avesse in mente un percorso preciso,
ma sperava che quel viaggio difficoltoso non durasse ancora per molto.
Presto sarebbe giunta l'alba. L'orco credeva fosse una brutta cosa, perch
li avrebbero avvistati da una distanza maggiore. Malfurion gli aveva per
fatto capire che la venuta del giorno sarebbe stata piuttosto un vantaggio.
Se le Guardie della Luna fossero partite al loro inseguimento, i poteri di
queste ultime si sarebbero dimostrati pi deboli non appena il sole fosse
sorto.
Ma ovviamente, i due avrebbero comunque dovuto vedersela con i sol-
dati.
Alle sue spalle, Brox ud sempre pi distinti i suoni dell'inseguimento:
corni, urla, il ruggito di altre pantere. Pensava che Malfurion avesse esco-
gitato un piano pi elaborato del semplice correre pi veloci dei loro nemi-
ci, ma a quanto pareva non era cos. L'elfo della notte non era certo un
guerriero, ma semplicemente una creatura che aveva cercato di fare la cosa
giusta.
L'oscurit della notte cominci a far spazio a un grigio nebbioso e tetro:
una tempesta mattutina. L'orco accolse con gioia la tempesta inattesa, per
quanto passeggera fosse, ma sper che la sua cavalcatura non avesse perso
di vista quella di Malfurion.
Forme vaghe apparvero e scomparvero attorno a lui. Di tanto in tanto,
gli sembr di distinguere un movimento. L'orco rimpianse la sua fidata a-
scia, ancora nelle mani degli elfi della notte. Malfurion non gli aveva pro-
curato nessuna arma, forse come forma di cauta precauzione.
I corni risuonarono nuovamente, questa volta facendosi pi vicini. Il ve-
terano ringhi.
Malfurion svan nella nebbia. Brox allung il collo, cercando di indivi-
duare il compagno e temendo che il suo animale fuggisse in tutt'altra dire-
zione.
La pantera improvvisamente si contorse per evitare una roccia enorme.
Preso alla sprovvista, l'orco perse l'equilibrio.
Emettendo un grugnito di sgomento, Brox scivol gi dall'agile felino:
cadde sul terreno duro e dissestato, rotolando con la testa in avanti su un
folto cespuglio.
I suoi riflessi lo salvarono. Brox si mise in posizione accovacciata, pron-
to a montare subito in sella. Sfortunatamente il grosso felino lo ignor e
prosegu scomparendo nella tempesta.
I rumori degli inseguitori si fecero ancor pi vicini.
Brox si mise immediatamente alla ricerca di qualcosa da usare come ar-
ma. Raccolse un ramo caduto a terra, ma gli si sgretol tra le mani. Le uni-
che rocce presenti erano o troppo piccole per essere di una certa utilit o
troppo grandi perch riuscisse a prenderle con le mani.
Qualcosa di voluminoso fece muovere il cespuglio alla sua sinistra.
L'orco si prepar a ricevere un colpo. Se si trattava di un soldato, aveva
buone possibilit di farcela. Se invece era una delle Guardie della Luna, le
probabilit erano decisamente inferiori, ma almeno sarebbe morto combat-
tendo.
Una forma enorme e ansimante emerse dalla foresta avvolta nella neb-
bia.
Lo spavento quasi travolse Brox, poich la creatura che gli si par da-
vanti non era una pantera. Ululava come un lupo, ma gli somigliava soltan-
to vagamente. All'altezza del torace misurava quanto Brox, e dalla schiena
si protendevano due temibili e coriacei tentacoli. La bocca era gremita da
due file di zanne selvagge; saliva densa e verdastra colava dall'enorme ma-
scella.
Ricordi mostruosi invasero i pensieri di Brox. Aveva gi incontrato si-
mili abomini, anche se non ne aveva mai combattuto nessuno personal-
mente. Erano apparsi davanti a un branco di altri demoni, in gruppi sempre
pi numerosi di mostri bavosi e funesti.
Bestie ferali... le avanguardie della Legione Infuocata.
Brox si ridest dagli incubi poco prima che la bestia lo travolgesse. Si
gett in avanti, sotto l'enorme creatura che cerc di intrappolarlo tra i suoi
artigli, ma lo slancio glielo imped. La gigantesca belva fu costretta a fer-
marsi, girandosi indietro verso la preda sfuggevole.
L'orco la colp sul naso con un pugno.
Per molte razze, un tale assalto non avrebbe sortito alcun effetto se non
la perdita dell'uso della mano, ma Brox non era semplicemente un orco:
era un orco lesto e vigoroso. Non solo attacc prima che il suo avversario
fosse in grado di reagire, ma lo fece con tutta la furia e la potenza delle
quali il pi forte fra i suoi pari era capace.
Il colpo spezz il naso del segugio demoniaco che inciamp lasciandosi
sfuggire un lamento raccapricciante. Un liquido verde, spesso e scuro,
gocciol dalla ferita.
Con la mano che gli pulsava per il dolore, Brox tenne lo sguardo fermo
su quello dell'avversario. Non poteva certo lasciare che un animale, e in
special modo uno cos feroce, notasse alcun segno di ritirata o paura. Sol-
tanto affrontandolo direttamente, l'orco avrebbe avuto qualche speranza,
seppur minima, di sopravvivenza.
Poi, dalla stessa nebbia in cui si era precedentemente dileguata, sbuc
con un balzo la cavalcatura di Brox. Il ruggito del felino fece voltare l'orri-
bile bestia, facendole dimenticare completamente l'orco. Le due creature si
scontrarono in una furia di artigli e denti.
Sapendo di non poter far nulla per salvare la pantera, Brox prese a indie-
treggiare. Aveva appena compiuto pochi passi quando alle sue spalle ud il
suono intenso e deciso di un respiro pesante inondargli le orecchie. Muo-
vendosi lentamente, l'orco si gir circospetto in quella direzione.
Poco lontano, una seconda bestia era pronta a gettarsi su di lui.
Frustrato e senza alternative, il guerriero si mise infine a correre.
Il secondo demone part all'assalto, ululando mentre si lanciava contro la
preda. I due combattenti ignorarono la sua presenza, impegnati com'erano
nella battaglia. La pantera aveva gi riportato due profonde ferite sul tron-
co. Brox ringrazi nella mente il felino per averlo momentaneamente sal-
vato, poi si preoccup di seminare l'altro inseguitore nell'intrico della fore-
sta.
L'orco decise di spingersi laddove il sentiero si faceva pi stretto. La be-
stia ferale, molto pi grossa di lui, era costretta ad aprirsi a forza un varco
tra la fitta vegetazione e ci consentiva a Brox di rimanere sempre fuori
dalla sua presa. Detestava il fatto di dover continuare a correre, ma privo
della sua arma sapeva che le possibilit di sconfiggere la belva erano nulle.
Il lugubre lamento di un animale morente annunci a Brox che la pante-
ra aveva perso la battaglia e che ora ci sarebbero stati due segugi demonia-
ci a caccia del suo sangue.
Distratto dal grido di morte del felino, l'orco non prest attenzione ai
propri passi. Improvvisamente, la radice sporgente di un albero gli blocc
un piede e lo fece inciampare. Tent di non cadere, ma non riuscendo a bi-
lanciarsi, ruot con violenza da una parte. Cerc di aggrapparsi ai rami di
un albero poco pi alto di lui, ma l'intero tronco si sgretol alla sua presa,
facendolo sbattere contro un altro ben pi grande e resistente.
Con la testa dolorante, Brox riusc a malapena a rendersi conto che la
bestia ferale era gi l. Si accorse per di avere ancora un ramo in una ma-
no: lo brand e lo vibr nell'aria come fosse una spada.
La bestia demoniaca colp con una zampa il ramo, che si spezz scheg-
giandosi. Nonostante la forza del colpo, l'orco riusc a non perdere la sua
arma improvvisata, poi attacc il mostro.
Spingendo con tutte le sue forze, Brox affond l'estremit dell'arma drit-
ta nelle fauci spalancate della belva.
Soffocando un grido di agonia, il demone prov a indietreggiare, ma
l'orco avanz con tutto il corpo, spingendo ancor pi in profondit la lan-
cia.
Uno dei tentacoli lo raggiunse. Brox riusc ad afferrarlo con una mano, e
tir pi forte che poteva.
Si sent il rumore di una lacerazione e di un liquido che scorreva; poi, il
tentacolo si liber dalla presa dell'orco.
Le zampe anteriori della bestia si piegarono. Brox continu a tener stret-
to il ramo, calibrando la propria posizione in modo da bloccare i movimen-
ti sempre pi disperati dell'avversario.
Gli arti posteriori vacillarono. Con la coda che si torceva freneticamente,
la belva diede una zampata a ci che le strozzava la gola. Riusc a spezzare
in due l'arma di Brox, ma una parte di lunghezza considerevole le rimase
comunque conficcata in gola.
Consapevole che la bestia ferale si sarebbe ripresa in fretta, l'orco cerc
freneticamente qualcosa che potesse sostituire la lancia perduta.
Invece, si ritrov di fronte il suo primo assalitore.
L'altra belva aveva il corpo ricoperto di graffi profondi e, oltre alla ferita
al naso provocatale da Brox, le era stato strappato un brandello di carne
dalla spalla destra. Eppure, bench le sue condizioni fossero peggiorate,
sembrava sufficientemente in forze da poter eliminare l'orco ormai esausto.
Brox impugn un robusto ramo spezzato, pronto per combattere. Ma sa-
peva che la sua fortuna era ormai giunta al termine. Il ramo era a malapena
sufficiente per tenere lontano quell'immenso orrore.
Acquattandosi, la bestia ferale s'irrigid...
Ma mentre stava per assalire la preda, la foresta si anim per difendere
Brox. I ciuffi selvaggi e le erbacce che stavano sotto le zampe della creatu-
ra demoniaca balzarono in aria con impeto, ingigantendosi con una veloci-
t tale da catturare la belva appena le sue zampe si staccarono da terra.
Con le membra imprigionate e senza via di scampo, l'orrenda creatura
ringhi e sbuff contro l'erba. I tentacoli si allungarono in basso, cercando
di colpire l'essere vegetale e animato che l'aveva trattenuta dall'afferrare la
preda.
Brox!
Malfurion sbuc dalla foresta in sella alla sua pantera. L'elfo della notte,
manifestamente sfinito, si ferm accanto a lui e gli porse la mano.
Ti devo ancora la vita brontol l'esperto guerriero.
Non mi devi nulla. Malfurion diede un'occhiata alla bestia intrappola-
ta. Anche perch non credo verr trattenuta per molto!
Effettivamente, ogni volta che gli orridi tentacoli toccavano l'erba e le
piante, esse appassivano. Una zampa anteriore si era gi liberata e, mentre
lottava per affrancare il resto del corpo, il mostro continuava a sforzarsi di
raggiungere Brox e l'elfo della notte.
Magia... mormor Brox, ricordando simili immagini. Sta divorando
la magia...
Facendosi scuro in volto, Malfurion aiut il compagno a montare sulla
cavalcatura. La pantera emise un grugnito, ma non protest ulteriormente
per il peso aggiuntivo. Allora sar meglio andarcene alla svelta.
Un altro corno squill, questa volta cos vicino che Brox quasi si aspet-
tava di vedere apparire il trombettiere. Il gruppo che era partito da Suramar
li aveva quasi raggiunti.
D'un tratto, Malfurion esit. Arriveranno dritti verso quella belva! Se
fra loro ci sono le Guardie della Luna...
La magia pu ancora ammazzare una bestia ferale se  abbastanza for-
te, elfo della notte... ma se preferisci rimanere a combatterla insieme a
quelli della tua razza, io rimarr al tuo fianco. Brox non avrebbe abban-
donato Malfurion, che l'aveva salvato per ben due volte.
La nebbia mattutina aveva cominciato a diradarsi e gi alcune figure in-
distinte comparivano all'orizzonte. Afferrando salde le redini, Malfurion
condusse bruscamente la pantera lontano dalle bestie ferali e dai cavalieri
che si stavano avvicinando.
Dietro di loro, il demone riusc a liberare un'altra zampa e la sua atten-
zione fu subito conquistata dai suoni crescenti che annunciavano nuove
prede...
Qualcosa scosse Rhonin dal sonno, qualcosa che lo rese molto inquieto.
Sulle prime non si mosse, ma si limit a sollevare appena le palpebre, in
modo da scorgere una porzione dell'area circostante. I bagliori della luce
del giorno gli permisero di distinguere gli alberi, la distesa di fiori-
guardiano e l'erba su cui stava disteso.
Ci che non riusc a individuare era un qualsiasi segno della presenza di
Krasus.
Rhonin si mise seduto, guardandosi attorno alla ricerca del mago drago.
Ovviamente doveva essere l da qualche parte nella radura.
Ma dopo un attento esame, la scomparsa di Krasus non poteva pi essere
negata.
Il mago umano si alz cautamente e si diresse ai bordi della radura. I fio-
ri si voltarono verso di lui, sbocciando al suo cospetto. Rhonin era tentato
di scoprire quanta forza vi fosse racchiusa, ma intu che il semidio non li
avrebbe posizionati l se non fossero stati in grado di vedersela con una
semplice creatura mortale.
Osservando il bosco, Rhonin chiam a bassa voce: Krasus?.
Nessuna risposta.
Fissando gli alberi al di l della prigione in cui era rinchiuso, l'umano si
accigli. C'era qualcosa di diverso, ma non sapeva dire esattamente cosa.
Indietreggi, cercando di riflettere... e all'improvviso not di trovarsi in
ombra.
Dov' l'altro ospite? domand Cenarius, senza alcuna sfumatura di
gentilezza nel tono. Sebbene fosse terso, il cielo d'un tratto rimbomb e
una violenta raffica di vento giunse dal nulla al cospetto di Rhonin. Dov'
il vostro amico?
Mentre fronteggiava l'imponente semidio, il mago mantenne un'espres-
sione neutrale. Non lo so. Mi sono appena svegliato e ho scoperto che
non c'era pi.
Gli occhi d'oro della figura dalle corna ramificate fiammeggiarono e il
suo viso arcigno fece rabbrividire Rhonin. Vi sono segnali di disturbo nel
mondo. Alcuni degli altri hanno appena percepito la presenza di intrusi,
creature di origine non naturale, che fiutavano qui attorno alla ricerca di
qualcosa... o qualcuno. Esamin il mago con molta attenzione. E sono
giunti subito dopo che voi e il vostro amico siete piombati qui dal nulla...
Chi fossero quelle creature innominate, Rhonin poteva solo immaginar-
lo. Se cos era, lui e Krasus avevano a disposizione perfino meno tempo
del previsto.
Vedendo che il suo ospite non aveva ancora detto nulla, Cenarius ag-
giunse: Il vostro amico non pu essere fuggito senza l'aiuto di qualcuno,
eppure vi ha lasciato qui. Perch lo ha fatto?
Io...
Fra i miei pari, alcuni hanno insistito affinch io vi consegnassi loro
all'istante, per scoprire cos con altri mezzi, pi drastici dei miei, perch
siete qui e perch interessate tanto agli elfi della notte. Finora li avevo
convinti altrimenti sulla questione.
I sensi di Rhonin, divenuti pi acuti, subito riconobbero la presenza di
un'altra forza potente, una forza che, a modo suo, eguagliava quella di Ce-
narius.
Ora ammetto di dovermi attenere al parere della maggioranza conclu-
se a malincuore il signore della foresta.
Abbiamo udito il tuo richiamo... brontol una voce profonda e medi-
tativa. Ammetti di aver sbagliato...
L'umano prov a voltarsi per vedere chi avesse parlato, ma le sue gam-
be, anzi, l'intero corpo non gli obbed.
Qualcosa di pi immenso del semidio si avvicin alle spalle di Rhonin.
Cenarius non sembrava soddisfatto per i commenti dell'altro. Ammetto
soltanto che dovremmo compiere ulteriori passi.
Scopriremo la verit... Una mano pesante e pelosa con artigli robusti
avvilupp una spalla di Rhonin, stringendola in una morsa di dolore. ... e
la scopriremo presto...
...
.
...
FINE Parte 1.
